Aemilia, Brescia racconta la sua verità
“Io con le istituzioni ci lavoravo”

“Agli Antichi Sapori parlammo di crisi e discriminazioni”

1/6/2017 – “Io con le istituzioni ci lavoravo: non avevo nulla contro il Prefetto e contro nessuno”. Lo ha dichiarato ieri po0meriggio l’imputato del processo Aemilia, Pasquale Brescia, noto imprenditore  imprenditore edile e titolare del ristorante Antichi Sapori di Gaida, a proposito della cena che si svolse nel suo locale il 21 marzo 2012. Brescia accusato di associazione di stampo mafioso, è in carcere preventivo dal gennaio 2015.

Interrogato i nell’udienza che  svolta nel Tribunale di Reggio, Brescia ha ribadito la versione secondo cui l’appuntamento – organizzato a parere degli inquirenti per studiare una strategia di discredito dell’allora prefetto Antonella De Miro – aveva invece lo scopo di evidenziare pubblicamente le difficolta’ economiche di molti imprenditori calabresi e soprattutto la presunta “discriminazione” nei loro confronti. Brescia, ha spiegato che ospito’ l’iniziativa nel suo locale (peraltro frequentato da diversi esponenti delle forze dell’ordine come l’ex questore di Reggio Gennaro Gallo, l’allora vice-questore Cesare Capocasa, e il poliziotto Domenico Mesiano, autista del questore, gia’ condannato a otto anni e sei mesi al processo Aemilia sui riti alternativi) perche’ anche lui sentiva di essere discriminato. “Sono venuto qui da ragazzino. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto grazie alle mie capacità e grazie anche a questa città che mi ha offerto tante possibilità. Ma non meritavo di essere discriminato in quanto sui giornali apparivano notizie sulla ‘ndrangheta e si generalizzava su tutta la comunita’ calabrese senza mai fare un nome o un cognome, tranne i vertici che io non ho mai conosciuto e non sapevo neanche chi erano. Perchè discriminare senza fare nomi e cognomi e poi magari li allontanavano?”.

Il costruttore Pasquale Brescia, in una foto prima dell'arresto

Il costruttore Pasquale Brescia, in una foto prima dell’arresto

Brescia ha continuato: “Mia figlia studia giurisprudenza e vuole fare il giudice: pensate se potrebbe mai esserci un padre mafioso e una figlia giudice: assurdo”. Insomma: “Mi hanno messo un vestito che non è della mia misura e che non riesco a portare perchè non ho fatto nulla di illecito”, afferma l’imputato. In merito all’associazione di imprenditori edili calabresi Aier, di cui ha fatto parte, l’interrogato precisa: “C’erano anche imprese reggiane. Li’ il discorso non era per denunciare le cose contro i calabresi, ma per la crisi e l’invenduto che iniziavano a vedersi”.

Brescia ha infine negato di aver avuto rapporti di affari con i boss della ‘ndrangheta coimputati. A proposito di Nicolino Sarcone, considerato uno dei capizona del clan, dice: “Era una semplice conoscenza. Da lui che viene indicato come capo qui a Reggio Emilia non ho comprato neanche un centesimo”. Mentre sul collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio afferma: “Non lo conosco assolutamente. Ho conosciuto suo fratello, Giulio, in carcere”.

IL LIBRO DI MIGALE ACQUISITO AGLI ATTI

Negli immensi faldoni degli atti del processo Aemilia di Reggio finisce anche un libro. Si intitola “Cutro-Reggio Emilia. Dall’emigrazione alla crisi economica”, scritto da Antonio Migale, edito da Csa Editrice. Il testo e’ stato oggi acquisito agli atti su richiesta dei legali dell’imputato Pasquale Brescia. Il volume dopo aver raccontato la storia degli emigranti del paese calabrese a cavallo degli anni ’60 e ’70 sottolinea che “a partire degli anni ’90 la comunita’ cutrese viene messa sul banco degli imputati. Cresce una forma di razzismo indotta dalla paura delle infiltrazioni della ‘ndrangheta, che e’ andata negli anni aumentando e che l’autore cerca di analizzare”.

LA LETTERA DAL CARCERE: BRESCIA ATTACCA IL DIFENSORE DI VECCHI

E’ stata a tratti concitata l’udienza di ieri pomeriggio del processo Aemilia in corso a Reggio, in cui e’ stato interrogato l’imputato Pasquale Brescia. Lo stesso imprenditore, alla sbarra anche nel processo Aemilia bis di Bologna per la lettera con minacce inviata al sindaco Luca Vecchi, ha fatto  proprio riferimento a quell’episodio dell’1 febbraio del 2016.

Brescia, parlando delle discriminazioni contro la comunita’ calabrese di Reggio ha attaccato il difensore del sindaco, che in Aemilia bis e’ parte civile. Secondo l’imputato “ieri ha detto una frase che mi turba ancora continuando con le discriminazioni: ha detto che l’unica colpa di Vecchi e’ che aveva sposato una donna calabrese (l’ex dirigente all’Urbanistica di piazza Prampolini Maria Sergio, oggi dirigente nello stesso settore del Comune di Modena, ndr). E se era siciliana o campana? Cos’e’ un delitto?”, si infervora Brescia.

All’imputato ribatte il Pm Beatrice Ronchi: “A parte che si tratta di un altro processo, i fatti riportati dall’imputato sono andati in altra maniera: l’avvocato delle parte civile ha fatto tutt’altro percorso logico con tutt’altro significato. In questa sede sono riportati fatti non precisi”. A riportare l’ordine e’ allora il presidente della corte Francesco Caruso: “La chiudiamo subito qui”. Per la lettera indirizzata a Vecchi è  stata chiesta per Brescia, nel processo aemilia bis in corso a Bologna,  una condanna a tre anni e quattro mesi, mentre  il sindaco ha avanzato una richiesta di risarcimento per 80.000 euro.

FONTE : AGENZIA DIRE

 

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2 risposte a Aemilia, Brescia racconta la sua verità
“Io con le istituzioni ci lavoravo”

“Agli Antichi Sapori parlammo di crisi e discriminazioni”

  1. Fausto Poli Taneto Rispondi

    01/06/2017 alle 22:02

    E adesso le istituzioni, chi le imputa ?

  2. Fausto Poli Taneto Rispondi

    01/06/2017 alle 22:08

    Istituzioni a braccetto con associazioni di costruttori interdette per andrangheta + costruttori made in Reggio. Mitico consiglio comunale.

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