A Correggio la processione del Cristo Morto con i celebri “Improperi” di Bonifazio Asioli

13/4/2017 – Domani 14 Aprile Venerdì santo,  alle ore 19,15 dalla chiesa di San Francesco in Correggio prenderà inizio la solenne Processione del “Cristo Morto” per le vie del centro storico di Correggio.
La celebrazione, che da oltre due secoli si compie ogni anno secondo il medesimo rituale, reso famoso dal racconto contenuto in “Camere separate” del correggese Pier Vittorio Tondelli, al rientro in chiesa, culminerà col tradizionale canto degli “Improperi” composti agli inizi dell’Ottocento dal correggese Bonifazio Asioli.

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Direttore del coro e orchestra sarà il maestro Angelo Andreoli da quasi un decennio incaricato dell’esecuzione dei mottetti asioliani.

La processione del Venerdì Santo a Correggio

I documenti antichi attestano che già sul finire del XVI secolo a Correggio era diffusa l’usanza di organizzare processioni e rogazioni pubbliche durante la Settimana Santa. Ad animarle si alternavano le tre principali confraternite laicali attive in città: l’Arciconfraternita del Ss. Sacramento (attiva già nei primi anni del ‘500, canonicamente eretta nel 1539 da papa Paolo III), la Confraternita di San Sebastiano (1502) e la Confraternita di Santa. Maria della Misericordia (inizi XIV sec). Ogni anno la Settimana Santa era caratterizzata dalla un susseguirsi di processioni e visite dei fedeli alle varie chiese della città, aperte ed allestite con i sepolcri, apparati scenografici che ripercorrevano la Passione del Signore.

venerdì correggio 2Questo simbolico “Calvario” durava alcuni giorni e terminava il Venerdì Santo nella Basilica di San Quirino dove si teneva una grande processione animata a turno dai membri delle differenti confraternite. Per tale sacra funzione agli inizi dell’Ottocento il musicista correggese Bonifazio Asioli compose i celebri “Improperi” o “lamentazioni del Signore”, che venivano eseguiti in tale circostanza assieme ad altri brani sacri tra i quali un edizione dello “Stabat Mater” (per soprano, tenore, baritono), sempre da lui curata.

L’odierna processione del Venerdì Santo, erede di queste antiche sacre rappresentazioni, fu riorganizzata nella seconda metà dell’Ottocento da Pompeo Martinetti, Priore dell’Arciconfraternita del SS.mo Sacramento dal 18640 al 1879, grazie all’accordo siglato fra le Confraternite del Sacramento e di San Sebastiano, desiderose di dare alla città una solenne e grande processione.

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Dal sisma del 2012, con la consecutiva chiusura della Basilica di San Quirino per restauri, la processione pur seguendo il tradizionale percorso, ha inizio e termine nella chiesa di San Francesco, con una breve sosta lungo via Cairoli (Contrada Lunga) all’altezza dell’ingresso al monastero di santa Chiara, per permettere alle clarisse cappuccine di venerare la statua del Cristo Morto

Una piccola croce nera apre la processione con giovani, bam­bini e donne. Poi le consorelle del SS.mo Sacramento in abito nero e candela seguite dalle religiose. Viene quindi la grande croce di legno portata da tre confratelli e se­guita dai 14 simboli della Passione, infissi su aste, un tempo portati dai membri della confraternita di San Sebastiano, oggi sostituiti dei chierichetti della Basilica. Ogni asta recano un mot­to in latino che ne esplicita il significato del simbolo sovrastante (la lancia, la spu­gna, il gladio, la scala, la colonna, i flagelli, le pinze e martello, i tre chiodi, il gallo, il calice, la corona di spine, la tunica, i denari, i dadi). Segue la Banda Cittadina, il Cle­ro e il solenne baldacchino nero aurifregiato, sorretto da otto confratelli, che scortano il catafalco con il simulacro del “Cristo Morto”. La statua a gran­dezza naturale è una pregevole cartape­sta eseguita nel 1879 dal plasticista Giovanni Collina Graziani di Faenza, dono del Priore Pompeo Martinetti.

Chiude il corteo la statua della “Madonna Addolorata” , seguita dal popolo. Ed è qui che di solito si inseri­scono anche carrozzine e pas­seggini di bambini affascinati e commossi da questa insolita rappresentazione del mistero della Croce. Rientrati in chiesa il rituale prevede l’ascolto dell’omelia pronunciata dal Prevosto di San Quirino seguita dal canto degli “Improperi” dell’Asioli, insostituibile sfondo all’omaggio al simulacro del Cristo morto che il popolo per tradizione tributa.

La pena che si prova di fronte al corpo, così realistico, del Cristo, ed il ge­sto del bacio come conferma dell’adesione a Lui, sono espressione della logica del­l’Amore che passa attraverso il dolore. Nello strazio della Madre, vediamo la sofferenza umana che acquista un senso nella certezza che, alla fine, ci sarà la Resurrezione.

Nel Novecento a rendere celebre nel mondo la processione del Venerdì Santo di Correggio è una dettagliata descrizione della medesima all’interno delle pagine di “Camere separate” del correggese Pier Vittorio Tondelli.

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Una risposta a 1

  1. Milena Nasi Benetti Rispondi

    11/04/2020 alle 19:07

    Ho un ricordo infantile, legato alla processione del Venerdì Santo nel paese in cui sono nata e ho vissuto a periodi alterni durante la mia vita, potevo avere 5 o 6 anni, forse meno. La lunga teoria dei fedeli salmodianti era interrotta dalle portantine che sollevavano sopra la folla le icone sacre del Cristo flagellato, del Cristo morto e della Madonna Addolorata. Più del corpo martoriato e della rappresentazione seicentesca de cadavere livido del Crocefisso mi colpì questa statua, immagino lignea, che si rivelò ai miei occhi di bambina come la vera rappresentazione della tragedia: una donna ammantata di un velo scuro, con dipinta sul viso la contrazione di un dolore terribile: gli occhi serrati, la fronte corrugata la bocca spalancata su un urlo muto, che non si udiva ma che immaginavi scuotesse la terra dalle fondamenta; conficcate nel petto a raggiera, diverse piccole spade, metafora del dolore lancinante, e le mani artigliate alla veste, quasi a voler stracciare, lacerare e allontanare da sè quel tormento. Il dolore di una madre davanti al figlio morto e morto a quel modo. Ricordo che a quel tempo mi chiesi come la signora che vedevo potesse continuare a vivere malgrado tutte quelle lame conficcate nel petto: la vita mi ha insegnato che è possibile e ora lo so.

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