Brescello: “Giusto lo scioglimento del consiglio comunale per mafia”
Ecco perché Tar del Lazio ha respinto il ricorso dell’ex sindaco Coffrini

22/3/2017 –  Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha respinto il ricorso con cui l’ex sindaco di Brescello Marcello Coffrini, due ex assessori e un ex consigliere chiedeva l’annullamento del Dpr di scioglimento del consiglio comunale di Brescello per condizionamento mafioso e di tutti gli atti connessi, compresa le relazioni del ministro dell’Interno, del prefetto di Reggio Emilia Raffaele Ruberto e della commissione di accesso insediata in Municipio.

La sentenza della Sezione Prima del Tar (Presidente Carmine Volpe, estensore Lucia Maria Brancatelli) è stata pubblicata ieri, con la condanna dei ricorrenti a pagare 1.500 euro di spese di lite alle amministrazioni rappresentante in giudizio dall’avvocatura dello Stato: Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno e Prefettura di Reggio Emilia.  Nondimeno il dispositivo omette i nomi dei ricorrenti e di altre persone collegate al Decreto presidenziale, proprio a significare che la sentenza non ha natura di provvedimento sanzionatorio nè “finalità repressive nei confronti dei singoli”.

Secondo il Tar il ricorso è ammissibile, quindi da non rigettare come invece chiesto dall’Avvocatura dello Stato; nondimeno  ha confermato la giustezza della procedura e delle motivazioni dello scioglimento del consiglio comunale di Brescello, sottolineando come nel caso “trovino giustificazione i margini, particolarmente estesi, della potestà di apprezzamento di cui fruisce l’amministrazione statale nel valutare gli elementi su collegamenti diretti o indiretti, o su forme di condizionamento da parte della criminalità di stampo mafioso”.

In sostanza secondo il Tar, che fa riferimento diverse sentenze del Consiglio di Stato, non è necessario che emergano fatti penalmente rilevanti, o procedimenti penali che coinvolgano il comune o gli amministratori per valutare e deliberare lo scioglimento. Invece è sufficiente allo scopo” anche soltanto un atteggiamento di debolezza, omissione di vigilanza e controllo, incapacità di gestione della “macchina” amministrativa da parte degli organi politici che sia stato idoneo a beneficiare soggetti riconducibili ad ambienti “controindicati”.

Marcello Coffrini col passo palco per una manifestazione elettorale del Pd

Marcello Coffrini alla manifestazione elettorale del Pd con Renzi

Ma è proprio ciò che oggi viene contestato dall’ex sindaco, l’avvocato Marcello Coffrini (rappresentato davanti al Tar dai colleghi Massimo Luciani e Massimo Colarizi) che annuncia ricorso al Consiglio di Stato. “Al di là del fatto che viene premessa la non sussistenza di responsabilità personali, e questo non può che farci piacere – dichiara Coffrini a Reggio Report – nel merito il Tar non ha minimamente preso in esame gli elementi esposti nel nostro ricorso, senza i quali non può essere esaminata a dovere la situazione creata a Brescello. Una situazione unica in Italia, di scioglimento di un consiglio comunale senza che non vi sia neppure un indagato, e senza aver informato gli interessati. Per questo ricorreremo al Consiglio di Stato”.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

Nel ricorso si rilevava come il provvedimento di scioglimento sia caratterizzato da «numerosi errori e inesattezze» tali da «illustrare un quadro distorto della condizione di fatto e di diritto»; e inoltre che nella relazione prefettizia «non emergono atti o provvedimenti amministrativi che possano essere effettivamente considerati illegittimi, sicché manca il dato delle irregolarità amministrative»; e mancano «quei saldi agganci alla “mala gestione”, sempre richiesti dalla giurisprudenza».
Secondo la Sezione Prima del Tar del Lazio, invece, le vicende devono essere considerate nel loro insieme e risultare idonee a delineare, con una ragionevole ricostruzione, il quadro complessivo del condizionamento “mafioso”. Ne consegue «che assumono rilievo situazioni non traducibili in episodici addebiti personali, ma tali da rendere nel loro insieme plausibile l’ipotesi di una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata» compresi vincoli di parentela e affinità, rapporti di amicizia e affari, frequentazioni.
«E ciò pur quando il valore indiziario degli elementi raccolti non sia sufficiente per per l’avvio dell’azione penale o per miSure individuali di prevenzione».
A questo punto la sentenza riepiloga i presupposti dello scioglimento del consiglio comunale di Brescello «adeguatamente indicati» dalla commissione d’accesso e dalla relazione del Prefetto:
– La presenza sul territorio comunale, attestata dalle inchieste giudiziarie,  di una cosca di ndrangheta interessata ad infiltrarsi nel tessuto economico e sociale anche attraverso l’opera di imprenditori collusi che hanno favorito il riciclaggio di denaro;
– La cosca operante a Brescello è guidata da un esponente malavitoso residente nel Comune, legato per vincoli familiari a una ‘ndrina operante fuori dal contesto emiliano, e lui stesso destinatario di una condanna definitiva per mafia e di misure di prevenzione;
– L’attribuzione da parte del comune di lavori a ditte poi risultate destinatarie di provvedimenti prefettizi interdittivi;
– Minacce nei confronti di amministratori comunali;
– La capacità della cosca di accreditarsi nelle articolazioni economiche e sociali «con atteggiamenti di acquiescenza degli amministratori comunali che si sono avvicendati alla guida del Comune»;
– La sostanziale continuità politico-famigliare che «ha visto governare Brescello negli ultimi trent’anni esponenti della stessa famiglia»;
Le relazioni tra taluni amministratori e imprenditori vicini alla ndrangheta, per l’effetto della partecipazione a un comitato politico locale nel 2007;
– «Esternazioni pubbliche del primo cittadino in favore della cosca locale», seguite da una manifestazione pubblica di sostegno al sindaco, cui hanno partecipato anche esponenti della cosca  «e seguita da una raccolta di firme a sostegno del sindaco, molte delle quali appartenenti a soggetti vicini alla consorteria criminale»;
– Indebite interferenze della cosca nella vita amministrativa del Comune.
Alla luce di ciò la sentenza conclude che il Dpr  «ha correttamente individuato la sussistenza dei presupposti di fatto che legittimano il provvedimento di scioglimento». E che l’esistenza di alcune inesattezze non elidono «i profili di forte valenza rivelatrice dei collegamenti esistenti tra gli amministratori locali e la criminalità organizzata e dei conseguenti condizionamenti».

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *