Reggio Children, perché Crepet non ha capito niente

di Pierluigi Ghiggini

4/9/2017 – Ma cos’è questa benedetta innovazione? E’ un bambino che smanetta col tablet o uno che gioca col pongo? Una pargoletta con lo smartphone oppure un papà che inventa la fiaba della buonanotte? La risposta non è facile in questi tempi in cui, come in un film di Bunuel, i liberi invocano la dittatura e i conservatori propugnano valori rivoluzionari. Chi trova la chiave, ha in mano il futuro: non è un’esagerazione, e vedremo perché.

La questione si è posta a seguito delle battute stroncatorie, e superficiali in modo sorprendente, all’indirizzo di Reggio Children da parte di un’icona sacra alla sinistra come Paolo Crepet, psichiatra, saggista e intellettuale che da decenni troviamo dappertutto come il prezzemolo. Secondo Crepet, sintetizziamo a memoria, Reggio Children, vale a dire il sistema degli asili “è più belli del mondo”, è invecchiata, ormai “vive di copyright” non si è innovata e per questo sarebbe lì lì per tirare le cuoia. Tali affermazioni,  pronunciate a FestaReggio davanti a una parlamentare reggiana che della questione dovrebbe intendersene e invece è rimasta imbambolata pur di fronte a tanta enormità, hanno fatto insorgere Mdp (la sinistra scissionista) e invece balbettare il Pd, mentre Crepet ha trovato insperate sponde nel centro e nella destra, che hanno colto la palla al balzo per punzecchiare l’amministrazione sul futuro di Reggio Children e per difendere il Crepet dalla bieca censura post-comunista.

Paolo Crepet

Paolo Crepet

La nostra opinione è che Crepet non abbia capito un fico secco di Reggio Children. Porre la questione “innovazione” come un feticcio in sè, in un mondo in cui l’innovazione è sì creatività, opportunità e cambiamento, ma in amplissima misura è anche omologazione consumistica e dittatura tecnoculturale, significa porre le fondamenta del disastro, in specie se si parla di bambini e di educazione.

Di conseguenza, prima di ogni altra cosa, bisogna mettersi d’accordo su cosa significhi “innovazione” nel caso del Reggio Approach e del pensiero di Loris Malaguzzi di cui Reggio Children – inventata negli anni Novanta sotto la spinta del padre putativo che non riuscì purtroppo a veder nascere la sua cratura – è depositaria.

Loris Malaguzzi

Loris Malaguzzi

E’ noto come il cuore della pedagogia di Malaguzzi siano i “cento linguaggi”, vale a dire la centralità del bambino nel processo educativo e nella crescita multiforme della personalità, in una società che vorrebbe condannarlo  a un percorso di vita linearmente grigio e acritico, in cui la maggior parte delle sue facoltà creative vengano messe in disparte e poco a poco dimenticate. Centralità del bambino in quanto tale, rispetto alle ideologie e ai costumi sociali, e i cento linguaggi come risposta radicale all’omologazione  e alla divisione tradizionale del lavoro. Una pedagogia di alto profilo, con ascendenze nobili nella Montessori e soprattutto nei Cemea francesi, non a caso nati durante l’effimero governo popolare del 1938. Pedagogia di rottura antistalinista, che incredibilmente si è affermata nella città più stalinista d’Italia proprio negli anni in cui in grandi amministrazioni targate Pci dettavano legge certi pedagogisti e assessori che (stalinisticamente) propugnavano la centralità della società nella crescita del bambino.

Il partito evidentemente non si era accorto dell’operazione rivoluzionaria, nel senso della libertà, realizzata da Malaguzzi nell’alleanza di pensiero con un grande sindaco come Renzo Bonazzi, e che prese forma nel sistema delle scuole dell’infanzia, diventato poi quello degli asili più del mondo grazie ai pedagogisti Usa, i quali a fine 1992 imposero la scuola Diana nella prima pagina di Newsweek, salvandola dalla demolizione.

(A proposito: l’asilo Diana è la dimostrazione lampante della superficialità di Crepet il quale, a sostegno delle proprie affermazioni, ha affermato che in Italia nessun grande architetto si cimenta con la scuola. Nonsi è accorto invece che dagli anni 60 in italia – centro non sempre – si prtica  la coprogettazione tra pedagogisti e architetti: una buona scuola non è esercizio da archistar, ma come il Diana – architettonicamente poverello, però immerso nel verde e caldo come una casetta di famiglia – deve essere ricca “dentro”, di valori,  cultura e creatività accumulate e rinnovate ogni anno da bambini, insegnanti e atelieristi. Questa è la logica dei cento linguaggi. Parentesi chiusa).

La novità mondiale del Reggio Approach fu che il concetto della centralità del bambino e della sua creatività prese forma concreta per la prima volta in un progetto, forse nato per caso dalle esigenze pratiche, di comunità educante: vale a dire una città che con le sue scuole, i suoi servizi, il coinvolgimento del corpo sociale e delle famiglie, diventava laboratorio pulsante e in progress della nuova pedagogia. Un caso unico al mondo, e che nel tempo è diventato sogno e icona  in tutti i continenti.

Loris Malaguzzi in uno dei primi asili di Reggio

Loris Malaguzzi in uno dei primi asili di Reggio

Reggio Children, e può confermarlo chi partecipò alla stesura e alla realizzazione del progetto, nacque essenzialmente per due esigenze: da un lato non disperdere la pedagogia di Malaguzzi e la sua implementazione pratica, dall’altro difendere il Reggio Approach dall’assalto degli opportunisti che intanto stavano spacciando i cloni in mezzo mondo. Di tanto saccheggio Malaguzzi si fece una malattia.

Tirate le somme a distanza di tanti anni, si può dire che la scommessa è riuscita, perché Reggio Children ha saputo dare continuità al Reggio Approach che, attraverso centinaia di asili e migliaia di insegnanti formate negli Usa, in Nord Europa in Asia, si è affermato come una delle grandi pedagogie di riferimento a livello mondiale. Senza Reggio Children e la caparbietà di chi ha costudito e sviluppato il pensiero di Malaguzzi, portando avanti la “comunità educante” tutto questo non sarebbe stato possibile.

Va da sè che Reggio Children non può essere un museo e deve camminare con i tempi, e non neppure prima dimiliti e difetti: ma è la sostanza dei cento linguaggi ad essere ancora oggi rivoluzionaria e portatrice di vera innovazione, rispetto a un mondo in cui il bambino è sin da piccolissimo rimbambito dalla tv, dai media digitali e dagli obblighi sociali, se poi non è la povertà di nuovo dilagante a renderlo subalterno e terrorizzato di se stesso.

Se oggi Reggio Children ha un problema, e evidentemente nessuno ne ha informato Crepet, esso si annida nel ventre generatore del Comune, che come Saturno divora i propri figli: l’istituzione è stata appesantita prima dal trasferimento di personale da altri settori, poi – è la questione più seria – le hanno caricato sulle spalle un mutuo multimilionario del centro internazionale Malaguzzi. Il risultato è che oggi Reggio Children deve pensare ad altro, e non ha le risorse necessarie per un piano di sviluppo di livello nazionale. Il problema va risolto in qualche modo, e presto, a patto che non siano le bamboline Winx.

La scelta giusta potrebbe essere l’istituzione del corso di laurea internazionale in pedagogia teorica e pratica, con una facoltà universitaria in lingua inglese, capace di attrarre studenti da tutto il mondo. Un progetto di grande respiro, per il quale non mancherebbero gli investitori e che in compenso avrebbe rientri straordinari.

In ogni caso, è bene essere consapevoli che il pensiero di Malaguzzi, e quindi Reggio Children, ormai hanno un orizzonte globale. Non appartengono più a Reggio. E questa città, come un buon genitore, deve sapere di non essere il padrone dei propri figli, ma l’arco capace di lanciarli verso il futuro.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

 

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2 risposte a Reggio Children, perché Crepet non ha capito niente

  1. carlo Rispondi

    04/09/2017 alle 12:39

    Bravissimo. Convengo in pieno.

  2. Roberta Vecchi Rispondi

    05/09/2017 alle 15:35

    Loris per sempre ,la sua mente era troppo avanti e’venuto a mancare troppo presto un vero peccato che non abbia potuto “godere “il frutto delle sue intuizioni e grazie Carlina x la vita dedicata alle scuole piu belle del mondo.grazie Vea e tutte le colleghe incontrate nell unico vero cammino lavorativo.

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