“Perché l’ex direttrice è un capro espiatorio”
Ammanchi, misteri e quei milioni figli di nessuno all’Unicredit di via Gattalupa

30/12/2017 – Le banche, si sa, sono anche luoghi di misteri. Può capitare, come emerso nel processo Aemilia, che qualcuno si presenti a uno sportello di Novellara e ottenga sull’unghia, e senza controlli, il cambio in denaro liquido di assegni da decine e centinaia di migliaia di euro, poi rivelatisi taroccati.
C’è invece chi ha visto partire dal proprio conto un bonifico da cinque milioni di euro, per finanziare l’aumento di capitale di una propria società ma che oggi quei soldi non li riconosce, perché «se sapevo di non averli sul conto non avrei dato quell’ordine».
Il caso del bonifico da cinque milioni «figlio di nessuno» anima questa fase del processo Maniscalco contro la ex direttrice dell’agenzia sette Unicredit di via Gattalupa a Reggio Emilia, accusata di aver fatto sparire una somma stratosferica, 88 milioni di euro, vale a dire l’importo totale dei risarcimenti versati da Unicredit (attraverso le assicurazioni) a 164 clienti della filiale che hanno lamentato perdite «non conosciute» sui loro conti correnti.
Per questo colossale «ammanco» Maria Carmela Maniscalco è accusata di furto, ultimo sopravvissuto dei cinque capi d’imputazione originari a suo carico: le accuse di appropriazione indebita e di falso ideologico (per le redicontazioni scritte con la penna biro) sono cadute, mentre il falso è stato depenalizzato.

Maria Maniscalco

Maria Maniscalco

Ma trattandosi di furto, dovrebbe essere da qualche parte anche un grisbi come corpo del reato. Invece niente: questi soldi Maniscalco, alla quale sono state rivoltate anche le tasche e persino le imbastiture delle gonne, non li ha, nè chiaramente li ha mai avuti. E dal 2009, quando esplose lo scandalo, ad oggi nessuno li ha mai trovati.
Il convincimento che si fa sempre più strada in questo processo dai tratti kafkiani è che i famosi 88 milioni altro non siano che perdite sugli investimenti e sui prodotti finanziari (bond, fondi etc.) venduti da Unicredit, e che Maria Maniscalco altro non sia che il capro espiatorio designato per coprire le gestioni in perdita dei prodotti venduti dalla banca ai propri clienti.
Ecco, perché, a distanza ormai di nove anni dai fatti, il caso Maniscalco è ancora un «cold case» e la matassa è ancora da sbrogliare. Ecco perché tempo addietro il giudice di Bologna ha disposto il dissequestro dei beni della ex direttrice. Ed ecco perchè si continua a parlare dei famosi 5 milioni di euro partiti un certo giorno di luglio del 2009 da uno dei conti correnti dell’industriale reggiano Erminio Spallanzani, già a capo anche di un importante gruppo di tv e giornali, all’indirizzo di un’altra banca per finanziare appunto l’aumento di capitale di una società editoriale.
Soldi, dicevamo, «figli di nessuno» perchè Spallanzani ha sostenuto di non aver mai ordinato la spedizione, in quanto non avrebbe avuto la disponibilità della somma nel conto corrente. E per questo è diventato il principale accusatore di Maniscalco, che pure lo gestiva come cliente privilegiato e verso la quale l’industriale nutriva ampia fiducia.
Ad accrescere il mistero, come ha notato l’avvocato di Maniscalco, Giovanni Tarquini, il fatto che Unicredit non ha mai reclamato da Spallanzani la restituzione di quei soldi che sarebbero partiti a sua insaputa.
«Stiamo rischiando un processo dell’assurdo – insiste Tarquini – Le movimentazioni contestate a Maniscalco, come emerso nel corso del processo, sono avvenuto su autorizzazioni dei titolari dei conti, disposizioni date in gran parte per telefono: movimentazioni destinate per lo più a investimenti, su conti di appoggio ai dossier titoli. Maniscalco non faceva altro che che ricevere le disposizioni e investire per conto del cliente».

Giovanni Tarquini

Giovanni Tarquini

Ed è quello che l’ex funzionaria ha ribadito dopo le dichiarazioni rese in aula da Fernando Spallanzani, uno dei figlio di Erminio, nell’udienza del 4 dicembre davanti al giudice Ramponi: «Io facevo quello che telefonicamente mi chiedevano di fare».
Illuminante la deposizione di Fernando Spallanzani, figlio di Erminio, che ha disconosciuto una ventina di operazioni compiute da Maniscalco sui suoi conti correnti, in parte trasferimenti ai famigliari, per un totale di un milione e mezzo: «Io sui conti correnti movimentavo operazioni domestiche, quindi da bollette a carte di credito, poi su altri conti davo istruzioni di comprare o vendere titoli in Borsa, e le operazioni venivano dettate per telefono parlando direttamente con la signora Maniscalco.
Ogni tanto andavo in agenzia a vedere la posizione e ogni tanto la signora veniva nel mio ufficio per far vedere i rendiconti delle posizioni». A volte erano rendiconti «su carta intestata della banca, dove a volte sul saldo… veniva applicata una modifica a biro dalla signora, giustificandone il fatto che il sistema operativo della banca era guasto e quindi veniva ricomposto». Per lunghi anni tutte le redicontazioni erano state rilevate in modo corretto – ha detto Fernando Spallanzani – ma dopo l’episodio del famoso bonifico da cinque milioni «si è capito che c’erano delle anomalie».
Diversa la spiegazione di Maria Maniscalco: «Le gestioni riferite alla famiglia Spallanzani e quindi da Erminio e figli, erano assolutamente delle gestioni privilegiate, quindi per questo motivo avevano un importo diverso da quello che era effettivamente, diciamo, registrato al terminale, perchè in più c’era il privilegio, quindi la documentazione poteva presentare un dato e in più il privilegio veniva aggiunto, sono assolutamente cose che in banca succedono comunemente, soprattutto per certe posizioni grosse. Era assolutamente normale fare dei giroconti, sempre però nell’ambito della famiglia».

Una manifestazione di anni fa dei coorrentisti davanti alla sede Unicredit di via Gattalupa

Una manifestazione di anni fa dei coorrentisti davanti alla sede Unicredit di via Gattalupa

Fernando Spallanzani da un lato ha ammesso gli ordini dati via telefono, dall’altro ha confermato il disconoscimento di ordini anche importanti privi della sua firma materiale, come, ad esempio, il trasferimento di 495 mila euro al padre Erminio del 17 giugno 2009.
Ma se gli ordini telefonici erano ed sono ancora una pratica corrente specialmente nelle compravendite dei titoli di Borsa, nel processo per l’affare Unicredit di via Gattalupa si sono trasformati in un’arma micidiale contro l’ex direttrice.
Insomma, poco per volta in questo processo sembra emergere un quadro molto più complesso di quello della pretesa infedeltà di una ex direttrice, che sino al giorno prima aveva goduto della totale fiducia del cliente principale, che peraltro non ha un centesimo degli 88 milioni rimborsatii dalla banca a 164 clienti.
«Ma di tutte quelle posizioni ne sono state analizzate solo 55 – sottolinea l’avvocato Tarquini – e si parla di persone che non sono in grado di dire se le movimentazioni contestate fossero riconducibili alla Maniscalco, capro espiatorio di un fenomeno evidentemente più complesso». L’ipotesi è che i clienti abbiano pagato le perdite di valore di fonti e titoli, tuttavia è mancata nel processo una consulenza tecnica adeguata.
«Di certo – nota l’avvocato – il processo si basa su indagini interne compiute da Unicredit, che è controparte nel procedimento. E la Guardia di Finanza arrivò un mese dopo, quando Unicredit aveva già passato al setaccio la filiale di via Gattalupa».
La prossima udienza il 15 gennaio.

Pierluigi Ghiggini

(dalla Voce di Reggio Emilia)

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3 risposte a “Perché l’ex direttrice è un capro espiatorio”
Ammanchi, misteri e quei milioni figli di nessuno all’Unicredit di via Gattalupa

  1. Susanna Rispondi

    30/12/2017 alle 16:47

    “i clienti sono i peggiori nemici”.( Cit)

  2. Giovanni Maria Rispondi

    31/12/2017 alle 07:51

    Finalmente sta emergendo la verità.
    Bellissimo articolo,bravissimo il giornalista che l’ha scritto.
    Complimenti a tutti.

  3. Franco Rispondi

    25/01/2018 alle 09:21

    è palese che la colpa è dei grandi manager, la signora e la sua famiglia sono condannati a pagare la colpa di tutti, come sempre avviene in Italia. Un paese allo sfacelo.

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