In piazza per difendere il comunismo, ma senza il coraggio di chiedere perdono

di Pierluigi Ghiggini

9/10/2017 – La sinistra reggiana, che non ha il minimo imbarazzo a mantenere in una piazza pubblica un busto di Lenin mentre in tutto il mondo tali monumenti vengono demoliti, questa sera griderà con voce vibrante la propria nostalgia dando vita a un presidio, vadassè, «democratico e antifascista» in piazza Prampolini, dalle 18 alle 20, mobilitando la città contro «l’indegna provocazione» della Lega Nord che presenta nella seduta odierna del consiglio comunale una mozione per la messa al bando di simboli e gadget del comunismo.
La mossa del consigliere Vinci è chiaramente una risposta per “par condicio” alla legge Fiano che vorrebbe mandare in galera, sono consigliate le delazioni, chi venderà, farà sfoggio e semplicemente terrà in casa dei gadget del periodo fascista, foss’anche il ritratto del nonno in orbace.

Il busto di Lenin a Cavriago

Il busto di Lenin a Cavriago

Forse il consigliere Vinci non ha tenuto conto che il comunismo reggiano ha resistito a ogni sconfitta, anche quella finale del crollo del Muro di Berlino, che continua a non voler prendere atto ancora oggi della quantità incommensurabile dei crimini commessi in nome del comunismo stesso, e continua a rifiutare le verità della storia.
Forse Vinci non sa che la Federazione del Pci di Reggio Emilia era l’unica in Italia a festeggiare non soltanto il 7 novembre, anniversario della rivoluzione d’Ottobre, ma anche l’anniversario dell’Armata Rossa. Che la federazione del Pci di Reggio Emilia fu l’ultima ad essere destalinizzata. Che diede l’ostracismo a Cucchi e Magnani perché i comunisti reggiani aspettavano fideisticamente i carri armati sovietici. Che fece crescere amorevolmente come una chioccia, certo poi pentendosene amaramente, quei ragazzi della Fgci che diedero vita alle Brigate Rosse.
E che dopo la guerra il Pci reggiano organizzò l’assassinio di centinaia di innocenti, e poi diede sostegno incondizionato e massime coperture ai macellai, sino all’espatrio in Cecoslovacchia.
Ancora oggi, parliamo di questi giorni, si inaugurano monumenti a partigiani certo valorosi, ma dei quali non si racconta tutta la storia perchè sarebbe troppo imbarazzante.

Il busto di Lenin a Cavriago

Il busto di Lenin a Cavriago

C’è stato, è vero, il Chi Sa Parli, ma fu solo una fiammata nel Pci, una speranza durata troppo poco che infatti è costata cara ai suoi  artefici, Otello Montanari e Vincenzo Bertolini, mentre prendeva progressivamente il sopravvento lo stalinismo di fondo covato nel ventre del vecchio partitone reggiano, e che infatti è tornato a impossessarsi, sotto le spoglie di un antifascismo infettato di settarismo – nonostante ormai sian quasi trent’anni dalla caduta del Muro – di una parte consistente della sinistra nostrana.
Ciò che abbiamo molto sommariamente esposto concorre a spiegare la reazione virulenta, davvero da anni Cinquanta, alla «provocazione» del consigliere e segretario della Lega Nord Emilia Gianluca Vinci.
Così questa sera scenderanno in campo una sfilza di sigle, persino i superestremisti dei Carc, un tempo sospettati di sbavare per le Br, l’associazione Italia Cuba, Possibile, il Partito comunista Italiano (ex Comunisti Italiani), Rifondazione comunista, l’Anpi in cui non ci sono quasi più veri partigiani, l’ associazione reggiana per la Costituzione, pure le Notti Rosse, la Cgil, articolo 1-Mdp (che ha diffuso un comunicato sfegatato in difesa della bontà del comunismo italiano) e persino L’Arci.
Sorprende non poco l’adesione del Partito Democratico, che pure al suo interno vanta una grossa componente che con la storia del comunismo non ha proprio niente a che fare. Sarebbe istruttivo se i Castagnetti, i Prodi, i Delrio e pure il democristiano Saccardi  – nei giorni in cui rendiamo omaggio a Corrado Corghi – spiegassero in maniera convincente cosa c’entrano nel carro di Tespi della nostalgia, di quelli che continuano a negare lo stragismo del dopoguerra come progetto politico, e che magari oggi sostengono la dittatura rossa di Maduro.

I nostalgici di Lenin e di Stalin a Cavriago

I nostalgici di Lenin e di Stalin a Cavriago

Nel merito, vanno rilevati due aspetti.
E’ comprensibile che, nel momento in cui in tutto il mondo la parola comunismo equivale a un’epidemia di peste, ci sia chi voglia difendere con orgoglio non solo gli ideali in cui ha creduto sinceramente, e senza nulla chiedere, e non senza ragioni sottolinei la «diversità» del comunismo italiano, nella sua ricerca di una illusoria via democratica, con Berlinguer che ruppe con l’Unione Sovietica ma lo fece di fatto in solitudine, mentre la base continuava a nutrirsi del mito e mentre nelle sezioni, anche negli anni Settanta, non era difficile trovare i ritratti ufficiali di Stalin. Per tacere delle balle spaziali sul Che Guevara, di cui si alimentano ancora oggi tanti giovani, i quali invece farebbero bene a documentarsi sulle mostruosità compiute dal leggendario comandante, per il quale «nel dubbio, bisogna fucilare» tanto «le prove sono secondarie». Persino Castro, è noto, volle levarselo dai piedi col suo fanatismo, al quale non a caso si ispirò Pol Pot, mandandolo in Sudamerica dove trovò la morte. Noi invece ci cascammo tutti come dei polli.
Non si può comunque negare che il comunismo italiano, e in particolare emiliano, sia stato una sorta di Giano bifronte: ha saputo inglobare la tradizione riformista prampoliniana, ma al tempo stesso non ha estirpato e anzi ha tramandato gelosamente le proprie radici staliniane, che infatti si manifestano oggi con una intensità persino sorprendente.
Ciò che infatti non si comprende, se non alla luce di uno stalinismo di ritorno, è l’assoluta mancanza di un refolo di vento autocritico, di un pur flebile segno di pentimento per le malefatte compiute in nome del comunismo in salsa emiliana: parliamo in particolare degli eccidi del dopoguerra, su cui non è mai arrivata neppure neppure una parola di scuse dagli eredi dei responsabili materiali e soprattutto politici degli omicidi, prima di massa e poi “mirati”. In questo senso, siamo tornati molto ma molto indietro rispetto ai tempi del povero Berlinguer. Un segno come minimo di immaturità politica, certamente di sbandamento settario.
E a proposito di settarismo, è necessario far notare come il presidio di questa sera in difesa del comunismo venga contrabbandato come manifestazione «democratica e antifascista».bolscevico cavriago lenin
Il significato è chiaro: per questi signori, che certo credono sinceramente nelle virtù di un’ideologia al punto nel non vederne i mostri che ha generato, il comunismo coincide con l’antifascismo. Di conseguenza, per la nota proprietà transitiva, chi è anticomunista sarebbe automaticamente un fascista.
Un assurdo logico, storico e fattuale che non merita neppure un commento, ma che dimostra come l’ideologia del «socialfascismo» sia tutt’altro che morta, ennesimo segnale dello stato comatoso di questa sinistra sempre più rinchiusa nei recinti, appunto, di un antico settarismo. Che alla fine assume connotati, sistemi e comportamenti del proprio opposto.
Ciò detto, è bene precisare che proporre oggi la messa fuori legge dei simboli del comunismo sia una solenne cretinata, esattamente come la legge sui gadget e i gesti del fascismo. Che infatti – siamo pronti a scommetterci – quando diventerà esecutiva provocherà una reazione a catena, con selve di saluti romani pronti a scattare in ogni piazza d’Italia.
Battaglie di questo genere, quale che sia il versante, vanno invece condotte con le armi della cultura, del confronto democratico e della tensione ideale, con la verità dei fatti e demistificando le narrazioni sedimentate dalla propaganda. Pensare di mettere in ceppi le ideologie con qualche norma di legge è semplicemente illusorio, sino a quando non diventa liberticida.

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