Prestito sociale da risarcire
Perché Legacoop non può chiamarsi fuori

di Pierluigi Ghiggini

15/4/2017 – Il grande crac delle cooperative edilizie ha imposto a livello nazionale il tema del prestito sociale e di un sistema di tutele inesistente su cui è necessario un intervento d’urgenza da parte del legislatore. L’appello lanciato dal vescovo Camisasca per risarcire i prestatori «per quanto possibile», dimostra quanto il problema sia acuto e quali prezzi stia pagando la società reggiana, lucidamente percepiti dalla Chiesa che, attraverso le parrocchie, è ancora l’unica ad avere antenne diffuse nel territorio, anche se non più come un tempo.
Su un altro versante  campagna di Federconsumatori e Cgil per un fondo nazionale finalizzato ai risarcimenti enfatizza il problema a livello politico, istituzionale e di centrali cooperative; ma sarebbe esploso in ogni caso.
Solo a Reggio sono saltati 70 milioni di euro di prestiti dei soci (di cui 24 milioni, quindi una cifra notevole, restituiti dal sistema Lega) e  in Emilia-Romagna la somma supera i cento milioni. Manca un conto attendibile a livello nazionale, tuttavia la sola Federconsumatori “gestisce” vertenze al Nord e al Sud per circa duecento milioni.

Mauro Casoli, ex presidente storico di Unieco

Mauro Casoli, ex presidente storico di Unieco

Ma Legacoop, a costo di andare allo scontro con Camisasca,  è contraria a un fondo  necessariamente  finanziato con il concorso delle coop, a somiglianza del fondo Atlante costituito per le banche in default. E lo si capisce: il sistema non è in grado di sostenere una spesa di tali  proporzioni (a Reggio non pagherà neppure il residuo 10% promesso e atteso dai soci ex Cmr ed ex Orion) , e comunque non intende andare a chiedere contributi di solidarietà a migliaia di cooperative che non hanno prestiti da soci.
Nondimeno Legacoop e per la sua parte Confcooperative non possono chiamarsi fuori. Qualcosa devono fare, perchè hanno responsabilità evidenti.
Due le ragioni principali: la prima è che  i fallimenti possono creare un effetto domino di sfiducia nell’universo dei prestatori, col rischio che a farne  le spese siano le grandi sorelle del consumo, che gestiscono una dozzina di miliardi di prestito sociale. Solo Alleanza 3.0 ne ha per oltre quattro miliardi di euro. Quindi è interesse proprio delle cooperative affrontare il tema a viso aperto e con strumenti appropriati.
La seconda ragione, a nostro parere la più importante, è che il prestito sociale è un investimento a rischio e al pari di un’obbligazione non garantita segue le sorti dell’azienda: può andare anche interamente perduto. Di conseguenza in filo di diritto non può ricadere sotto la normativa di tutela del risparmio.
Però da sempre i prestatori hanno considerato il loro prestito come un risparmio in mani sicure, anzi più sicuro che nella banca più solida. Tant’è vero che il prestito è depositato non in titoli, ma in “libretti”, proprio come quelli  del risparmio postale.

Assemblea Legacoop 2016: al centro Andrea Volta, alla sua destra Luca Bosi

Assemblea Legacoop 2016: al centro Andrea Volta, alla sua destra Luca Bosi

I gruppi dirigenti delle cooperative, anche i più avveduti, hanno sempre cavalcato questa convinzione, oppure non hanno fatto niente per correggerla. Perchè, è chiaro, un investimento a rischio ha di gran lunga meno appeal di un risparmio che, fra l’altro, ha sempre dato qualche decimale d’interesse in più delle banche. Tale atteggiamento per lo più  non è stato doloso: l’idea di stampo storicistico che le cose sarebbero sempre andate bene, e che le sorti della cooperativa sarebbero sempre state luminose e progressive, era talmente radicata nei gruppi dirigenti da far escludere in partenza che l’azienda autogestita potesse naufragare. Con la logica conseguenza che anche il prestito sociale “doveva” essere  più sicuro che nella banca più sicura.
Non è andata così, e il risveglio da un sogno lungo un secolo è devastante.
Ecco perché  le centrali cooperative non possono chiamarsi fuori: le responsabilità di un sistema che ha prosperato sull’equivoco tra investimento a rischio e risparmio sicuro, sono evidenti.
Banca d’Italia è intervenuta  con provvedimenti blandi (ad esempio, la restituzione del prestito non è più a vista) e solo quando i buoi erano scappati da tempo. Ci vuole ben altro, ci vogliono garanzie reali e di buona amministrazione per tutelare il prestito sociale. I provvedimenti adottati in proprio, ad esempio da Alleanza 3.0, che ha in statuto il vincolo di non superare il 25% di immobilizzazione del prestito, dovrebbero diventare obbligatori per tutti. E tuttavia non bastano nemmeno quelli a proteggere il prestito in caso di default.
E’ necessaria una legge che finalmente lo riconosca come  forma di  risparmio nato dal lavoro, e da gestire in modo separato dall’attività caratteristica della cooperativa. Con la presenza nei cda, almeno oltre una certa dimensione,  di consiglieri eletti dagli stessi prestatori. La sfida è aperta, per il presente e soprattutto per il futuro.

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