Aemilia, il calciatore Iaquinta sbotta in aula
“Questo processo è una tortura”

16/5/2017 – C’e’ stato anche un momento concitato, questa mattina nel tribunale di Reggio, dove nell’aula del processo Aemilia e’ stato interrogato come imputato l’ex campione di calcio Vincenzo Iaquinta.
Che in un passaggio si è lasciato prendere dall’emozione e si e’ sfogato dicendo: «Non vedo il motivo per cui sono qua in un processo di ‘ndrangheta con cui non c’entro niente. E’ una tortura ogni giorno per me e la mia famiglia». Poi rivolto alla Corte ha aggiunto: «Non ce la faccio piu’. Rispondo alle domande ma sono domande che non hanno senso, assurde».
Il presidente del collegio giudicante Francesco Maria Caruso ha proposto all’imputato di interrompere per qualche minuto per calmarsi- Iaquinta ha rifiutato- per poi però  ammonirlo: «Questo è  un esame- ha detto Caruso- non è fatto per sfogarsi. Se vuole in seguito potra’ rilasciare dichiarazioni spontanee».

L'interrogatorio di Giuseppe Iaquinta

L’interrogatorio di Giuseppe Iaquinta

Comunque, Vincenzo Iaquinta si è difeso a spada tratta dalle accuse su presunti rapporti con la cosca Grande Aracri: mai conosciuta la consulente fiscale bolognese Roberta Tattini,  e la foto sul cellulare della donna, che la ritrae insieme all’ex calciatore, sarebbe “un fotomontaggio” usato per una “strumentalizzazione”.  L’episodio sui cui l’ex campione è stato sentito è relativo a un  incontro avvenuto il 19 giugno 2011 in un bar di Gualtieri con Tattini, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dalle intercettazioni della Dda risulterebbe che l’appuntamento sarebbe stato organizzato per lo scambio di un pacco milionario di soldi. Ma Iaquinta si è smarcato con determinazione: «Non ho mai conosciuto ne’ sentito Tattini, anche se è vero che quando facevo il calciatore scattavo foto con chiunque senza sapere nemmeno chi sono». Su un punto però l’imputato è sicuro: la fotografia esibita dalla Corte di lui con la donna è un falso. Nello scatto il calciatore è vestito con sandali, pantaloncini e maglietta a maniche corte. «Ma io – dice Iaquinta junior- al bar non ci vado vestito così». Tanto piu’ che quel giorno era di ritorno da un matrimonio, con indosso ben altri vestiti. Sui sandali l’imputato fa poi notare: «Li ho comprati nel 2014 e non potevo quindi indossarli». Infine sbotta: «Io e mio padre siamo innocenti. Guadagnavo 3 milioni di euro l’anno: non avevo certo bisogno dei soldi della ‘ndrangheta».
Interrogato sulla vicenda, anche lui nell’udienza di ieri, Iaquinta padre ha tagliato corto: «Non ho mai avuto a che fare con Roberta Tattini. I miei affari li ho sempre fatti da solo in modo pulito e corretto».
A proposito della cena del marzo 2012 al ristorante Antichi Sapori, l’impresario Giuseppe Iaquinta (padre del calciatore Vincenzo) ha teso a smontare il teorema della procura: «Sono arrivato in ritardo e saro’ rimasto al massimo un quarto d’ora. E Giuseppe Pagliani non sapevo nemmeno chi era, l’ho conosciuto li».
«Due mesi dopo- ha continuato Iaquinta padre- è  stato tolto il porto d’armi a me che sono calabrese, mentre a chi mi stava seduto accanto, che e’ un reggiano no».
L’imputato, in merito all’esclusione dellla sua azienda edile dalla white list, ha aggoiunto: «Che sarebbe avvenuto me lo disse un giornalista il giorno prima. Io controllai con il mio commercialista ed era tutto a posto».
(Fonte: agenzia Dire)

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Una risposta a 1

  1. Merda che cola Rispondi

    17/05/2017 alle 14:27

    Chi disprezza compra.Solo se ha i soldi..

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