Sicurezza, nasce l’intelligence di quartiere
Cittadini organizzati e in rete con le forze dell’ordine
Come funziona il controllo di comunità

di Pierluigi Ghiggini

23/2/2017 – E’ la nuova frontiera della ”sicurezza partecipata”. E in un sussulto di perversione i burocrati l’hanno ribattezzata “sussidiarietà circolare”.
La sostanza è quella del vecchio adagio “aiutati che Dio t’aiuta”, e che nell’Emilia contadina e montanara per millenni si è tradotta nel controllo sociale e solidale del territorio, da parte delle comunità e delle famiglie, in funzione di autodifesa.
Una saggezza che, per fare di necessità virtù, viene riscoperta oggi con il ”controllo di comunità”: vale a dire la partecipazione del cittadino a una rete di tutela, intelligente e compenetrata con le forze dell’ordine, del proprio quartiere.
Il patto per i controlli di comunità a Reggio Emilia è stato firmato ieri mattina in un clima solenne a palazzo del Governo  dal capo della polizia Franco Gabrielli, dal prefetto Raffaele Ruberto, dal sindaco Luca Vecchi e dal presidente della provincia Giammaria Manghi. Con loro il questore Isabella Fusiello, Il comandante dei carabinieri colonnello Antonino Buda, il comandante della guardia di Finanza Piccinini e il comandante della Municipale di Reggio Stefano Poma. All’altro lato del tavolo, accanto a Vecchi e Manghi, l’assessora Natalia Maramotti.

Gabrielli saluta Vecchi e Manghi

Gabrielli saluta Vecchi e Manghi

Non è il primissimo protocollo in Italia, però è il primo dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto sulla sicurezza urbana, ed è anche il più strutturato, quindi il più interessante anche come modello per altre città. Intanto affluiscono le richieste per applicarlo, oltre che a reggio, in altri comuni come a Scandiano, Correggio e Montecchio.
Ma, in sostanza, cos’é il controllo di comunità?
«E un patto immediatamente operativo – afferma il prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto – che ha le sue radici lontane nel controllo sociale tipico della cultura contadina di un tempo: era “l’occhio del paese” che teneva sotto controllo la situazione, e così non succedeva nulla».

Il prefetto Ruberto, il capo della polizia Gabrielli e il sindaco Luca Vecchi

da sinistra: il questore Isabella Fusiello, Il prefetto Ruberto, il capo della polizia Gabrielli, il sindaco Luca Vecchi, il presidente della Provincia Manghi

In sostanza, si parla di gruppi di cittadini che si accordano e collaborano con le forze dell’ordine, senza sostituirsi a loro. Gruppi strutturati con un referente, che dovranno  sorvegliare e segnalare a ragion veduta. Una protezione civile della sicurezza, o se preferite una  sorta di intelligence di quartiere, con occhi aperti e orecchie tese, pronta a intercettare movimenti sospetti, persone losche, gente che sembra voler perlustrare la zona per colpiremal momento giusto.
Gruppi collegati con reti virtuali, la più semplice è wathsapp, ma che fanno capo a un referente e ai quali le forze dell’ordine assicurano periodi di formazione.
Il presidio dei gruppi di vicinato, suggerisce Ruberto, potrebbe essere segnalato a sua volta da cartelli stradali nei quartieri interessati, in funzione di dissuasione: «L’obiettivo è difendere insieme le nostre proprietà e le nostre case».
La formazione è l’elemento distintivo di questo patto perché  – precisa Gabrielli – «quando si immagina una partecipazione, il rischio è di morire di troppa informazione, travolti da una sarabanda di segnalazioni incontrollate che finirebbero per distogliere forze importanti al presidio del territorio».
Quindi partecipazione, collaborazione ma anche responsabilità: per questo i partecipanti al “gruppo di vicinato” dovranno sottoscrivere il patto stipulato ieri in prefettura.
In ogni caso capo della Polizia mette le mani avanti: «Niente a che fare con le ronde: l’approccio fai-da-te è sempre pericoloso. Il controllo di comunità è una novità forte, un’evoluzione del nostro concetto di sicurezza coordinata, che è un modello italiano portato ad esempio in tutto il mondo, in cui il cittadino partecipa in prima persona, e per questo si chiama “sicurezza partecipata”. Tuttavia –  precisa Gabrielli – nessuno rinuncia alle proprie funzioni, bensì rivisitiamo in maniera aggiornata l’incontro col sociale.
E’ impensabile mettere un agente a ogni angolo di strada, ma i cittadini possono fare la loro parte nel loro territorio. In definitiva, è la comunità che si riappropria delle forze dell’ordine».

VECCHI: SI ALLA  COMUNITA’, NO ALLA MILITARIZZAZIONE

«La sottoscrizione di oggi è il più recente approdo di un modo di vivere e di essere comunità, che ci appartiene, che è tipicamente emiliano. Questo protocollo infatti ha radici nell’idea di vicinato che è stata di un tempo assai diverso dal nostro, ma che possiamo declinare in una idea attuale di comunità». Lo ha detto sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, ieri in prefettura, alla firma del protocollo sul controllo di comunità.
«Questo accordo a Reggio Emilia – ha aggiunto il sindaco –  poggia su basi solide ed è  in grado di mettere a valore il senso civico e la responsabilità dei cittadini, riproponendo quel presidio ‘spontaneo’ del territorio che è dato dalla semplice presenza delle persone nei loro luoghi di vita e di relazione».
Inoltre «i  cittadini – ha proseguito  – può contare su istituzioni in dialogo con loro e su rapporti efficaci  in grado di analizzare i fenomeni e indicare modalità di intervento tali da contribuire a risolvere le criticità. E’ quanto accaduto  nel quartiere della stazione, in via Veneri e via Filzi, in Gardenia, nella zona del Municipale. Un quartiere può rinascere con azioni di prevenzione e repressione, che da sole però non bastano: di eguale importanza è l’affermazione di un’idea di comunità».
Il sindaco si è anche soffermato su alcuni aspetti politici legati alla prevenzione e alla repressione, sottolineando che “servono pene più severe per i reati predatori, efficacia delle espulsioni e ove possibile, chiaramente senza violare diritti costituzionali e valori fondamentali, rafforzare la previsione di misure di custodia e carcerazione”.
In ogni caso, ha concluso Vecchi, «non si costruisce sicurezza urbana militarizzando le città, bensì attuando quei modelli sinergici – e il protocollo sul Controllo di comunità è senz’altro fra questi – che chiamano in causa istituzioni e forze dell’ordine, comunità e agenzie diverse presenti sul territorio, quali la scuola e le attività culturali, spesso punto di riferimenti e relazione nei quartieri. Appunto: il terreno, su cui far crescere un controllo di comunità, è fertile. Non resta che attendere buoni risultati».

MANGHI: MA CI VUOLE LA CERTEZZA DELLA PENA

Da parte sua il presidente della Provincia Giammaria Manghi ha assicurato l’impegno della Provincia per l’estensione del controllo di comunità al maggior numero  possibile dei Comuni reggiani. «Una collaborazione fattiva e ben regolata tra polizie locali, carabinieri e cittadinanza, è in grado di produrre un valore aggiunto finora inedito e particolarmente rilevante per il contrasto alla criminalità e per il presidio del territorio».
Tuttavia, ha aggiunto, «è  indispensabile anche la decisa riaffermazione del principio della certezza della pena, uno dei principi cardine del nostro sistema penale e, più ancora, del nostro vivere civile. Senza di cui si rischia di vanificare il lavoro sin qui svolto».

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *