Processo Aemilia: Valerio racconta la brutalità delle estorsioni
“Con tre dita farai fatica a tenere un rastrello”

12/10/2017 – Esaurite le risposte ai pm sul cosiddetto capo di imputazione “1”, quello cioe’ volto a qualificare come di ‘ndrangheta il sodalizio criminale radicato in Emilia, il pentito Antonio Valerio ha continuato questa mattina la sua deposizione nel processo Aemilia, che si svolge in rito ordinario nell’aula bunker prefabbricata che occupa l’intero cortile del palazzo di Giustizia di Reggio Emilia.

In particolare, nell’udienza di oggi (come sempre in videocollegamento da un sito riservato) Valerio fornisce riscontri su una serie di episodi, per alcuni dei quali è lui stesso imputato, dove il raffinato sistema finanziario di false fatturazioni messo in piedi dalla cosca aveva  lasciato il posto a metodi più  sbrigativi ed espliciti.

Uno su tutti il caso dell’estorsione ai danni dell’imprenditore reggiano Roberto Ferrari che, per problemi finanziari con il socio che si rivolse ai calabresi per il ‘recupero crediti’, fu costretto a cedere nel 2009 il 95% delle quote della propria azienda (la Naturalmente srl di Campagnola Emilia).

Un momento del processo Aemilia durante la deposizione in videoconferenza di Antonio Valerio, ripreso di spalle. Davanti a lui l'avvocato Falciani

Un momento del processo Aemilia durante la deposizione in videoconferenza di Antonio Valerio, ripreso di spalle. Davanti a lui l’avvocato Falciani

Il prezzo spuntato per le azioni, che ne valevano 9.500, fu di un euro. A convincere Ferrari furono le intimidazioni messe in atto dallo stesso Valerio- che ha ammesso la sua responsabilità- insieme con Roberto Turrà. Quest’ultimo, minacciò la convivente dell’imprenditore vessato, titolare di una ditta di manutenzione del verde, dicendole che “con tre dita avrebbe fatto fatica a tenere un rastrello in mano“. Non da meno Valerio che affermava: “L’azienda deve diventare mia con le buone o con le cattive”, precisando che se non fosse stata “non sarebbe stata di nessun altro”.
Come puntualizzato dal collaboratore di giustizia poi, l’imprenditore oggetto di minacce non ricevette neanche la somma del simbolico caffe’: “Misi l’euro sul tavolo e poi me lo ripresi”, commenta Valerio.
A seguire il pentito ha riferito di altre attivita’ estorsive in cui non e’ coinvolto, che nell’ordinanza di rinvio a giudizio vengono definite cosi’: “Modalita’ di infiltrazione nel tessuto economico adottate dal gruppo criminale, che svolge un’attivita’ di progressiva sostituzione, non scevra all’occorrenza dal ricorso all’intimidazione, all’interno della governance aziendale, in modo da piegarla ai propri obiettivi di profitto”. Nella deposizione si e’ parlato anche dell’operazione per il controllo del circolo Cartagena Club di Reggio Emilia, ubicato in via Brigata Reggio, che secondo Valerio “prima era dei Muto ed a un certo punto viene gestito da un gruppo di cinesi”. Un esempio di un altro filone di attivita’ del clan e cioe’, si legge sempre nelle carte, “l’acquisizione di attivita’ commerciali, da affidare alla gestione di prestanome, sfruttando gli ingenti guadagni derivanti dalla gestione delle attivita’ illecite”.
(FONTE: AGENZIA DIRE)

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