Processo Aemilia, teste minacciato
Gli imputati detenuti escono dall’aula
Passerella delle istituzioni, un tempo distratte e oggi antimafia

19/4/2017 – Protesta degli imputati detenuti ieri mattina al processo Aemilia che, dopo l’audizione di un teste protetto da un paravento, hanno deciso di non assistere all’udienza, dove hanno tenuto banco  e si sono fatti riaccompagnare in carcere.
Un ex operaio, parte civile nel processo, della ditta ha affermato di non voler parlare in quanto ha  ricevuto minacce da parte di alcune persone, con ogni probabilità calabresi. L’operaio ha ammesso di avere paura.
Dopo tali affermazioni ha preso la parola  uno degli imputati, Gaetano Blasco: «Nessuno di noi ha tentato di intimidire il testimone. Non siamo delinquenti come pensate, non siamo bestie. Questa non e’ una procedura corretta”, con riferimento al paravento posto a protezione del teste. Zittito dal presidente Caruso, Blasco ha tentato di intervenire nuovamente ma è stato portato via dagli agenti penitenziari. Poco dopo anche gli altri imputati si sono accodati e hanno deciso di non voler assistere all’udienza:
«Abbiamo capito qual è  il finale che vuole mettere a questo processo», ha detto uno dei detenuti rivolgendosi al presidente del Tribunale.

Francesco Maria Caruso

Francesco Maria Caruso

Per i difnesori degli imputati,  l’operaio si sarebbe contraddetto e non sarebbe attendibile.  Nondimeno i giudici in camera di consiglio hanno ritenuto attendibili le denunce sulle minacce ricevute e hanno ammesso per questo agli atti il verbale delle “sommarie dichiarazioni” rese dal testimone in precedenza.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

IL GIORNO DELLE ISTITUZIONI

Al processo Aemilia è stato il giorno delle istituzioni. Ad uno ad uno, a partire dall’assessore regionale alle Politiche per la legalità Massimo Mezzetti e dal presidente della Provincia di Reggio Emilia Giammaria Manghi, sul banco dei testimoni nell’aula-bunker allestita nel cortile del Palazzo di giustizia hanno iniziato a sfilare i rappresentanti degli enti locali che si sono costituti parte civile.

AEMILIA CORTESE

Oltre alla Regione ed alla Provincia,  che si è costituita in nome e per conto di tutti i Comuni reggiani, ieri è stato il turno anche dei cinque Comuni che si sono costituiti singolarmente con il patrocinio dell’avvocato Salvatore Tesoriero del Foro di Bologna: Bibbiano, Brescello, Gualtieri, Montecchio e Reggiolo, rappresentati in aula dai rispettivi sindaci (dal commissario prefettizio nel caso di Brescello).
Primo rappresentante delle istituzioni reggiane a deporre, il presidente della Provincia Giammaria Manghi che ha ricordato di essere stato informato dall’allora colonnello provinciale dei carabinieri Zito della maxiretata da poco compiuta.
«L’impatto fu molto forte sulle istituzioni e sui cittadini e all’indomani del blitz decisi di convocare subito per sabato 31 gennaio un’Assemblea dei sindaci, terzo organo previsto dalla legge di riordino delle Province, per una riflessione comune su quanto accaduto e sul danno molto forte che la comunità stava subendo – ha detto  il presidente Manghi – Fu una riunione estremamente partecipata e sentita, aperta da un saluto del prefetto Ruberto alla presenza di 42 degli allora 45 sindaci reggiani, che si chiuse con un documento  approvato all’unanimità nel quale, oltre a ribadire i principi di legalità e di civile convivenza  su cui si fonda l’identità del nostro territorio, si decideva di valutare la costituzione di parte civile per il danno ingente che la comunità reggiana stava subendo».
Il presidente  Manghi si è quindi soffermato proprio sulla definizione del danno che avrebbe poi spinto la Provincia e cinque Comuni – oltre al Comune capoluogo ed alla Regione – a costituirsi parte civile al processo Aemilia. «Un danno di immagine certamente, penso a titoli come “Qui le mafie hanno trovato l’America” o “Il sacco di Reggio: le mani delle cosche sulla città”, oltre ad un diffuso allarme sociale, ricordo che nelle testimonianze che via via si evincevano si parlava anche di bazooka, detonatori, bombe a mano…».
«Ma il vulnus riguardò anche gli strumenti fondativi del nostro tessuto istituzionale, a partire dallo Statuto della Provincia di Reggio Emilia che già nella precedente versione si riconosceva nei valori della Resistenza, della nostra Costituzione e nella lotta contro ogni forma di eversione e che, anche dopo la modifica statutaria del 2015, all’articolo 5 impegna l’ente  ad agire all’insegna della trasparenza e della prevenzione della diffusione dei fenomeni corruttivi- ha detto ancora il presidente Manghi –  Infine, aspetto altrettanto grave, l’evidente tentativo di codificare uno Stato ombra eversivo avente l’intento di sostituirsi allo Stato democraticamente eletto».

MANGHI: L’INTERDITTIVA ALLA BACCHI UN CAMPANELLO D’ALLARME
Il presidente Manghi ha poi ricordato l’impegno anche normativo con il quale la Provincia, “anche prima della mia presidenza e dunque ben prima dell’operazione Aemilia”, si è sempre impegnata nell’azione di contrasto ai tentativi di infiltrazione mafiosa: “Dai Protocolli per la legalità avviati, in particolare nel settore degli appalti pubblici, già nel 2010 in stretta sinergia con l’allora prefetto De Miro allo schema di parere sulle varianti urbanistiche raccomandato dalla Provincia ai Comuni dal 2012, in cui si richiamavano iniziative analoghe alle informazioni antimafia”.
Rispondendo a una domanda del presidente del Tribunale, Francesco Maria Caruso, finalizzata a sapere se e come anche prima dell’operazione Aemilia le istituzioni avessero avuto sentore di tentativi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata,   il presidente Manghi ha citato “come primi campanelli d’allarme nel 2011 la lunga e complessa vicenda legata all’interdittiva alla Bacchi, una azienda molto conosciuta nella Bassa, e alcuni casi di incendi, in particolare il maxirogo in un deposito di autocarri a Reggiolo nel 2012”.

LA REGIONE: SERI DANNI PATRIMONIALI

l’aspetto correlato al danno civile e patrimonialeè stato affrontato in aula dall’assessore Mezzetti, che ha confermato come “l’’esistenza in un determinato territorio dell’associazione mafiosa ‘ndrangheta implichi l’instaurazione e il consolidamento in settori della vita socio-economica dei metodi di intimidazione, di omertà e di sudditanza psicologica, e come quindi tale sistema criminale abbia deformato il corretto svolgersi del vivere civile, alterando l’immagine fisiologica dell’Ente e pregiudicando investimenti e attività produttive”.

In particolare, dal punto di vista del danno patrimoniale, ha detto Mezzetti, “si deve considerare la lesione delle potenzialità economiche, dello sviluppo turistico e delle attività produttive che consegue all’operatività delle consorterie criminali sulle aree di riferimento”. Indici presuntivi che possono essere applicati anche rispetto all’esistenza di un danno non patrimoniale. Da questo punto di vista, come emerso dalla dichiarazione dell’assessore regionale, “deve considerarsi in primo luogo il danno all’immagine della Regione in quanto Ente territoriale, pregiudicato dal fatto di essere stato teatro di realtà delinquenziali infamanti”.

POST SISMA: LA PREVENZIONE DELLE INFILTRAZIONI MAFIOSE
Capitolo importante quello della prevenzione delle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post sisma. Mezzetti ha ricordato quanto messo in campo della Regione, provvedimenti sintetizzati dalla Relazione per la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle associazioni criminali, del 17 maggio 2016. Ebbene, l’amministrazione regionale fra le altre misure ha applicato il protocollo sulla legalità sottoscritto con il Governo e le Prefetture, già in vigore all’epoca del terremoto; istituito l’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori lavori (White list) individuando le attività maggiormente esposte a rischio di infiltrazione mafiosa; realizzato l’anagrafe degli esecutori regionale; esteso le categorie di lavori a maggiore esposizione (ordinanza n. 91/2012 del Commissario alla ricostruzione); sottoposto tutti i lavori pubblici alle Linee guida per il monitoraggio finanziario delle grandi opere (CCASGO); fornito alle Prefetture e al Gruppo interforze ricostruzione Emilia-Romagna (Girer) sia l’elenco dettagliato di tutte le aree che sono state acquisite per la realizzazione delle strutture temporanee sia l’elenco delle imprese affidatarie per poter esercitare controlli in corso d’opera.
E ancora: previsto per l’esecuzione dei lavori anche privati (residenziali e produttivi) l’iscrizione alle White List o in sostituzione la domanda di iscrizione; obbligato le imprese, anche per i lavori privati, ad avere la regolarità contributiva DURC; predisposto un contratto tipo per i lavori privati (facoltativo) con l’obbligo però di inserire nei contratti di appalto sia la clausola risolutiva espressa nel caso di interdittiva o diniego iscrizione alla White list, sia la tracciabilità dei pagamenti; dal gennaio 2014, potenziato la struttura delle quattro Prefetture coinvolte nella ricostruzione con l’assegnazione di personale straordinario (20 unità) con costo a carico del Commissario delegato, ovvero il presidente della Regione.

Infine, ha ricordato l’assessore, la Regione si è mossa con gli organi inquirenti “al fine di monitorare e successivamente bonificare la contaminazione da amianto dovuta agli interventi effettuati dalla Bianchini Costruzioni”, coinvolta nel procedimento in relazione a gravi violazioni ambientali perché accusata di aver “effettuato operazioni non consentite di recupero e miscelazione di ingenti quantitativi di rifiuti, non procedendo alla distinzione dei rifiuti non pericolosi da quelli pericolosi e in particolare da quelli contenenti amianto”.

 

 

 

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