L’affare Consip: ciascuno ha il suo Romeo
Quel Pd stregato dal capitalismo relazionale

di Dario Caselli

6/3/2017 – L’affare Consip è un ginepraio, ma è tutto interno al mondo renziano, un affare in cui si intrecciano fatti, supposizioni, dichiarazioni, politica, affari, tradimenti e veleni, in perfetto stile “fiorentino”.
I fatti: l’imprenditore Romeo viene arrestato per aver corrotto tal Gasparri, dirigente Consip (centrale appaltante del Tesoro), al fine di vincere alcuni lotti, secondo la Procura. L’indagine parte due anni fa e subito viene azzoppata da una fuga di notizie: il presidente Consip, Marroni, toscano, nominato da Renzi, viene avvisato di essere sotto intercettazione, a suo dire, dal ministro Lotti, detto lampadina, forse perché ha idee brillanti, che lo avrebbe saputo dal Comandante Generale dell’arma dei carabinieri e da quello della regione Toscana. Quindi ora abbiamo due indagini, una che riguarda l’appalto, basata sulle confessioni del Gasparri, che si è allargata al padre di Renzi, Tiziano, e a un amico, tal Russo, per traffico di influenze, le raccomandazioni di una volta. Lo dichiarano il Marroni, il Vannoni, presidente renziano della società dell’acqua di Firenze e un renziano pentito, Mazzei, potente esponente napoletano del PD. L’altra indagine è per la spifferata e riguarda Lotti e i due generali. Ovviamente tutti si dichiarano innocenti, tranne il Gasparri, come si dice, la giustizia farà il suo corso, che è sempre lento e spesso non giusto. Romeo, a differenza di quello della Raggi, era personaggio conosciuto, già arrestato poi prosciolto, azionista se non erriamo del giornale Europa della Margherita, finanziatore nel 2013 della Fondazione di Renzi, vincitore, un po’ a sorpresa, sempre nel 2013 dell’appalto Anci (associazione dei Comuni) per la riscossione dei tributi. Anci all’epoca era guidata dal renziano e attuale ministro dei trasporti Delrio e diretta da Rughetti, oggi deputato e sottosegretario del PD, nulla di scorretto, era solo per dire che l’uomo non era ignoto, gestiva dall’epoca della giunta Rutelli il patrimonio del comune di Roma.

L’indagine rivela come certe imprese e cooperative vivano in stretta simbiosi con la politica e grazie alla politica prosperino, è il capitalismo relazionale, dove non si trafficano solo le influenze, ma consulenze, sponsorizzazioni, proprietà di giornali e Tv, che servono al mantenimento del sistema, al netto delle differenze, era anche il metodo del Buzzi di “mafia Capitale”. Questo capitalismo relazionale finisce col creare un’ inestricabile rete di relazioni in cui si sprecano i “conflitti di interesse” e dove i gruppi prevalgono sull’interesse generale, di cui frega niente a nessuno. Lotti dice di essere una brava persona e gli crediamo, ma, raggiunto da un’accusa grave, dovrebbe dimettersi, assieme ai due generali, avendo tutti giurato sulla Costituzione, non sul programma del PD, anche se innocenti, come si sono dimessi i ministri Lupi e Guidi, per questioni istituzionalmente meno gravi e senza avvisi di garanzia. Che Lotti fosse il braccio sinistro del potere, è stato reso evidente dagli sms inviati ad Emiliano e da mille altri segnali, un passo di lato non significa che lui e i generali siano colpevoli, le istituzioni non solo dovrebbero essere imparziali, ma anche sembrarlo. Inoltre il governo di cui il Lampadina fa parte, ha riconfermato la fiducia al suo accusatore Marroni, mentre si stringeva attorno al suo ministro. Siate Gentiloni, non prendeteci troppo per fessi!

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