Fabio Storchi: “Impresa e lavoro uniti: ecco la mia via italiana alla partecipazione”

Venerdì 23 giugno al teatro Valli di Reggio Emilia, con inizio alle 14, 30, l’assemblea nazionale di Federmeccanica saluterà Fabio Storchi, che lascia il vertice dell’associazione allo scadere del mandato di quattro anni, ed eleggerà il nuovo presidente, il torinese Alberto dal Poz.

Tema dell’assemblea: “Fare insieme- Imprese, lavoro e società nella quarta rivoluzione industriale”. L’assemblea, presenti i più importanti industriali del Paese, sarà aperta dal presidente di Unindustria Reggio Emilia Mauro Severi. Dopo il saluto del sindaco Luca Vecchi, la relazione di fine mandato di Storchi e, a seguire, l’intervento del presidente neoeletto. Quindi saliranno sul palco i tre segretari generali di Fiom, Fim e Uilm (Maurizio Landini, Marco Bentivogli e Rocco Palombella) per un confronto col  direttore generale di Federmeccanica Stefano Franchi. A seguire i contributi di Stefano Paleari, presidente del comitato per Human Technopole e del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Conclusioni del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

Di seguito l’intervista che Fabio Storchi, patron di Comer Industries, ha rilasciato alla Voce di Reggio Emilia

“Rivoluzione 4.0: ecco la via italiana alla partecipazione. I miei quattro anni alla guida di Federmeccanica”

di Pierluigi Ghiggini

Presidente Fabio Storchi, domani – all’assemblea nazionale convocata al teatro Valli – lei lascerà dopo quattro anni la presidenza di Federmeccanica. Cosa porterà, tornando alla sua azienda, di queste esperienza? E quali risultati può mostrare oggi al gotha dell’industria italiana?
E’ stata certamente un’esperienza di grande interesse. Credo di aver avuto successo nella sfida di portare avanti un’idea di rinnovamento dell’impresa, chiamata a cooperare in un contesto profondamente diverso dal passato, con le tecnologie e nel nuove regole del gioco che stanno cambiando veramente tutto. Siamo riusciti a modificare un assetto contrattuale che risaliva al 1993, abbiamo introdotto prassi e regole nuove con l’obiettivo di dare alle imprese italiane l’opportunità di rilanciarsi. arrivavamo da una situazione di crisi devastante, col prodotto diminuito del 30% , col 25% delle imprese lasciate sul campo e 250 mila posti di lavori perduti. Abbiamo lavorato per ricreare le condizioni per guardare con fiducia al futuro e creare nuova occupazione.
E ce l’ha fatta?
Penso di sì. Abbiamo affrontato il discorso di un progetto nuovo per l’impresa, per il lavoro e per il Paese al nostro interno e insieme al sindacato.
Da tempo lei sostiene una visione dell’impresa come comunità, nella quale il paradigma della lotta di classe venga sostituito da una logica partecipativa. Questa idea è passata o no?
Parliamo proprio di una nuova logica partecipativa, di una via italiana alla partecipazione. Abbiamo condiviso all’interno della nostra categoria la necessità di una innovazione a 360 gradi, necessaria per restare sul mercato e competere in un modo che cambia a grande velocità. E al tempo stesso abbiamo affrontato il tema con il sindacato: è stato un grandissimo lavoro di condivisione del nuovo contesto e di conquista di una consapevolezza comune degli scenari futuri. Lo dico senza falsa modestia, anche perché questo risultato è merito davvero dell’impegno di tutti.

Fabio Storchi

Fabio Storchi

Appunto, parliamo del nuovo contratto di lavoro: il primo firmato unitariamente da Fiom, Fim e Uil dopo anni di scontri e divisioni. Quanto tempo ha impiegato per far vincere la svolta?

E’ un processo durato almeno quindici mesi. C’è voluto un anno pieno, dal novembre 2015 al novembre 2016, per arrivare alla firma del contratto, ma i contatti erano cominciati già a metà del 2015: un anno e mezzo per condividere questo nuovo metodo e lo scenario della quarta rivoluzione industriale, in cui saremo tutti chiamati ad operare. se non avessimo creduto in questo lavoro di condivisione, non saremo mai riusciti a colmare le distanze enormi che ci dividevano.

Ma cosa cambia con questo nuovo contratto del settore metalmeccanico?
Il fatto essenziale è che per la prima volta abbiamo condiviso una visione basata su due pilastri: l’impresa come bene di interesse comune per la società italiana, in quando genera ricchezza, lavoro e sviluppo, e quindi è un bene che va tutelato. E l’altro pilastro, quello della centralità della persona nell’azienda: l’unico fatto in grado di gestire la complessità tecnologica. Centralità della persona e del lavoro. E in questo si riconosce la formazione  come elemento fondamentale.  In definitiva, o si lavora tutti nella stessa direzione in uno spirito di partecipazione, oppure l’azienda non avrà successo. Guardiamo alla condivisione di obiettivi tra impresa e lavoro basata su una partecipazione creativa delle persone per portare avanti la visione di una fabbrica bella, sicura, trasparente, sostenibile e a misura d’uomo.
Perchè non puoi chiedere la partecipazione se non crei un habitat perchè la persona, i collaboratori possano esprimersi al meglio.
Bisogna ammettere che è un bel cambiamento. In ciò si è rivelato essenziale il coraggio di decidere, anche da parte dei sindacati che sono riusciti a superare i vecchi contrasti, dimostrando con la firma del contratto che è davvero cominciata una fase nuova.

In questa sua riflessione si sente l’eco della dottrina sociale della Chiesa…
Certamente c’è un aspetto della cultura sociale cattolica, che entra in sintonia con quanto afferma Papa Francesco, ma c’è anche tutta una visione anglosassone sulla gestione delle risorse umane, tipica dei grandi gruppi americani, inglesi e nordeuropei. Un modello che funziona e che può aiutarci a costruire la via italiana alla partecipazione nell’impresa: per molteplici ragioni, la cogestione alla tedesca non fa per noi, ma per progredire e non affondare abbiamo bisogno di costruire un modello inedito basato sull’intesa e la partecipazione creativa.

Il leader della Fiom Maurizio Landini parlerà venerdì dal palco del Valli insieme agli altri segretari di Fim-Cisl e Uilm. E’ un fatto storico per un’assise confindustriale. Quanto ha contatto, nel dialogo e infine nella firma del contratto, il fatto di essere entrambi di Reggio?
Guardi, con Landini ha contato molto la credibilità del nostro approccio: ci sono stati anche momenti difficili nella trattativa, ma non abbiamo mai abbandonato il tavolo. Dalla contrapposizione siamo arrivati alla comune volontà di chiudere un accordo.

Quindi nessun patto dei cappelletti?
Ah, lo abbiamo fatto però dopo, a contratto concluso, festeggiando in un buon ristorante delle nostre parti.

Parliamo dello stato dell’economia. Mario Draghi afferma che la crisi è finita. Lei conferma questo giudizio?
I numeri del Pil dimostrano che la ripresa è in atto: in Europa l’aumento oscilla tra l’1,5 e l’1,7%: In Italia siamo sotto, ma i valori di stima del primo trimestre mostrano un incremento dell’1,2%. Ciò significa che abbiamo imboccato la direzione giusta.
La svolta è nella ritrovata fiducia delle imprese, grazie anche  al provvedimento Industria 4.0, la legge del ministro Calenda – che domani sarà alla nostra assemblea – grazie alla quale assistiamo a un forte rilancio degli investimenti tecnologici: parliamo di un +22% di investimenti in impianti e macchinari, Una cifra che non si vedeva dai tempi pre crisi. L’aumento è sorprendente, e nessuno se lo aspettava in queste dimensioni: si è attivato un ciclo economico favorevole, e infatti l’industria meccanica sempre nel primo trimestre ha registrato un +3,9%, l’export +9%.
Questo è un esempio di quello che deve fare il nostro governo, senza perdersi negli scontri quotidiani sui provvedimenti politici di scarso rilievo. Insomma, mettere di più l’impresa al centro del rilancio economica, approffittando dell’aumento del commercio internazionale e del fatto che Paesi come la Russia e il Brasile stanno uscendo da una lunga congiuntura negativa.

 

Quali sono i punti deboli dell’Italia su cui agire subito?
Una spending review molto più incisiva: quello che si è fatto non è sufficiente a ridurre il debito. Non possiamo accontentarci di contenere l’aumento, ma dobbiamo ridurre il debito pauroso che opprime il Paese a causa di una macchina pubblica che consuma molto di più delle risorse incamerate.
L’altro tema è la finanza: le banche sono bloccate dalla massa di crediti incagliati o inesigibili, e intanto devono rispettare i ratio. Per l’Italia questa è una palla al piede che può pregiudicare ogni segnale di crescita. Vanno trovate soluzioni di risanamento nei tempi più rapidi possibili.

Non pensa che sia il momento giusto di impegnarsi anche per il suo territorio, magari candidandosi a sindaco di Reggio?
Lei sa che ho dato il mio contributo su piani diversi, e con grande soddisfazione.  D’altra parte sono convinto che quando si è ricevuto tanto, si debba anche restituire. Nell’immediato, penso che avrò bisogno di un momento di riflessione sull’età, sulle cose che ho realizzato e quelle ancora da realizzare. Poi farò un piano di lavoro.
Per quanto riguarda la politica, la risposta è netta: le mie caratteristiche non si conciliano con la politica, sia pure di tipo amministrativo. Sono nato come imprenditore, formato al governo dell’impresa. Non è nelle mie corde fare l’amministratore pubblico. Tenderei a escludere questa possibilità.

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Una risposta a 1

  1. carlo Rispondi

    27/06/2017 alle 08:22

    Intorno al modello di cogestione tedesco sarebbe forse meglio approfondirne i risultati e la sua struttura, prima di escluderla a priori. Ed ancora una riflessione sul capitalismo qualche modifica andrebbe effettuata, sia intorno alla ripartizione del reddito, che non può essere solo di chi investe capitali, ed ancor più sulla gestione dell’impresa, che non può essere solo esclusiva di chi detiene la proprietà.

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