“Volevano andare sotto la Prefettura
Io e Pagliani li fermammo”

Aemilia: Salerno racconta la riunione nell’ufficio di Sarcone

di Pierluigi Ghiggini

10/2/2017 – Nell’udienza del processo Aemilia di ieri è stato ascoltato come teste  per più di tre ore filate  l’ingegner Salvatore Salerno, uno degli esponenti più in vista della comunità cutrese di Reggio, conosciuto anche per le sue iniziative culturali.
Salerno ha parlato della riunione del 2 marzo 2012  nell’ufficio dei fratelli Sarcone, un’esposizione di porte e finestre, alla quale Alfonso Paolini aveva invitato l’avvocato Giuseppe Pagliani per convincerlo ad adoperarsi come politico in difesa degli imprenditori cutresi che si consideravano vittime delle interdittive antimafia emesse dal prefetto Antonella de Miro.
Salerno è apparso teso ed emozionato, tanto da mettersi a piangere («Ho una professione, ho dei figli, non si butta via una vita») sotto il fuoco di fila delle domande del p.m. Marco Mescolini.

La deposizione di Salvatore Salerno dal monitor dell'aula bunker

La deposizione di Salvatore Salerno dal monitor dell’aula bunker

Il professionista venne invitato  per telefono nella stessa mattinata da Gianluigi Sarcone, suo inquilino, a partecipare alla riunione al piano terra dell’edificio in cui lo stesso Salerno ha gli uffici. Arrivò cinque minuti prima delle 12, mezz’ora prima della conclusione.

I presenti sapevano che Salerno è politicamente schierato a centro sinistra, perciò con una posizione politica diversa da Pagliani: «Avevo appoggiato alle elezioni comunali l’ingegner Scarpino (consigliere  comunale Pd,ndr.) – ha detto – perché il Pd gli aveva preferito candidati non di nostro gradimento: era arrivato il momento di far rappresentare i calabresi da una persona colta e preparata. Abbiamo organizzato un paio di eventi con centinaia di persone, così il Partito democratico ha dovuto candidare Scarpino».
Ma veniamo a quella riunione che precedette la cena degli Antichi Sapori del 21 marzo costata il calvario giudiziario a Pagliani e  alla quale Salerno non andò, benchè invitato.

«Alla riunione c’erano i Sarcone, Alfonso Paolini, Muto, Pasquale Brescia, Pagliani e altre tre persone che non conosco. Mi presentai raccontando la mia storia di impegno sociale e politico, delle iniziative per  dare un senso a quell’immigrazione iniziata negli anni sessanta (c’era anche mio padre) e anche per offrire un’immagine diversa dei calabresi».
Salerno ricorda che alcuni dei presenti davano del lei a Pagliani e lo chiamavano avvocato «perché non lo conoscevano». «Quelle persone si sentivano attaccate dai giornali, che a ogni fatto che li riguardava  dedicavano paginate rievocando immancabilmente  le vicende del passato. Quindi chiedevano un sostegno e anche consigli su cosa fare.
Loro parlavano di manifesti e di una manifestazione sotto il comune e la Prefettura, ma io e Pagliani li abbiamo sconsigliati. Volevano costituire un circolo del Pdl, e dissi che non avrebbe portato da nessuna parte, perché i partiti  erano balcanizzati e che non vi si poteva fare affidamento. Aggiunsi che anche Pagliani, se li avesse sostenuti, sarebbe stato attaccato all’interno del suo stesso partito».
Il clima politico, insomma congiurava contro gli imprenditori cutresi. E si capisce bene perché. Salerno ha fatto questo esempio: «Tutti si chiudevano  a riccio e nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica si sarebbe messo in gioco in una situazione in cui ci sono intrighi». E, ha sottolineato, «Pagliani mi ha dato ragione».
Ma, in sostanza, gli è stato chiesto dai difensori, cosa voleva quel gruppo che ruotava intorno a Nicolino Sarcone e che la Dda considera come una cupola del clan Grande Aracri?
Salerno non ha dubbi: “Volevano esternare le loro difficoltà, gli aveva dato molto fastidio quell’affermazione “cutresi parlate” della Masini (ex presidente della Provincia di Reggio, ndr.), come se tutti fossero coinvolti in vicende di mafia. Era un giudizio generalizzato su tutti – ha insistito, tornando a piangere  – Io ho rapporti con le massime istituzioni, la mia persona non ma mai avuto problemi di nessun genere, ma non è possibile che i miei figli reggiani di terza generazione debbano continuare a sentirsi dire cutrese, cutrese, cutrese”.
Conclusione: «Ho capito che loro chiedevano un articolo di giornale, e qualcuno che lo mettesse in italiano corretto. Volevano che Pagliani scrivesse una lettera: non so se sia stata fatta, però io dissi che non sarebbe servita a niente, perché una lettera di giornale lascia il tempo che trova».
A quel punto i Sarcone, Muto, Brescia, Paolini e gli altri non nascosero la  delusione: «Ma allora cosa siamo venuti a fare?». Così «alle 12,20 Pagliani si alzò in piedi e disse: io devo scappare, eventualmente il mio numero lo ha Paolini. E tutti si alzarono, la riunione finì senza decidere niente».
Salerno ha detto di conoscere bene Gianluigi Sarcone per ragioni professionali , ma di non aver mai avuto a che fare con Nicolino Sarcone. Mentre conosceva Paolini e Antonio Muto. E Pasquale Brescia? La risposta è stata spiazzante: «L’ho incontrato alla festa della Polizia». Francamente era difficile immaginare che fosse un mafioso.

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