Sgozzato per una fuga d’amore
Storia di oscurantismo dietro il delitto di Fabbrico
Pakistano in manette, si cercano altri killer

11/5/2017 – Massacrato a coltellate la stessa sera della programmata fuga con l’amata. A tendere la trappola che ha portato alla terribile morte Waqas Ahamed, pachistano di 22 anni, la sera 14 febbraio 2014 a Fabbrico, sarebbe  stato lo stesso amico intimo che fino a pochi giorni prima lo aveva aiutato segretamente  in quella relazione, impossibile per le usanze di una comunità pakistana molto chiusa e oppressiva, e che i familiari della ragazza mai avrebbero accettato.

Questo in sintesi il quadro emerso nei tre anni di complesse indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Reggio Emilia sotto la direzione del sostituto procuratore di Reggio Emilia Giacomo Forte, che ha richiesto ed ottenuto dal GIP Angela Baraldi un ‘ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Mustafa Ghulam, 45 anni, domiciliato a Casalecchio di Reno dove lavora, amico della vittima e parente stretto della ragazza di cui al momento si sono perse le tracce. La famiglia ha lasciato l’Italia non appena le indagini si msono fatte stringenti: gli inquirenti sospettano che siano i genitori stessi i mandanti, se non gli esecutori materiali, dell’omicidio.

La vittima Waqas Ahmed

La vittima Waqas Ahmed

L'arrestato Mustafa Ghulam

L’arrestato Mustafa Ghu

Il pakistano Mustafa Ghulam ora si trova in carcere alla Pulce con le accuse di omicidio doloso aggravato e soppressione di cadavere, in concorso con ignoti . I carabinieri lo hanno  arrestato all’alba di questa mattina a Fabbrico.

I risultati dell’indagine, il primo cold case sbrogliato dal Nucleo investigativo reggiano a distanza di oltre tre anni dal delitto, grazie anche  al rafforzamento degli organici passati da 7 a 21 uomini, sono stati illustrati dal comandante provinciale dei Carabinieri colonnello Antonino Buda e dal sostituto procuratore Giacomo Forte, presenti il tenente colonnello Alessandro Domenichino (comandante del Reparto operativo provinciale) e dal comandante dell’Investigativo maggiore Emilio Bosini.

La storia di questo assassinio – raccontata con dovizia di particolari dal dottor Forte, è degna di un feuilleton ottocentesco:  lo scenario oscurantista di una persecuzione e poi di un feroce delitto maturati in in una comunità di emigrati  in cui domina ancora la cultura di un controllo ferreo sulle donne e i giovani, non ammettendo ribellioni nè deroghe alla legge del clan famigliare.

Il povero Waqas, arrivato a Fabbrico nel marzo 2013, era clandestino: era dovuto fuggire da Mirza Thair, cittaà del Punjab,  perché si era rifiutato di spostare una cugina, come invece  voleva la sua famiglia che aveva già combinato il matrimonio.

A Fabbrico  una ragazza pachistana, all’epoca minorenne,  e di cui non è stato rivelato il nome, si  innamora di lui, pur non potendolo neppure vedere di persona. A un certo punto decidono di fuggire, non si sa dove. Lui sparge per tempo la voce che sarebbe andato via dall’Italia, in realtà l’appuntamento dei due innamorati in fuga era davanti alla chiesa di Fabbrico la sera di San Valentino del 2014. . Ma il tradimento di Mustafa Ghulam che – pur sposato con figli in Pakistan – si era invaghito di lui e non voleva perderlo, gli costa la vita: la sera stessa viene sequestrato, seviziato, accoltellato all’addome e sgozzato, infine denudato – segno di supremo disprezzo nella cultura pakistana – e seppellito sotto poca terra ai margini del paese. viene  ritrovato esattamente tre mesi dopo, il corpo in decomposizione, durante i lavori di costruzione di un parcheggio della Argo Tractor (ex Landini) . C’erano rimaste solo le ossa e brandelli di pelle: l’identificazione è avvenuta attraverso il Dna.

Il recupero del cadavere sepolto nel campo di via Cascina a Fabbrico

Maggio 2014: il recupero del cadavere sepolto nel campo di via Cascina a Fabbrico

Da notare che lo zio aveva denunciato la scomparsa solo alla fine di aprile, a seguito delle pressioni del padre del ragazzo (emigrato in Grecia) che non si dava pace. E in maggio, poche ore prima del rinvenimento del cadavere, si era presentato ai carabinieri di Fabbrico per chiedere informazioni. Però era accompagnato da un amico: era proprio il padre della ragazza. E da quella labile traccia il Nucleo investigativo di Reggio ha ripreso in mano le indagini, riannodando con pazienza i fili della vicenda, a cominciare dall’identificazione di tutte le ragazze pakistane di Fabbrico e procedendo così per esclusione. Il tutto scontrandosi con un clima di omertà degno di altri tempi: lo stesso indagato, ora in carcere,  non ha voluto rivelare dove sia attualmente la ragazza, che oggi ha vent’anni. La famiglia ha abbandonato precipitosamente Fabbrico non appena il cerchio delle indagini ha cominciato a stringersi, e ora si troverebbe in Inghilterra. Un’emigrazione quanto mai sospetta, perché la famiglia era fra le più benestanti fra i pakistani di Fabbrico. Viveva in una casa di proprietà e il padre guadagnava molto bene negli allevamenti, anche quattromila euro al mese: perché allora andarsene? E’ quanto basta per dare solidità ai sospetti degli inquirenti.

Le indagini sono statate particolarmente complesse, soprattutto dal punto di vista informatico, per recuperare i post del profilo Facebook dell’arrestato attraverso il quale la ragazza, col nickname GVR, poteva scambiare messaggi con Waqas e anche parlargli attraverso Skype o whatsapp. Mustafa poteva fare da chaperon perché come parente e intimo della famiglia frequentava liberamente la casa dell’innamorata, che peraltro non poteva possedere un telefonino. Ma Waqas aveva dato per lei a Mustafa lo smartphone Samsung col quale era arrivato in Italia, in modo che la ragazza potesse scambiare i messaggi con lui.

I carabinieri hanno anche interrogato decine di stranieri, svolgendo una imponente attività di carattere tecnico e telematico, anche con una rogatoria internazionale effettuata negli Usa e in collaborazione con le competenti autorità consolari, per l’acquisizione e l’analisi di numerosi profili Facebook. Tutto dicevamo,  in uno clima di oscurantismo e nel deserto collaborativo della comunità pakistana e anche delle autorità di Karachi, per le quali il caso è chiuso da tempo. L’unico a sfuggire a tale logica è uno zio che vive in Norvegia e al quale Waqas aveva confidato tutto, anche l’intenzione di sposare la ragazza perdutamente innamorata di lui. Questo parente non ha mancato di fornire ai carabinieri tutta la collaborazione necessaria, e per queso è anche venuto in Italia.

In definitiva, il movente del delitto è la  fuga d’amore: un amore impossibile, pagato con la vita. E’ chiaro che si teme anche per la vita della ragazza. Una vendetta provocata dalla gelosia di Mustafa, che con la fuga avrebbe perso anche la sua “fiamma” omosessuale. Sino all’ultimo aveva coperto l’amico e la ragazza, ma il giorno programmato per la fuga dei due, il San Valentino di tre anni fa, all’ultimo momento ha rivelato tutto ai genitori di lei, forse per proteggere prima di tutto se stesso dalle ire della famiglia, e in questo modo consegnando Waqas ai suoi carnefici. Nella stessa serata, l’assassinio.

Forse Mustafa forse non eseguì materialmente al delitto, tuttavia gli inquirenti nutrono la ragionevole certezza che ne sia stato complice e che fosse presente, almeno quando Waqas è stato denudato e seppellito. Aveva comunque il telefono Samsung bianco con cover nera usato dal giovane. Subito dopo il delitto ha cancellato da facebook tutti i post e le fotografie  compromettenti, dal suo profilo e dal quello di Waqas di cui aveva la password. Compresa la foto della campagna ai margini di Fabbrico dove fu seppellito il ragazzo. E quando ha avuto sentore di essere nintercettato, ha cambiato la sim card con una intestata a una persona sconosciuta.

 

 

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