Errori e illusioni di un sistema di potere
Perchè sono crollate le grandi cooperative di Reggio
La trappola dei patrimoni gonfiati e delle riserve indivisibili

di Pierluigi Ghiggini

2/4/2017 – E’ facile, troppo facile stracciarsi le vesti oggi per la fine delle grandi cooperative industriali reggiane. Troppo facile predicare e aprire ipocritamente l’ultimo tribunale del popolo, specialmente quando a parlare sono manager e politici che  hanno partecipato per decenni all’agape del sistema, spesso senza nemmeno usare  le posate, che hanno condiviso o per lo meno hanno taciuto di fronte a decisioni e situazioni rovinose.

Troppo facile. Certo, è  irresistibile la tentazione di sottoporre una classe dirigente a  un democratico e pasoliniano processo almeno perchè i giovani sappiano, e per rendere doverosa giustizia a un numero incalcolabile di fornitori, subappaltatori, soci, dipendenti, prestatori e pensionati sovventori che hanno perso tutto in cinque anni di sfascio continuo.

Ma il rischio è che nella Reggio storicamente trasformista vadano a sedersi sullo scranno del giudice proprio quelli che hanno condiviso con giubilo gestioni disastrose e hanno retto il sacco a quelli che facevano man bassa. Corresponsabili, però più furbi dei loro compagni oggi imputati e destinati alla gogna.

 

Mauro Casoli, ex presidente storico di Unieco

Mauro Casoli, ex presidente storico di Unieco

Nondimeno la ricerca è necessaria per evitare gli errori del passato, casomai qualcuno decidesse di far tesoro della lezione di oggi. E perché sia chiara la genesi politica delle responsabilità che portano il marchio a fuoco – lo sanno tutti – del Pci-Pds-Ds-Pd e delle suo porte girevoli tra partito, amministrazioni e cooperative.

UNIECO E’ L’ULTIMO ATTO: TUTTO ERA COMINCIATO COI DERIVATI DI NORD EST

Con la liquidazione di Unieco è calato il sipario su un secolo di storia gloriosa delle cooperative reggiane di produzione e lavoro che di successo in successo erano diventate le prime della classe: la più grande e scintillante concentrazione industriale cooperativa del nostro Paese. Un modello che dava lezioni in tutto il mondo, e aveva fatto sentire onnipotente e invincibile una classe dirigente votata, almeno in parte, alla edificazione non solo di palazzi, stabilimenti, ponti e strade, alberghi e ferrovie, ma anche dell’uomo nuovo socialista.

Oggi il sogno è naufragato lasciando dietro di sè una massa colossale di macerie: Unieco è solo il capitolo conclusivo. Il disastro era cominciato nel 2007-2008 con l’ubriacatura di oltre 600 milioni di derivati finanziari che portarono sull’orlo del baratro la Coop Nordest di Marco Pedroni: comunque via ragazzi del 99 riuscì a evitare il peggio, a salvare a caro prezzo il colossale prestito dei soci consumatori  e a rimettersi in carreggiata sino all’approdo recente alla fusione in Alleanza 3.0.

Marco Pedroni

Marco Pedroni

 

CONGIURA DEL SILENZIO SUI BILANCI DELLA CMR

Poi sono arrivati i tragici bilanci della Cmr Reggiolo, di fronte ai quali tutti chiusero gli occhi – fatta eccezione per chi ebbe il coraggio in solitudine di chiedere conto dell’indebitamento, sfidando minacce e ostracismi – sino a quando nel 2012, in una drammatica assemblea notturna Alberto Rebuzzi non fu costretto a annunciare la liquidazione della cooperativa-mamma di Reggiolo, confessando che oltre 50 milioni di prestito sociali si erano dissolti.

La sede oggi deserta di quella che fu la Cmr Reggiolo

La sede oggi deserta di quella che fu la Cmr Reggiolo

In rapida successione è toccato a Orion, poi alla Cormo, infine al gigante Coopsette e alla holding  coop Unieco, i cui soci si erano ribellati a Mauro Casoli assumendo sulle loro spalle la scommessa, coraggiosa e purtroppo perdente, di salvare la cooperativa dal disastro.

Nello scenario vanno inseriti anche il Ccpl, affondato nei debiti lasciati dalle gestioni di Ivan Soncini, ma  tenuto in piedi da Lino Versace a prezzo di una drastica ristrutturazione, e altre cooperative più piccole come Muratori Cavriago, San Possidonio, San Prospero (che appartiene non a Legacoop, ma all’altra parrocchia di Confcooperative), Mecoop e pure la CdC di Modena, anche lei risucchiata nel gruppo Sicrea guidato da Luca Bosi.

Altro disastro a sè stante quello di Unipeg, gli storici macelli e salumifici di Reggio Emilia che non sono andati in liquidazione solo perché venduti, con tutti i debiti a Cremonini.

Ivan Soncini

Ivan Soncini (da Youtube)

E’ per questo insieme di disastri che la liquidazione di Unieco viene vissuta a Reggio come un  day after: perchè con la mesta assemblea del Pigal una storia è finita davvero, e solo oggi quando niente di ciò che alimentava le nostre sicurezze rimane in piedi, ci decidiamo ad aprire gli occhi e ad affrontare il buco nero  di fronte a noi.

LE RESPONSABILITA’ DI LEGACOOP E DEL PARTITO DI GOVERNO: COME PUO’ POLETTI FARE IL MINISTRO?

Ma che i colossi cooperativi affondassero nei debiti, e che ogni mattina qualche direttore di banca fosse in preda a un incubo, era noto e denunciato da anni e anni. Proprio nessuno si era accorto che Coopsette e Unieco avevano messo insieme un indebitamento da un miliardo e mezzo di euro, a fronte di patrimoni chiaramente gonfiati e poi dissolti? Si è fatto finta di niente per convenienza economica e politica, però si sapeva che la gallina dalle uova d’oro era arrostita da tempo: bastava leggere i bilanci con gli occhiali di uno studente al secondo anno di ragioneria.

Il ministro Giuliano Poletti a Succiso, accanto a Simona Caselli

Il ministro Giuliano Poletti a Succiso, accanto a Simona Caselli

La responsabilità di Legacoop è enorme (e viene da chiedersi come l’ex presidente nazionale Poletti, che ha chiuso gli occhi e si è sempre turato il naso per non sentire il puzzo di cadavere, possa continuare a fare il ministro) e lo è ancora di più quella del partito che governa ininterrottamente questa terra dal 1945: o era inconsapevole o ha taciuto la verità e non è intervenuto per tutelare gli interessi del proprio sistema di potere. O forse tutt’e due.

Oggi dunque un’assunzione di responsabilità è ineludibile: e il primo passo da compiere – oltre l’urgenza di tutelare per quanto possibile creditori, prestito sociale e lavoratori – è ripassare il film alla moviola e andare alla radice dei degli errori commessi.

LE RISERVE INDIVISE: ALLA FINE SONO DIVENTATE UNA TRAPPOLA

Ieri sera Ivan Lusetti, intervistato da Mazzoni a Teletricolore, con tutti i condizionali tipici di chi è stato ai vertici del sistema sino a ieri, si è chiesto se la radice del male non vada rintracciato nelle riserve indivise detassate dalla legge, che hanno finito per creare l’illusione di una potenza economica e finanziaria praticamente indistruttibile, mentre in realtà i giganti avevano piedi d’argilla.

Il punto, a nostro parere, è proprio questo: le riserve indivisibili hanno permesso di gonfiare i patrimoni oltre il lecito, alimentando un polmone finanziario gigantesco manovrato non dai soci, ma da una casta di manager e politici che hanno anche saputo dare buone e ottime prove, ma si sono puntellati a vicenda per decenni esercitando un controllo assoluto sulle grandi cooperative e le loro risorse, sottraendone di fatto il controllo ai soci. E dilatando i patrimoni si è incrementato a dismisura l’indebitamento, con la complicità della banche (specialmente quelle amiche come Montepaschi) sino a quando non ha sopraffatto le imprese.

L’altra conseguenza delle riserve indivisibili, giustificate dall’imperativo morale di trasferire la ricchezza cooperativa alle future generazioni, è che nelle grandi strutture hanno deresponsabilizzato i soci i quali, senza la spinta del vantaggio economico derivante dall’utile messo in saccoccia  si sono affidati ai gruppi dirigenti con un fideismo oggi pagato a caro prezzo.

IL RIMEDIO: DISTRIBUIRE VERI UTILI AI SOCI

Se questo è vero – e sarebbe bene discuterne a fondo – non c’è che un modo per ripartire: smantellare il feticcio delle riserve indivisibili, che fa tanto soviet,  e tornare a distribuire gli utili, ogni anno, ai soci. I quali, se non altro, si faranno i conti in tasca e ogni anno daranno la pagella ai loro dirigenti, a seconda dei risultati, e saranno spinti a partecipare maggiormente alle decisioni della cooperativa.

Del resto i sacri principi di Rochdale non vietano la distribuzione degli utili che non solo premiano il lavoro, ma sono anche uno strumento di partecipazione: li ha vietati invece una visione collettivistica bocciata dalla storia ma sopravvissuta in certe parti d’Italia e in particolare in Emilia. Abbiamo visto bene com’è finita.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

 

Be Sociable, Share!

3 risposte a Errori e illusioni di un sistema di potere
Perchè sono crollate le grandi cooperative di Reggio
La trappola dei patrimoni gonfiati e delle riserve indivisibili

  1. Roberto Mazzini Rispondi

    03/04/2017 alle 10:04

    interessante per capire i meccanismi ma perchè non si critica da sinistra chiedendo che le coop tornino a essere autogestite e non gestite da un cast di manager?
    Più democrazia invece di più interesse individuale come gli utili divisi?
    Che le aziende private e verticistiche sono meglio?
    Che la differenza enorme tra stipendio del lavoratore e del manager è giusta?
    Che le decisioni siano prese da chi non lavora sul campo ma da chi dirige nel suo ufficio va bene?

  2. Scurati davide Rispondi

    03/04/2017 alle 13:36

    Precisazione su ccpl: tenuto in piedi grazie a società amiche che si sono fatte carico di assets irrealizzabili o comunque altrimenti non valorizzabili

  3. Roberto Mazzini Rispondi

    04/04/2017 alle 13:06

    In Argentina, dopo la crisi, sono nate piu di 200 esperienze di fabbriche recuperate, auto gestite dai lavoratori dopo la fuga del padrone (leggi: fallimenti ad hoc) e che vivono sul mercato senza incentivi statali ma grazie al rapporto proficuo con la comunità attorno, a cui forniscono anche servizi sociali.
    Perchè non pensare a questo modello?
    Altre esperienze ho letto ci sono sparse nel mondo e anche in Italia.
    Perchè pensare solo a esssere dipendente di capitalisti?
    Suona male?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *