I grandi fondi vogliono il controllo di Bper
Battaglia all’assemblea di sabato

5/4/2017 – Centomila soci, e sino a ieri ogni  testa un voto. La sesta, ora la quinta, banca italiana. Alla Bper è legata la ricchezza dell’Emilia Romagna e di nuova parte del territorio nazionale, attraverso le acquisizioni del Banco di Sardegna, di quello di Sassari e della Cassa di risparmio dell’Aquila, oltre a diverse banche del Sud e ben tre banche del Piemonte. Da ultimo l’intervento in Cariferrara.
Con un patrimonio netto di oltre 5,5 miliardi di euro, prima banca italiana per Total capital ratio col 15,21%, Bper ha una raccolta diretta per 47 miliardi di euro e indiretta per 32, con impieghi per 45 miliardi in gran parte devoluti alle piccole e medie imprese e ai distretti industriali. Una banca forte, che si è spesa per i territori di riferimento senza avventure speculative tipo subprime, ed espressione di un principio cooperativo “alto” dove conta l’uomo, la testa e non la quota di capitale posseduta.

Un'assemblea Bper

Un’assemblea Bper

Però Bper ha un difetto: malgrado lei stessa, è incappata nel decreto Renzi del 2015 che ha sancito l’obbligo di trasformazione della banca da cooperativa in Spa e il passaggio dal voto pro capite a quello per quota di capitale.
Oggi la  partecipazione di centomila soci potrebbe esser spazzata via dal potere dei grandi fondi d’investimento che, col favore di una relativamente bassa capitalizzazione di Borsa (1,5 miliardi), già controllano circa il 40% delle azioni e potrebbero in capo a un anno prendere tutto il potere. Del resto non ci vuole molto: secondo i calcoli di esperti di primo piano, basterebbero 140 milioni di euro per acquisire il 10% delle azioni, giocando sulla estrema frammentazione della maggioranza del capitale.
Le grandi manovre sono già cominciate: alcuni fondi che detengono quote significative, il principale dei quali è americano, sono partiti all’attacco in vista dell’assemblea sociale di sabato 8 aprile, in cui saranno rinnovati otto consiglieri di amministrazione su 15.

Alessandro Vandelli, a.d. Bper Banca

Alessandro Vandelli, a.d. Bper Banca

Con la sigla di Assogestioni i fondi hanno  presentato una lista di minoranza, contrapposta a quella del management della banca: minoranza che per una strano gioco potrebbe diventare di colpo maggioranza. A sorpresa i fondi hanno presentato tre candidati e non uno come tradizione, puntando a un peso molto più forte nel cda e probabilmente come prova generale della battaglia campale del 2018, quando sarà rinnovato l’intero consiglio. Secondo più di un osservatore, sarebbe quello l’obiettivo vero dei fondi per arrivare al controllo totale di Bper. Per questo c’è chi prevede nei prossimi mesi un nuovo rastrellamento di azioni sul mercato.
Certamente la lista di tre nomi suscita non poche preoccupazioni. Lo stesso amministratore delegato Vandelli, nei giorni scorsi, non ha nascosto la propria sorpresa: «Ci aspettavamo una lista di Assogestioni che non andasse a coprire tutto il 40% dei consiglieri a disposizione (per le minoranze, ndr.) m« un po’ meno».
Per questo si profila uno scontro già all’assemblea di sabato tra la lista dei fondi (che potrebbe contare sul 20-25% in assemblea) e i grandi soci schierati con il cda: fra gli altri Unipol, fondazione Sardegna e il Patto che lega le famiglie imprenditoriali di Modena e Reggio. E non si può escludere he, in virtù di una tradizione di buoini rapporti, qualche fondo detentore di pacchetti impoprtanti possa convergere sulla lista del Cda.
Ma tutto questo riguarda il presente.
E il domani? «Il prossimo anno, quando sarà rinnovato tutto il consiglio, i fondi coalizzati decideranno la nuova governance – afferma un operatore finanziario, allargando le braccia – I centomila azionisti, per la verità oggi ridotti a ottantamila, non conteranno più niente o quasi, mentre tre o quattro investitori italiani o stranieri mettendo insieme le loro quote di capitale deciderano le sorti di Bper futura, condizionando di conseguenza l’economia del territorio emiliano e nazionale. E’ facile prevedere che gli investimenti saranno fatti dove si conseguirà un reddito maggiore, in Italia o all’estero, mentre il territorio servirà principalmente per la raccolta».
Viene da chiedersi se tutto questo poteva essere evitato. «E’ incredibile che l’artefice di questa soluzione – afferma un azionista storico di Bper – sia stato il governo di centro-sinistra di Matteo Renzi, quando anche i governi di destra si sono ben guardati dal presentare una riforma simile.
E, anche ammesso che la trasformazione delle banche popolari in Spa sia frutto di un’imposizione dell’Europa, si poteva, anzi si doveva studiare una soluzione diversa. Evidentemente i circoli del Pd che hanno votato Renzi, in questi giorni, non sanno niente di questa situazione».

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Una risposta a 1

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    05/04/2017 alle 23:58

    Attenzione ai facili ottimismi : la Banca Popolare dell’Emilia Romagna ha un Texas Ratio pari a oltre il 140% …
    Cos’è il Texas Ratio.
    “L’invenzione di questo indice si deve a Gerard Cassidy, manager dell’azienda canadese RBC Capital Markets, che lo applicò per la prima volta durante la crisi delle banche texane nei lontani anni Ottanta (da qui il nome Texas Ratio). Il fallimento di 400 istituti, più o meno piccoli, spinse Cassidy a creare questa formula che calcola il rapporto tra crediti lordi deteriorati e la somma del patrimonio tangibile più gli accantonamenti.
    In parole povere, vengono messi in relazione la quantità di crediti che la banca non riesce a riscuotere e il totale del denaro liquido di cui la stessa banca dispone più quella parte di utili che nel corso degli anni sono stati messi da parte per far fronte ad eventuali periodi di crisi (gli accantonamenti).
    Il risultato di questa formula è confrontato al parametro fondamentale di 100: più precisamente, se lo stesso è inferiore a 100 la banca può considerarsi solida, se invece è superiore la situazione è problematica e serve capitale aggiuntivo. ” Estratto da Stefano Bassi, http://www.ilgrandebluff.info .
    Ovvero BPER non ha abbastanza quattrini per pagare i crediti deteriorati … e questo non è un problema di una sola banca italiana ma di ben 144 su 500 piccole e grandi. Si intravvede una catastrofe di proporzioni sistemiche!

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