Rimborsopoli in Regione, la Corte dei Conti condanna Monari (Pd) a pagare 518 mila euro, e Liana Barbati 102 mila

19/6/2017 – L’ex presidente del gruppo Pd nell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, Marco Monari, dovrà risarcire la Regione con 518mila euro. Lo ha stabilito la Corte dei Conti, che ha depositato le sentenze sui capigruppo in carica nella scorsa legislatura, citati a giudizio dalla Procura contabile per i rimborsi tra la fine del 2011 e il 2012.
Per Monari la richiesta di condanna era di 614mila euro; dopo di lui la cifra più alta dovrà risarcirla l’ex Idv Liana Barbati, già vicesindaco di Reggio,  102mila euro (147mila la richiesta), poi c’è l’ex Udc Silvia Noé (39mila, con 46mila di richiesta). Riduzioni importanti rispetto alle contestazioni per gli altri: Luigi Villani (Pdl) deve pagare 27mila euro e non 101mila, Roberto Sconciaforni (Fds) 13mila e non 89mila, Gianguido Naldi (Sel) 23mila e non 108mila, Andrea Defranceschi, ex M5S, 20mila e non 67mila; l’ex presidente del gruppo Misto Matteo Riva poco più di duemila, a fronte di una richiesta di 96mila. Tutti erano difesi dagli avvocati Antonio Carullo e Giulio Guidarelli.

Marco Monari, ex capogruppo del Pd in Regione

Marco Monari, ex capogruppo del Pd in Regione

 LA SENTENZA DELLA CORTE DEI CONTI

Tutti gli ex capigruppo della Regione Emilia-Romagna condannati dalla Corte dei conti per le ‘spese pazze’ (ovvero le spese pagate indebitamente con i soldi dei finanziamenti ai gruppi regionali) sono stati condannati per responsabilita’ amministrativa nell’accezione della ‘colpa grave’. Secondo i giudici contabili, da parte di ciascuno di loro c’e’ stato un “grave scostamento dalle elementari e chiare regole di gestione e rendicontazione” previste per le spese dei gruppi nei confronti della Regione Emilia-Romagna. A partire dalla mala gestio che si osserva nella rendicontazione (gli importi vengono spesso legati a semplici ‘autocertificazioni’, come nel caso di Marco Monari del Pd): mancano i giustificativi, oppure ci sono incongruenze tra quanto annotato e le spese poi effettivamente sostenute, ad esempio nel caso di alcune consulenze. Ma diverse spese non sono neanche pertinenti. Le condanne degli otto capigruppo si differenziano tra loro, anche a seconda delle contestazioni sollevate dalla difesa, ma ci sono una serie di motivazioni che sono comuni, da parte del collegio dei giudici, e ritornano in quasi tutte le sentenze. I giudici mettono in chiaro che “le attivita’ dei gruppi consiliari che possono essere finanziate con le risorse pubbliche sono strettamente collegate alle attivita’ istituzionali e di rappresentanza”. In sostanza, “solo le categorie di spesa afferenti al funzionamento e all’attivita’ del gruppo (comprese le spese di rappresentanza) possono trovare in quest’ambito legittimo finanziamento, posto che attribuisce al presidente la facolta’ di attestare gli esborsi rimborsabili, a condizione che siano congrui e riferibili a parametri oggettivi”. E per spese di funzionamento si deve intendere le “spese necessarie all’organizzazione interna del gruppo”, chiarisce la sentenza.

E ancora, a piu’ riprese i giudici sottolineano che esiste “un onere di rendicontazione nei confronti della Regione, nonche’ un dovere di vigilanza relativamente alla sussistenza di adeguata documentazione vistata dal Capogruppo”. A portare alla condanna degli otto ex capigruppo e’ stata invece una “deviazione dalle finalita’ pubblicistiche delle spese di cui trattasi”, cosi’ come “la loro omessa rendicontazione o la mancata documentazione in assenza di adeguata attestazione del Capogruppo”. Questi comportamenti, secondo i giudici contabili, “costituiscono un’evidente violazione, gravemente colposa, delle regole di gestione di fondi pubblici, cui corrisponde un palese danno erariale”. Per quanto riguarda il caso piu’ eclatante (Monari e’ stato condannato a risarcire alla Regione Emilia-Romagna 518.302,06 euro) i giudici osservano che per tante spese ci sono solo “mere autocertificazioni”, quindi in contrasto con l’obbligo di rendicontazione puntuale previsto dalla Regione. E ancora: “Diverse altre tipologie di spese contestate (es.: per pasti o per trasporti)- si legge nella sentenza- sono gia’ forfettariamente ‘rimborsate’ ai sensi degli artt. 16 (Rimborso spese connesse all’espletamento del mandato) e 17 (Trattamento di missione e rimborso spese di trasporto), vigenti all’epoca dei fatti contestati”. Per cui il rimborso non e’ dovuto.

Ancora: “Particolarmente ingente- scrivono i giudici- e’ la spesa per ‘beni vari’ (oltre 75 mila euro), ad esempio pc, telefoni, libri etc” e “tali spese non sono corredate da puntuale documentazione giustificativa”. E “neppure le spese per collaborazioni riguardanti consulenze (circa 45 collaboratori) risulta attestata da adeguata documentazione (ad esempio lettera o contratto d’incarico)”. Di fatto, “l’unica spesa, tra quelle giustificate, che puo’ ritenersi riconducibile alle ‘spese di funzionamento’ del gruppo – e dunque legittimamente rimborsabile – e’ la spesa per acquisto di quotidiani, pari ad euro 847,40”.

 

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