Quei campi emiliani dei reduci di Caporetto: ragioni e segreti della disfatta nel nuovo libro di Petacco e Ferrari

Arrigo Petacco e Marco Ferrari 10/9/2017 – In Emilia è stata scritta una niente affatto secondaria della disfatta di Caporetto: qui furono concentrati in diciassette campi “di riordino” i reduci della grande fuga. Campi dove la vita era molto dura: “gli sbandati di Caporetto” così li chiamavano, erano considerati quasi dei traditori. Tre di queste strutture erano nel territorio reggiano: a Scandiano, dove erano rinchiusi i Bombardieri, Correggio per i soldati delle Salmerie e Guastalla per il Genio. 

Tutto questo e molto altro viene rievocato nel nuovo lavoro di Arrigo Petacco e Marco Ferrari che firmano assieme “Caporetto: 24 ottobre-12 novembre 1917 storia della più atroce disfatta dell’esercito italiano” edito da Mondadori.

Dopo “Ho sparato a Garibaldi” i due scrittori si confrontano con il capitolo più delicato della Prima guerra mondiale.

La battaglia di Caporetto è diventata simbolo di disfatta nel linguaggio comune: la principale sconfitta dell’esercito italiano nella storia causò migliaia di morti e feriti, oltre a una quantità incredibile di prigionieri e sfollati. In occasione del centenario della battaglia di Caporetto del 24 ottobre 1917,

Arrigo Petacco e Marco Ferrari – mettendo insieme le rispettive competenze di storico e di narratore – raccontano nel saggio, che è anche un inedito reportage sui luoghi dello scontro, l’assurdità dell’atteggiamento italiano, gli errori degli alti comandi, la disumana vita di trincea, il massacro di migliaia di contadini analfabeti, le esecuzioni sommarie della truppa e la disordinata rotta.

Arrigo Petacco e Marco Ferrari

Arrigo Petacco e Marco Ferrari

Nella sua casa di Portovenere lo storico Arrigo Petacco spiega come mai Caporetto fu il massimo esempio dell’inefficienza dell’esercito italiano.

Cadorna e i suoi subalterni non si parlavano. Nelle lettere del generale si trova in anticipo una descrizione precisa di quanto sarebbe accaduto il 24 ottobre: lo sfondamento della piana di Plezzo verso Caporetto e lo sfondamento da Tolmino verso la stessa località. Mancò il piano di risposta. Perché? Probabilmente, viste le incomprensione tra generali italiani, non si gettò giù un programma di razionalizzazione delle forze in campo. Inoltre i generali consideravano i nostri soldati, gran parte contadini analfabeti, carne da macello: questo portò a oltre 650 mila morti in tutta la guerra. Nella sola battaglia di Caporetto si contarono 11.600 italiani morti, 30 mila feriti, 350 mila sbandati, 300 mila prigionieri e 400 mila profughi.

E se non ci pensava il nemico, bastava poco per finire davanti al plotone di esecuzione. I nostri soldati furono uccisi per mano amica, come hanno raccontato poi tanti reduci: gente che non sopportava di andare al macello per nulla, per conquistare una buca o una trincea, per fare avanzare la linea di difesa di qualche metro. Spesso si camminava su prati di cadaveri, specialmente nelle notti buie. Gente finita davanti al plotone di esecuzione per insubordinazione, insurrezione, sciopero, fuga o per puro caso. Alla fine delle dodici battaglie dell’Isonzo si può parlare di catastrofe umanitaria: tra caduti, feriti e prigionieri 160 mila italiani e 125.000 austro-ungarici”.

Quale fu la portata di questi processi dei tribunali militari verso i soldati italiani?

Durante l’intera Grande Guerra davanti ai tribunali militari comparvero 323.527 imputati di cui 262.481 in divisa (162.563 accusati di diserzione), 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Il 60 per cento dei processi si chiusero con la condanna degli imputati: 4.028 dibattimenti si conclusero con la pena capitale (2.967 con gli imputati contumaci). Quasi un decimo dei mobilitati subì indagini disciplinari”.

Come si svolgeva l’infernale vita di trincea?

Sul fronte erano operativi quattromila chilometri di trincee a cui vanno aggiunte le mulattiere, i sentieri, le strade, le teleferiche, le funivie. Era un paesaggio alpino in cui dovevano vivere uomini provenienti da tutta Italia, dal nord al sud, dalle isole alle grandi città. Gente che non aveva mai combattuto, visto che l’Italia non era in guerra da quaranta anni, escluso le esperienze coloniali. Su quelle montagne carsiche gli italiani costruirono la loro Grande Muraglia. La trincea diventò una officina della morte con gli uomini inchiodati agli sbarramenti, ai camminamenti, alla garitte, pochi metri in cui proliferarono malattia di ogni genere, in cui si convisse con i parassiti che impregnavano la pelle, i capelli e gli abiti, in cui si viveva nel fango, con i piedi nell’erba bagnata, in cui si moriva senza sparare un colpo, vittime di bombe e gas, schegge o colpi di cecchini”.

E’ vero che gran parte dei soldati che si salvarono da Caporetto e divennero sbandati furono inviati in campi in Emilia?

Subito dopo Caporetto furono organizzati dei campi di riordino di soldati italiani proprio in Emilia: Castelfranco Emilia per Fanteria, Mirandola e Luzzara per Artiglieria, Guastalla per il Genio, Copparo per il Correggio e le Salmerie, Scandiano per i Bombardieri e Crevalcore per i Reggimenti di marcia. Li chiamavano gli sbandati di Caporetto.

Al termine del conflitto la scure della vendetta calò sugli ex prigionieri nell’impero austro-ungarico. Imperava ancora la sindrome di Caporetto. La versione ufficiale parlava di diserzione di massa dei soldati che avevano causato la rotta. In realtà su 300 mila prigionieri (il doppio di quelli catturati fin dall’inizio del conflitto), presi in quei fatidici giorni di ottobre del ’17, molti non avevano combattuto preferendo arrendersi per avere salva la vita.

Così la colpa di Caporetto, anche a pace acquisita, cadde sui prigionieri di guerra, una moltitudine di disertori, considerati feccia umana, uomini deboli, appestati da cui restare lontani. I campi emiliani di riordino dopo Caporetto divennero campi di isolamento nel 1918. Il 30 ottobre il generale Badoglio diede l’avvio alla costruzione, da parte della Nona armata, di campi, ciascuno capace di ospitare 20 mila ex prigionieri. Il primo fu quello di Gossolengo, in provincia di Piacenza. Si partiva da campi intermedi di accoglienza, come a Como, per essere smistati ad alte strutture. Coloro che partivano via mare erano destinati a Bari o Ancona. Quelli via terra nei campi emiliani (Cento, Carpi, Castelfranco Emilia, Modena, Mirandola, Nonantola, Crevalcore, Vignola, Pavullo, Scandiano, Correggio, Guastalla, Gossolengo, Piacenza, Rivergaro, Parma, San Giovanni in Persiceto) e pugliesi (Bari, Barletta, provincia di Foggia). Ci furono rivolte, proteste e morti tra gli ex prigionieri. Soltanto il primo governo di coalizione presieduto da Francesco Saverio Nitti, entrato in carica il 23 giugno 1919, comprendente anche la sinistra, riuscì a redigere una vera amnistia in data 2 settembre del 1919.”

Quali le conseguenze della disfatta di Caporetto?

Il disastro fu l’effetto della mancanza di un piano strategico dei vertici militari, le cui conseguenze furono gravose: la ritirata, la pesante occupazione del Friuli e del Veneto e la violenza sulle donne, l’esodo della popolazione locale, il grave problema dei prigionieri italiani lasciati a morire nei lager dell’impero, il rientro in patria dei superstiti e l’ostruzionismo nei loro confronti, il doloroso recupero delle salme”.

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