Strage Bologna, il no di Lindo Ferretti
“Non credo alla pista fascista”

“Indagate sui palestinesi e su certi personaggi”

di Pierluigi Ghiggini

3/8/2017 – Nel giorno del 37 mo anniversario della strage di Bologna, mentre i famigliari delle vittime abbandonavano la manifestazione ufficiale al momento del discorso del ministro Galletti, il reggiano Giovanni Lindo Ferretti – musicista, autore, artista, drammaturgo, scrittore e contadino in montagna: una figura unica nel panorama culturale italiano – ha rilasciato una dichiarazione clamorosa, e controcorrente come si addice al personaggio,  contro la vulgata (che è anche verità giudiziaria) secondo cui la strage, per la quale sono stati condannati all’ergastolo Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, fu di marca fascista.

«Non credo alla pista fascista, non sono in sintonia con la mia città adottiva e non ho mai creduto alla responsabilità degli estremisti di destra – ha dichiarato Ferretti – Piuttosto, ricordo che in quel periodo i palestinesi avevano dei problemi con lo Stato italiano, ma non sono nemmeno state fatte le indagini appropriate su tre-quattro soggetti che si trovavano a Bologna in quel periodo…».

Giovanni Lindo Ferretti

Giovanni Lindo Ferretti

Il riferimento è chiaro e riguarda almeno Thomas Kram, il tedesco esperto di esplosivi del gruppo di fuoco del celebre terrorista Carlos. Come dimostrato da numerosi documenti, il 2 agosto 1980 Kram era Bologna, dove era arrivato il giorno precedente e aveva preso alloggio all’hotel City. Due giorni dopo va a Berlino Est dove incontra Carlos al nuovissimo hotel Palast, diventato quartier generale del gruppo durante la “crisi” della strage alla stazione di Bologna. C’è anche, detta tra parentesi, chi oggi ritiene di aver incrociato Carlos il 3 agosto al Palast, quando un giovane tedesco avvicinò in discoteca un turista italiano proponendogli di mettere una bomba nell’ascensore dell’hotel cinque stelle.

Alcuni anni fa il ricercatore Gabriele Paradisi  ha dimostrato che in sede di commissione parlamentare stragi-Moro , in particolare nella relazione di maggioranza, era avvenuta una inammissibile manipolazione a tavolino – penalmente rilevante – del fonogramma della polizia di Chiasso che informava dell’ingresso in Italia di Kram, avvenuto la mattina del primo agosto 1980  in treno dalla Germania : una trascrizione che falsificò il senso del fonogramma al fine  sostenere che Kram fu costretto a fermarsi a Firenze a causa dei ritardi dovuti alla perquisizione subita alla frontiera di Chiasso. Cosa, si è dimostrato, non vera. Kram voleva proprio fermarsi a Bologna, ma anche in commissione parlamentare è stato costruito un falso per di affermare il contrario,

Giovanni Lindo Ferretti, dunque,  si riferisce a fatti certi, ma insabbiati per non distogliere l’opinione pubblica dalla vulgata. Del resto fu il presidente Cossiga a invocare inutilmente la cancellazione del termine “strage fascista” dalla lapide commemorativa. Ed è utile ricordare che sono in molti, anche a sinistra e non certo da oggi, a non credere alla sentenza passata in giudicato su Fioravanti e Mambro quali autori materiali della strage.

L’indagine sulla pista palestinese aperta sin dal 2005 è stata chiusa dieci anni più tardi dai procuratori bolognesi Enrico Cieri e Roberto Alfonso: pur ammettendo che la presenza di Kram a Bologna il giorno della strage costituisce un «grumo residuo di sospetto», hanno  ritenuto tale elemento insufficiente «alla formulazione dell’accusa di partecipazione alla strage». I magistrati nondimeno hanno ammesso che il troppo tempo trascorso senza indagini efficienti ha costituito un enorme ostacolo alla ricostruzione di quella che anche in questi giorni il presidente Mattarella ha definito “tutta la verità” sulla strage.

2 agosto 1980: me maceria della stazione di Bologna

 

Sarebbe interessante conoscere se la Procura di Bologna abbia indagato, e come, sulla manipolazione avvenuta nella relazione di maggioranza (Pd) in commissione Moro: in questo caso non vi sono ostacoli temporali, la ricostruzione dei fatti operata da ricercatori indipendenti è completa e non lascia dubbi sulla volontà dolosa di alterare documenti e fatti.

Va sottolineato che elemento portate dell’archiviazione dell’inchiesta sulla pista palestinese era la non dimostrata esistenza del cosiddetto “lodo Moro”, la cui esistenza invece  è ampiamente nota a livello politico e oggi accertata anche attraverso un documento del 1978  letto in sede di nuova commissione Moro dallo storico Marco Clementi: documento subito secretato, non si sa mai. Dell’ esistenza del lodo Moro, peraltro, ha parlato anche di recente il capo della polizia Franco Gabrielli in un’intervista al Quotidiano Nazionale.

Per lodo Moro era un accordo raggiunto a metà degli anni Settanta tra i servizi segreti italiani e i fedayn  (in particolare Settembre nero di George Habbash) per mettere al riparo il Paese dal terrorismo palestinese (la strage di Fiumicino era del dicembre 1973) in cambio del transito delle armi e di un trattamento di favore per i “corrieri” in caso di guai con la giustizia.

Ora, secondo la ricostruzione della pista palestinese, la strage di Bologna fu una ritorsione per la pretesa violazione del lodo Moro da parte dell’Italia nel sequestro dei missili avvenuto a Ortona e l’arresto del giordano Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia di Habbash e ufficiale di collegamento col gruppo Carlos. Anche in questo caso vi furono avvisaglie e minacce da parte dei palestinesi,docui l’antiterrorismo di Santillo avvertì il governo, ma inutilmente.

Per tornare a oggi, nella protesta dei famigliari delle vittime del 2 Agosto (85 morti) confluiscono molte motivazioni, non ultime il non aver ricevuto alcun risarcimento a 32 anni dalla strage,  le lungaggini che ritardano il deposito all’Archivio di Stato degli atti processuali relativi alla strage, e la recente archiviazione dell’inchiesta della procura di Bologna  sui mandanti dell’attentato.

Viene da chiedersi come mai l’associazione dei famigliari, che peraltro ha un preciso orientamento politico, non avesse  reagito con la stessa fermezza di fronte all’archiviazione dell’inchiesta sulla pista palestinese, su cui si è pure creato una sorta di conflitto tra la magistratura felsinea e quella romana. Perchè, mentre Bologna metteva una pietra tombale sul fascicolo,   il gip di Roma Pierluigi Balestrieri affermava che la pista palestinese è basata su “una seria e attendibile piattaforma storiografica”:  si veda l’ordinanza di archiviazione della querela presentata dall’ex terrorista Thomas Kram nei confronti del giudice Rosario Priore, che in un’intervista del 2013 all’Huffington Post, lo avva definito quale membro del gruppo Carlos ed esperto di esplosivi.

La desecretazione del documento che attesta  l’esistenza del Lodo Moro offrirebbe materia per chiedere la riapertura delle indagini: potrebbe essere lì, oltre che negli atti del processo, la chiave dei segreti della strage di Bologna. E’ nell’interesse delle vittime e dei loro famigliari, oltrechè del bene supremo della verità, che cadano le barriere di Stato anche sulla pista palestinese. E’ quello che oggi chiede anche Giovanni Lindo Ferretti.

 

 

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *