Antonella De Miro al processo Aemilia: “Sorpresa e amareggiata
da chi frequentava l’anti-Stato”

Nuovo attacco di Taormina al prefetto di Palermo

4/4/2017 – “Ho amato questo territorio, ritenevo che esercitando la mia funzione potessi difenderlo dalle infiltrazioni. Pensare che politici, pezzi della società reggiana delle professioni, avvocati, giornalisti, una giornalista che aveva frequentato la Prefettura amabilmente, potessero stare con chi ritenevo essere l’anti-Stato mi ha sorpresa e amareggiata”.

Sono le parole pronunciate questa mattina al processo Aemilia da Antonella De Miro, oggi prefetto di Palermo e già prefetto di Reggio Emilia  dal 2009 al 2014, protagonista della stagione delle intedittive antimafia senza le quali – ha sottolineato il sindaco di Castelnovo Monti Enrico Bini – “non si sarebbe neppure arrivati a questo processo”. “reggio non ha mai amato molto il prefetto De Miro – ha aggiunto l’ex presidente antimafia della Camera di commercio – perché le interdittive hanno disturbato non poco il sistema. Ma oggi rendiamo onore al grande lavoro fatto da lei” .

Il prefetto di Palermo Antonella de Miro, depone al processo Aemilia

Il prefetto di Palermo Antonella de Miro, depone al processo Aemilia

 

Dopo il rinvio della deposizione a inizio febbraio per un cavillo sollevato dagli avvocati difensori, questa mattina Antonella De Miro è ritornata nell’aula reggiana del processo Aemilia per rievocare la sua attività di contrasto alle infiltrazioni nella ndrangheta. Ad accoglierla ha trovato numerosi sindaci con la fascia tricolore e il presidente della provincia, oltre ai segretari della Cgil Guido Mora e a Margherita Salvioli della Cisl, con i quali non sono mancate le foto ricordo durante una pausa della deposizione.

Ssecondo il quadro ricostruito dagli inquirenti, anche il prefetto De Miro era diventata un bersaglio – insieme a Enrico Bini all’epoca presidente della Camera di commercio – della strategia di delegittimazione messa in atto dalla cosca.

De Miro di fronte all'avvocato Carlo Taormina

De Miro di fronte all’avvocato Carlo Taormina

In particolare, durante il mandato di De Miro, la Prefettura di Reggio ha lavorato circa 16 mila pratiche di controlli di vario tipo sulle aziende: dalle iscrizioni alla white list, alla verifica di appalti e subappalti, fino a provvedimenti singoli di ritiro del porto d’armi ad alcuni degli odierni imputati del processo. Dagli uffici di corso Garibaldi sono partite 61 interdittive contro 48 ditte con titolari non solo imprenditori calabresi, ma anche campani e pugliesi; 13 aziende sono state escluse dalla white list. Sul fronte della prevenzione alle infiltrazioni, invece, sono stati siglati 36 protocolli di legalità sugli appalti con i Comuni reggiani, le aziende sanitarie, Iren e Anas.

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Insieme a Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Dia, sono stati infine costituiti quasi subito due nuovi gruppi di lavoro “interforze”. Un prefetto instancabile insomma De Miro, che aveva avuto sentore che qualcosa non quadrasse fin dal suo arrivo, con i numerosi incendi dolosi che si erano verificati ai danni di autotrasportatori calabresi e due criptici striscioni “di benvenuto” appesi su un ponte in città . Attività, quelle prefettizie, diventate sempre più incalzanti e sgradite al clan che reagì dapprima blandamente, con lettere di protesta di singoli imprenditori (una delle quali indirizzata però ad un ufficio che solo gli addetti ai lavori potevano conoscere), poi in modo più aggressivo.

Vale a dire con una campagna su alcuni media locali in cui si sosteneva un uso scorretto delle informative antimafia per emanare le interdittive. Fino ad arrivare al 20 marzo del 2012 quando fu recapitata in prefettura a Reggio una busta con un proiettile e una lettera dai toni minacciosi, anche se non rivolta al prefetto in prima persona.

“Convocai una riunione – ricorda De Miro – in cui era presente anche il procuratore Giorgio Grandinetti perchè ero molto preoccupata. Mi disse che ero la persona più a rischio a Reggio”.

Qualche mese prima De Miro aveva ricevuto in Prefettura una delegazione di tre consiglieri comunali di origine cutrese, Salvatore Scarpino e Antonio Olivo del Pd e Rocco Gualtieri del Pdl, accompagnati dall’allora sindaco Graziano Delrio. “Sono venuti accompagnati dal sindaco: erano Olivo, Scarpino e Gualtieri che parlo’ poco. Olivo e Scarpino fecero riferimento al risalto delle infiltrazioni mafiose di ditte calabresi, avvertivano la preoccupazione dei calabresi di essere accumunati alla ‘ndrangheta, si parlo’ anche delle interdittive”, ricorda l’ex prefetto. “Io suggerii a loro di assumere iniziative pubbliche, rilevando che potevano esercitare il loro ruolo di consiglieri comunali”.

“Ebbi parole di rassicurazione, dissi che le persone perbene che abitano a Reggio di qualunque provenienza sanno fare la differenza tra chi appartiene alla mafia e chi no. Feci riferimento alla mia origine siciliana. Sentire dire che cosa nostra è siciliana non mi preoccupa in quanto siciliana, mi preoccupa in quanto italiana. Mi hanno raccontato la vita degli imprenditori emigrati dalla Calabria, mi hanno dato un libro sulla storia dell’immigrazione, un colloquio sereno”.

De Miro ha poi sottolineato in diversi passaggi la “collaborazione” e la “vicinanza” dimostrata dalle istituzioni reggiane, come testimoniato anche dalla calorosa accoglienza riservata oggi in aula all’ex prefetto.

Il controesame da parte dei difensori e delle parti civili si è caratterizzato per un nuovo attacco frontale a De Miro da parte dell’avvocato Carlo Taormina, difensore di Giuseppe Iaquinta, che si è lanciato in un battibecco con la testimone e lo stesso presidente del Tribunale, Caruso, sulle informative di Carabinieri, guardia di Finanza e Dia in base alle quali la Costruzioni Iaquinta fu esclusa dalla white list degli appalti costruzioni. Fu sempre la De Miro inotre a negare il rinnovo dei porto d’armi allo stesso Iaquinta, a Pasquale Brescia e ad altri che parteciparono alla famigerata cena agli Antichi Sapori del 21 marzo 2012.

Taormina voleva che De Miro riferisse i contenuti della informative, ma il prefetto ha risposto di aver letto la relazione del gruppo Interforze, stilata in modo fedele sui contenuti delle informative. Inoltre ha sottolineato di aver trattato Iaquinta come tutti gli altri. L’avvocato ha continuato ad insistere: “Allora lei non ha letto le informative, questo il punto”, adombrando persino il falso in atto pubblico. E’ intervenuto con fermezza il presidente Caruso: “Avvocato, non insista e si accontenti della risposta”. Ma la querelle è continuata sino all’interruzione per la pausa pranzo.

(Fonte: agenzia Dire)

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Una risposta a 1

  1. Ivaldo Casali Rispondi

    05/04/2017 alle 20:02

    Per la verità il diniego del rinnovo del porto d’armi, per difesa personale, non fu adottato solo nei confronti degli attuali imputati nel processo Aemilia: ma soprattutto nei confronti di numerosi appartenenti alle Forze di Polizia, appena congedati(Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Municipale, in congedo).
    Diniego operato, con grande enfasi, anche nei confronti di persone che hanno svolto attività di Polizia per una vita, ed in possesso dei requisiti previsti dalle norme vigenti!

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