Camisasca a Casa Cervi e a San Valentino
Vescovo, chi martirizzò Rolando Rivi?

di Pierluigi Ghiggini

22/4/2017 – A tre giorni dal  25 Aprile, il vescovo di Reggio Massimo Camisasca è andato oggi in due luoghi simbolo della guerra civile italiana: San Valentino di Castellarano, per commemorare il 72° anniversario del martirio del Beato Rolando Rivi, seviziato e assassinato a 14 anni il 13 aprile 1945 da un  gruppo di partigiani comunisti; e l’istituto-museo Cervi a Gattatico, la casa dove furono catturati dai fascisti i sette fratelli Cervi, Quarto Camurri e Dante Castellucci. I Cervi e Quarto Camurri furono trucidati dai fascisti di Salò nal poligono di tiro di Reggio all’alba del 28 dicembre 1943, nell’atroce rappresaglia per l’omicidio del segretario comunale di Bagnolo, perpetrato dai gappisti. Castellucci invece riuscì a fuggire dal carcere di Parma, dove un plotone nazista doveva fucilarlo, ma fu egualmente ammazzato in Lunigiana nel luglio 1944 su ordine dei comandanti partigiani comunisti: una delle pagine più vergognose della Resistenza italiana, che mantiene aperta e sanguinate la ferita delle responsabilità taciute sull’assalto ai Campi Rossi e l’arresto dei fratelli Cervi, verso i quali il comando militare del Pci nutriva un’aperta ostilità.

Il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca

Il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca

Di questa parte, veritiera ma negata, della storia del gruppo Cervi, a Camisasca nessuno evidentemente ha raccontato nulla. Infatti nel suo discorso all’istituto di Gattatico  – dove il vescovo è andato su invito dell’ex senatrice Albertina Soliani – non ha minimamente accennato  ai retroscena e alle responsabilità condivise di quella tragedia, pur insistendo sulla salvaguardia della memoria perché “ciò che non è riscoperto va tragicamente perduto”.

“Casa Cervi vuol dire anche memoria di un periodo terribile della nostra storia – ha detto – memoria di coloro che hanno lottato e perso la vita per la libertà della patria dallo straniero e dalla dittatura. Anche oggi la nostra democrazia va rafforzata, riscoperta nelle sue radici, difesa nella sua capacità di essere tutela del bene di ciascuno e di tutti”.

Anche a San Valentino, Camisasca nella sua omelia ha pronunciato parole di pace e di riconciliazione di fronte ai tanti fedeli, molti i giovani scout, che hanno partecipato alla Messa per il martire-bambino: “L’uccisione di Rolando non è stata la vittoria del male, dell’ingiustizia, della morte. Il suo martirio è in realtà il trionfo della vita. La sua giovane esistenza infatti non è stata strappata via dalla terra, ma vi è stata deposta come un seme silenzioso. E ora, a distanza di tanti anni, non smette di crescere e benedirci con tanti frutti”.

Ha sorpreso molti il fatto che il vescovo non abbia minimamente accennato agli assassini di Rolando Rivi, accecati dall’ideologia e dall’odio verso la fede cattolica.

Il Beato Rolando Rivi, martire bambino

Il Beato Rolando Rivi, martire bambino

E’ comprensibile la volontà di guardare avanti, e anche di cogliere il senso profondo del Male, che assume le sembianze più disparate. In questo senso le sue parole sulla Shoah sono profonde e illuminanti, proprio nel momento in cui l’Anpi a Roma sfila con i palestinesi ma non con la brigata ebraica.

Ma se è vero che la memoria va riscoperta, allora deve essere spiegata tutta, col coraggio di abbattere i tabù e demistificare la vulgata storica che lascia in ombra troppe pagine impregnate di sangue innocente. Se nei giorni della Liberazione anche un vescovo colto e autorevole come Camisasca si adagia sulla vulgata – pur nella comprensibile preoccupazione di seminare ragioni di concordia e unità – non rende un gran servizio alla verità. Speriamo allora che il prossimo anno si ricordi di dire chi fu a martirizzare Rolando Rivi, e di pronunciare le parole “partigiani comunisti” .

IL DISCORSO DI CAMISASCA ALL’ISTITUTO CERVI

“Spero mi sia permesso dire che per me il principale significato di questa visita è quello di una preghiera. Di fronte all’esperienza così atroce della morte di 7 figli, il primo pensiero del Vescovo è quello di chiedere a Dio il suo aiuto e il suo perdono. Il mio desiderio più profondo è dunque un desiderio di memoria. Questa parola così importante, giustamente ripresa anche dalla legislazione recente in occasione delle giornate della memoria, non significa soltanto ricordo del passato, un ricordo pur doveroso ma non sufficiente. La memoria è un’azione nel presente, una presenza attiva affinché siano custoditi e resi fecondi i valori della conoscenza reciproca, del rispetto, della creazione di una società in cui ciascun uomo e ciascuna donna vedano riconosciuta la propria pari dignità e il proprio diritto alla vita, all’educazione, al lavoro, alla cura.

La famiglia di Alcide Cervi, con la moglie Geoeffa Cocconi, i sette fratelli e le loro mogli

La famiglia di Alcide Cervi, con la moglie Geoeffa Cocconi e i figli

Casa Cervi vuol dire anche memoria di un periodo terribile della nostra storia, memoria di coloro che hanno lottato e perso la vita per la libertà della patria dallo straniero e dalla dittatura. Anche oggi la nostra democrazia va rafforzata, riscoperta nelle sue radici, difesa nella sua capacità di essere tutela del bene di ciascuno e di tutti. Ciò che non è riscoperto va tragicamente perduto.

Se penso alle pagine buie della nostra storia recente invoco dal Signore la grazia che la guerra sia tenuta lontana dalla nostra terra. La debolezza dell’Europa di oggi nasce anche dalle due terribili guerre mondiali che essa ha in parte suscitato e di cui interamente ha subito lo sfregio. Ci sono stati dittatori e difensori della democrazia che si sono contrapposti. Infine la democrazia ha prevalso ma con un costo altissimo e terribile di morti, di distruzioni, di strascichi di cui ancora oggi sentiamo il peso.

La visita a questa casa, è, penso me lo concederete, anche un’occasione di ricordare il terribile evento della Shoah e di rinnovare alla comunità ebraica sparsa in tutto il mondo il sentimento più affettuoso di un Vescovo che non può capire se stesso se non comprende il Mistero inesauribile e ricco di bene della storia di Israele nella storia del mondo.

Al termine di queste mie parole desidero rinnovare il mio grazie a tutti i presenti e a coloro che hanno compreso il senso di questa mia visita: riannodare i fili che possono aiutarci in una costruzione in avanti del nostro presente e del nostro futuro”.

L’OMELIA DI CAMISASCA ALLA MESSA PER IL BEATO ROLANDO RIVI

“Sono molto contento di trovarmi con voi anche quest’anno per godere assieme di ciò che il beato Rolando sta generando in questi luoghi e in tantissime vite. Guardando a questa bellissima Pieve, alle strutture di accoglienza che sono sorte e che stanno sorgendo, ai pellegrinaggi che stanno via via crescendo, comprendiamo che l’uccisione di Rolando non è stata la vittoria del male, dell’ingiustizia, della morte. Il suo martirio è in realtà il trionfo della vita. La sua giovane esistenza infatti non è stata strappata via dalla terra, ma vi è stata deposta come un seme silenzioso. E ora, a distanza di tanti anni, non smette di crescere e benedirci con tanti frutti. Ecco dunque il primo motivo di gioia per essere qui assieme.

Questa seconda domenica del tempo pasquale è chiamata dalla tradizione della Chiesa domenica in albis. Perché questo nome? Anticamente, i fedeli che ricevevano il battesimo nella notte di Pasqua indossavano una tunica bianca per i successivi otto giorni, fino alla domenica seguente. La veste rappresentava la loro vita rinata dalle acque del peccato, la loro anima ripulita dai peccati precedenti, i loro corpi rivestiti dalla luce di Cristo. Essa era il simbolo di un passaggio a una vita nuova e più vera, di un’appartenenza definitiva a Cristo. Ritengo che anche questo fatto sia significativo oggi. Conosciamo bene l’attaccamento di Rolando alla sua veste talare. Anche per lui, la tunica ha rappresentato il passaggio a una nuova vita. Un passaggio cruento, feroce, brutale. Eppure un passaggio a una vita di luce. Il martirio è stato il momento in cui la sua veste è stata lavata con il sangue dell’agnello ed è diventata candida e splendente (cfr. Ap 7,14).

Questa seconda domenica di Pasqua, inoltre, è significativa anche perché Giovanni Paolo II ha voluto che fosse dedicata alla Divina Misericordia. Vorrei leggere assieme a voi le parole con cui Gesù stesso descrive a suor Faustina le grazie che elargirà in questa festa: «In quel giorno sono aperte le viscere della mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione e alla santa comunione riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine» (Diario di santa Maria Faustina Kowalska, 699). Sotto le usuali condizioni, oggi è dunque possibile ottenere l’indulgenza plenaria. In questa giornata, pertanto, ci sono poste innanzi un’infinità di grazie, segno dell’inesauribile abbondanza che sprigiona dall’evento pasquale.

E ora uno sguardo alle letture che abbiamo appena ascoltato. Tutte ci parlano del sorgere di una nuova vita dopo la resurrezione di Cristo. Gli Atti ci raccontano la vita di comunione della prima comunità. Nella lettera di san Pietro i fedeli sono confermati nella speranza viva e incorruttibile della partecipazione alla resurrezione di Cristo. Nel brano di Giovanni, Gesù dona agli apostoli il suo Spirito e li invia nel mondo a portare il suo perdono. Ma quali sono le caratteristiche della nuova vita inaugurata dalla resurrezione di Cristo?

Ritengo che ci siano due tratti che scaturiscono l’uno dall’altro vicendevolmente: la pace e la gioia. Pace a voi (Gv 20,19) sono le prime parole di Gesù agli apostoli dopo essere risorto. E dopo avere ripetuto lo stesso saluto una seconda volta, soffia lo Spirito su di loro (cfr. Gv 20,22). È lo stesso soffio che Dio ha insufflato nella terra per dare vita ad Adamo (cfr. Gen 2,7); lo stesso soffio che rigenera e infonde vita alle ossa inaridite della distesa di Ezechiele (cfr. Ez 37). La prima creazione è stata separata da Dio per il peccato, è stata dispersa, ridotta in polvere, dilaniata dalle divisioni del male.

Ora il Cristo risorto inaugura una creazione nuova che è riconciliata nell’unità. Tale unità si fonda sulla presenza viva di Cristo in mezzo ai suoi – stette nel mezzo (Gv 20,19) ed è ottenuta e continuamente rinvigorita dal Suo perdono. La potenza di Cristo risorto distrugge il nostro male, il nostro peccato, le nostre divisioni, ci riavvicina a sé e così ci ristabilisce in unità con gli altri e con l’universo. La comunione pertanto è definitivamente ristabilita e diventa la sorgente della pace che Cristo aveva promesso. Una pace che il mondo non può costruire né offrire. Essa può solo essere ricevuta come grazia dall’azione di Cristo: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi (Gv 14,26-27).

Cari amici, invochiamo l’intercessione del beato Rolando. Possa rendere i nostri cuori sempre disponibili a ricevere la pace di Cristo risorto; possa condurre le nostre comunità alla scoperta dell’unità che Gesù ha inaugurato e della misericordia con cui continuamente le rigenera; possa mostrarci la gioia e il giubilo che si sperimentano nella comunione vissuta. Gli affidiamo inoltre gli ordinandi della nostra Diocesi che saranno consacrati il 27 maggio, nella prossimità della sua festa liturgica”. + Massimo Camisasca

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *