Il sindaco, i pentiti, i voti della ndrina
Non restano che le elezioni anticipate

5/12/2017 – Può sembrare singolare, ma a poco piu’ di due mesi dal secondo anniversario degli arresti dell’inchiesta Aemilia (avvenuti il 28 gennaio 2015), il “film” dell’omonimo processo di ‘ndrangheta in corso a Reggio Emilia deve ancora entrare nel vivo. Perchè le dichiarazioni rilasciate dai pentiti in aula fino ad oggi, hanno aperto nuovi scenari che difficilmente non si trasformeranno in altrettanti filoni di indagine.
Ma si dovrebbe parlare di un terremoto che investe la politica reggiana, in particolare l’amministrazione della città del Tricolore e il partito di governo, il Pd.

L'assemblea sul processo Aemilia alla Cgil di via Roma

L’assemblea sul processo Aemilia alla Cgil di via Roma

Lo sciame sismico – in atto in realtà dal gennaio 2015, quando esplose la vicenda della casa di Masone – è culminato con le rivelazioni ricorrenti sulle parentele della moglie Maria Sergio con famiglie mafiose di Cutro e infine, nell’udienza del 23 novembre, col pentito Salvatore Muto il quale ha dichiarato che prima delle elezioni del 2014, in una cena della consorteria si decise di far confluire dei voti su Luca Vecchi, poi eletto e attuale sindaco di Reggio in carica. A chiedere i voti sarebbe stato Eugenio Sergio, imputato in Aemilia e imparentato proprio con Maria Sergio.

Tiziano Soresina e Ermete Fiaccadori

Tiziano Soresina e Ermete Fiaccadori

Ecco cos’ha dichiarato in aula Salvatore Muto: «Facemmo una cena della consorteria alla quale fu chiamato Francesco Lamanna. Era presente Eugenio Sergio (imputato al processo attualmente in carcerazione preventiva, ndr). Siccome lui era parente della moglie del sindaco, chiese a Francesco Lamanna se riusciva a raccogliere voti a Reggio Emilia per il marito della cugina».
Muto ha concluso: «Lamanna si mise a disposizione e promise il suo impegno, anche se non c’era nessun patto a tavolino firmato con il candidato sindaco». Va sottolineato che Francesco Lamanna non è ndranghetista qualsiasi: è ritenuto il rappresentante di Nicolino Grande Aracri al Nord.
Se a questo, che è il punto d’arrivo di una serie di eventi e dichiarazioni che da tempo portano in causa il sindaco di Reggio, si aggiungono le voci sempre più insistenti di nuovi indagati e nuovi filoni dell’inchiesta Aemilia si può comprendere lo stato di fibrillazione che fa palpitare la politica reggiana, e in particolare il Partito Democratico.

Paolo Bonacini

Paolo Bonacini

I vertici del partito non solo reggiani, che hanno taciuto anche di fronte all’estrema autodifesa di Vecchi: «attaccando me attaccano la città intera», sono spaventati di fronte a un’ipotesi, seppur al momento lontana, di un’amministrazione reggiana nel gorgo dei controlli di una commissione prefettizia per l’accesso, che nel caso potrebbero anche concludersi con uno scioglimento d’autorità del consiglio comunale.
E’ dunque in tale scenario che va letta e compresa, ad esempio, la lettera aperta del direttore della Gazzetta di Reggio Stefano Scansani, il quale è arrivato a chiedere al sindaco Vecchi di mostrare alla città un certificato “liberatorio” della Dda. E in contemporanea alla lettera aperta, nel numero di domenica scorsa il settimanale L’Espresso (stesso editore di Repubblica e della Gazzetta di Reggio) ha pubblicato un’inchiesta di Giovanni Tizian sulla cosche padane, in cui si torna a parlare di Aemilia, di Reggio emilia e anche del sindaco Luca Vecchi e di sua moglie.
E l’altra sera a rincarare la dose è arrivata una assemblea della Cgil, insieme all’Anpi, a Libera e all’Auser, convocata a tambur battente lunedì mattina per la stessa sera, quindi con l’intento trasparente di commentare e dare sostegno alla lettera di Scansani al sindaco di Reggio.
Un’assemblea pubblica nel salone Di Vittorio della Cgil – moderata dai cronisti giudiziari Tiziano Soresina della Gazzetta di Reggio, e Paolo Bonacini ex direttore di Telereggio e collaboratore del Fatto Quotidiano (che segue le udienzedi del processo Aemilia per la Cgil), dedicata un’analisi senza veli a quanto succede nell’aula “bunker” del palazzo di giustizia di via Paterlini. In prima fila il segretario provinciale della Cgil Guido Mora.

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Bonacini ha esordito con un paradosso: «Il processo sta per cominciare. Dopo un anno e mezzo di udienze iniziamo a sviscerare gli intrecci tra la ‘ndrangheta e la vita collettiva di questa provincia. Un processo che mette alla sbarra non solo i mafiosi, ma anche una comunità, chiedendogli di interrogarsi su come si e’ arrivati a questo punto». I tempi del rito ordinario (la cui sentenza è indicativamente prevista per marzo del prossimo anno) potrebbero allungarsi, lo dicono anche i recenti sviluppi giudiziari sottolineati da Soresina. Il quale, appunto, ha evidenziato la valanga di vecchi e nuovi testimoni, tra cui nomi eccellenti come l’ex sindaco Graziano Delrio e Maria Sergio, moglie di quello attuale Luca Vecchi, che gli avvocati della difesa hanno chiesto di poter riascoltare a contro prova delle dichiarazioni dei pentiti.

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Ci sono poi i numeri monstre del procedimento, il più grande processo per mafia italiano, dopo quello celebrato nell’aula bunker di Palermo negli anni ’80, partito nella notte del 28 gennaio 2015 con 117 arresti. Gli imputati rinviati a giudizio sono pero’ 240 di cui 54 per associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis). Nel rito abbreviato celebrato a Bologna che si e’ concluso ad aprile del 2016 ci sono state 58 condanne, 17 patteggiamenti e 12 assoluzioni. La sentenza di appello, arrivata nel settembre di quest’anno ha ribaltato la situazione per due imputati, condannandoli. Uno dei due e’ il politico reggiano di Forza Italia Giuseppe Pagliani condannato a quattro anni. Quattro persone condannate in primo grado sono invece state assolte. Il rito ordinario, quello che si svolge a Reggio, ha invece raggiunto con quella in corso oggi le 140 udienze, in cui si stanno dibattendo le posizioni di 147 imputati. Ad aiutare gli inquirenti ci sono tre collaboratori di giustizia: Antonio Valerio e Giuseppe Giglio gia’ ascoltati e Salvatore Muto, di cui oggi e’ iniziato il contro esame. A loro si aggiunge Rocco Femia implicato nel processo black monkey per il gioco d’azzardo. Imponenti anche i numeri dei testimoni: circa 350 dell’accusa e 600 chiamati dalla difesa. E ancora 78 parti offese, 32 parti civili e 500 milioni di beni ad oggi sequestrati. Le carte processuali- che aumentano ogni giorno- sono formate da 150.000 fogli: impilate sarebbero alte quanto un palazzo di 20 piani.

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Numeri che Soresina e Bonacini hanno “riscaldato” spiegando l’articolazione della “locale” di Cutro in Emilia, i suoi affari (dalla droga alla falsa fatturazione) e l’attuale fase di “riorganizzazione”, di cui i roghi dolosi avvenuti negli ultimi mesi in provincia potrebbero essere spia.
Il tutto condito da “cammei”, non scevri da tratti cupi. Uno lo enuclea Soresina, sottolineando come «per la prima volta abbiamo un magistrato sotto scorta. E non è uno a caso ma Cristina Beretti che rappresenta la giustizia a Reggio, perchè non solo fa parte della Corte del processo, ma è anche il reggente del tribunale e il suo presidente in pectore».
Nella sala gremitissima, presenti tra gli altri i consiglieri comunali Andrea Capelli (capogruppo del Pd), Norberto Vaccari e Gianni Bertucci (M5s), Mauro Vicini esponente di Mdp e il sindaco di Castelnovo Monti Enrico Bini, è stato chiamato a prendere la parola anche il direttore della i’Gazzetta di Reggio’ Stefano Scansani. Che nel suo intervento “socio-politico e non giudiziario” è tornato ad invitare il sindaco Luca Vecchi ad alzare un argine definitivo ai dubbi, in primo luogo richiedendo alla Dda il certificato delle notizie di reato per sè e sua moglie Maria Sergio.
Scansani ha chiesto «per quanti mesi andiamo avanti in queste condizioni. Non con il sospetto, ma con questa tensione. Non ho chiesto al sindaco di provare o meno qualcosa, stiamo scherzando. Gli ho chiesto che si inventi qualcosa per chiudere, altrimenti nella prossima campagna elettorale non parleremo di sviluppo della città ma solo di questo. Sarà un massacro». Insomma «se, giustamente si decide di ricandidare questo sindaco, immaginate cosa può succedere. Bisogna trovare una soluzione in anticipo». Che potrebbero essere, appunto, elezioni anticipate. Una decisione che dovrebbe essere lo stesso sindaco ad assumere, proprio per fugare ogni ombra di inquinamento della sua elezione con i voti rastrellati dall’ndrangheta.

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3 risposte a Il sindaco, i pentiti, i voti della ndrina
Non restano che le elezioni anticipate

  1. daniele iotti Rispondi

    05/12/2017 alle 20:12

    raspini sindaco allora…….si scherza
    che schiva pero’

  2. Fausto Poli Rispondi

    05/12/2017 alle 22:14

    Certamente un processo di livelloondiale.

  3. Fausto Poli Rispondi

    05/12/2017 alle 22:27

    Reggio ombelico evquartier generale dei mafiosi d’Italia. Giro per l’hinterland reggiano e i Silipo, Aracri, son tutti nomi che trovo dlcome avvocati e commercialisti.

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