“Mi ribello all’equazione calabrese eguale ‘ndrangheta”

di Pierluigi Ghiggini

15/2/2017 – «Mi ribello all’equazione calabresi eguale ndrangheta. Tanta gente onesta, fuori da certe dinamiche si sente discriminata. E’ venuta meno la fiducia negli amministratori, siamo tornati indietro».

L’ingegner Salvatore Salerno, presidente de La Calabria nel mondo, attivo nel Comitato nazionale Primo Tricolore, fondatore del Premio Sportivo dell’anno, ha testimoniato di recente al processo Aemilia. In questa intervista spiega come fu coinvolto nella riunione nell’ufficio dei Sarcone («Finì in un nulla di fatto») e lancia un appello  a ricucire “lo strappo” con una comunità, quella cutrese, che si sente di continuo sotto tiro.
Ingegner Salerno, lei ha testimoniato al processo Aemilia perché partecipò alla riunione con Pagliani, il 2 marzo 2012, nell’ufficio di Nicolino Sarcone. Perché a un certo punto si è messo a piangere in aula? Cosa temeva?
Non temevo proprio niente. Sono arrivato sereno a testimoniare, e sereno mi sono alzato. I media hanno parlato dell’episodio con delle forzature.
Perché?
In primo luogo non mi sono messo a piangere…
Però aveva un bel  nodo alla gola, lo abbiamo sentito tutti… 
Sì, certo. Mi capita anche quando prendo la parola in pubblico, e chi mi conosce lo sa. Ma l’interrogatorio non c’entrava niente, nessuno mi ha intimidito.

Salvatore Salerno in sala del Tricolore

Salvatore Salerno in sala del Tricolore

Allora, le ripeto, perché?
Una reazione emotiva involontaria che mi ha preso quando ho ricordato che nei giorni del terremoto emiliano andavo a Carpi dalle 10 di sera alle 6 di mattina a fare la vigilanza notturna, mentre altri se la ridevano al telefono parlando del terremoto come opportunità di lavoro. Ecco, mi sono emozionato per questo.
Però ha detto: “Ho una professione, ho dei figli, non si butta via una vita di lavoro”…
Perchè sono sinceramente preoccupato per la città dove vivo, lavoro e dove crescono i miei figli. Invece tutto è stato interpretato come se avessi paura di chissà cosa. Non ho subito alcuna intimidazione, ero e sono sereno.
Veniamo alla riunione nell’ufficio di Sarcone. Può ripeterci come c’è arrivato?
Ho il mio studio professionale in via Plauto, al quarto piano di un edificio che al piano terra, ma dal lato opposto, ospitava il Wordhouse, uno show room di porte e finestre, poi chiuso nel 2014. I locali erano stati affittati regolarmente nel 2010 a Nicolino Sarcone da una società in cui io ho una partecipazione, con comunicazione alla questura di Reggio Emilia della cessione del fabbricato. Inoltre mi risulta che Sarcone fosse titolare di una licenza commerciale. Quella mattina, Gianluigi Sarcone mi ha telefonato due volte per invitarmi a scendere: “Ti voglio presentare l’avvocato Pagliani”. Sono andato a mezzogiorno meno  cinque, quando ho finito di lavorare, e la riunione si  è conclusa dopo una ventina di minuti.
Ma lei conosceva Nicolino Sarcone?
Conoscevo il fratello Gianluigi col quale avevamo i rapporti riguardanti l’affitto e le questioni condominiali. Con Nicolino non ho avuto neanche una telefonata. Ma provi a mettersi nei miei panni: come fa un cittadino a sapere che determinate persone sono coinvolte nella ndrangheta? Quando ho chiesto informazioni, mi hanno detto che il giudice gli aveva dato la possibilità di lavorare. E mi ribello all’equazione calabrese eguale ndrangheta: un calabrese di Reggio non dev’essere accumunato per forza a quell’ambiente.
Chi c’era a quella riunione?
Paolini, Pasquale Brescia, i Sarcone, Antonio Muto, però non mi dica quale, dovrei vedere la fotografia. E altre  persone che non conoscevo.
Cosa è stato detto in quella riunione?
I costruttori ponevano i loro problemi a Pagliani, che penso fosse invitato come consigliere provinciale: volevano incontrare le istituzioni. ”La prefettura non ci riceve, la stampa ci dà contro”, dicevano uno dopo l’altro. Lamentavano una campagna di stampa indistinta contro i calabresi, e per chi ha delle attività il problema si  poneva.
Era il tempo delle interdittive antimafia. Secondo lei cosa volevano quelle persone da Pagliani?
Cercavano qualcuno in grado di fare da tramite per esternare le loro preoccupazioni. Ma c’era chi voleva una manifestazione davanti alla Prefettura, e li abbiamo sconsigliati; oppure davanti al Comune e li abbiamo sconsigliati. Alla fine  chiesero di essere presenti sui giornali. Io risposi  che una pagina di giornale lascia il tempo che trova. Inoltre  non si sapeva chi doveva scriverla nè cosa scrivere. Le ultime battute della riunione riguardavano questo aspetto, poi Pagliani disse:  “Ho un appuntamento”, salutò velocemente e se ne andò. La riunione si concluse con un nulla di fatto. Mai avrei immaginato che poi sarebbe finita com’è finita.

Salerno col Questore di Cosenza

Salerno col Questore di Cosenza

A proposito, in aula il pentito Cortese ha detto che Pasquale Brescia riciclava nell’edilizia i soldi della ndrangheta. Lei lo ha conosciuto?
Io l’ho visto sempre in Questura e in mezzo a persone delle forze dell’ordine: come potevo immaginare che fosse legato alla criminalità organizzata? Senza trascurare il fatto che, dopo quella riunione, come ha detto il giudice, i commenti su di me (che avevo bocciato tutte le loro proposte) non furono affatto teneri.
Lei in aula ha giudicato negativamente l’appello “Cutresi parlate” lanciato dall’allora presidente della Provincia Sonia Masini. Per quale ragione, visto che a Reggio, per altre vicende, quelle del dopoguerra, era stato lanciato un “Chi sa parli”?
Un conto è dire “chi sa parli”, un altro è mettere tutti quanti sullo stesso calderone, come se i calabresi fossero tutti coinvolti nella ndrangheta. In questo modo tanta gente che è al di fuori di certe  dinamiche si sente discriminata. Essere cutrese d’origine non deve diventare una discriminazione, e secondo me si è creata una frattura a livello della società.
Cosa c’è di strano a chiedere che una comunità si ribelli all’oppressione della ndrangheta?
Scusi, ma se uno non  frequenta quegli ambienti e si comporta onestamente nella sua attività, cosa deve fare? I cutresi sono colpevoli a priori? E’ questa la domanda che sento porre dalla città. Perchè con tutto quello che succede, molti calabresi d’origine, anche se sono nati a Reggio, si sentono sempre meno cittadini di Reggio Emilia. Sa cosa dicono tanti? “Perchè hanno colpito così duramente noi, mentre le cooperative vengono salvaguardate?”
Ma proprio nessuno tra i cutresi si pone il problema di fare pulizia?
E come fai, se non hai sentori di una situazione? Io compro i materiali dove devo comprarli, come imprenditore mi comporto in maniera corretta: non sono un organo investigativo, cerco di fare le cose nel miglior modo possibile, ma come faccio a prevedere ciò che poi scopro dagli atti di un processo, anni dopo? Perchè imputare a un tecnico un servizio svolto per un’azienda chiamata in causa cinque anni più tardi?
Lei ha lavorato per i Sarcone?
Sì, in via Signorelli, perché il cantiere era di mio zio, con permesso del 2011, che si è ammalato e lo ha venduto alla New S3 srl. Io ho continuato a fare il coordinatore alla sicurezza come prima.

Salvatore Salerno nella terrazza del Quirinale

Salvatore Salerno sulla terrazza del Quirinale

A suo parere, cosa si può fare per migliorare il clima tra la comunità cutrese e la città?
Difficile dirlo. Molti cutresi pensano che per loro qui non vi sia più un futuro. Mi sento di dire agli amministratori, alle associazioni di categoria, agli imprenditori che questo clima deve cambiare. Bisogna capire le problematiche, mettersi in gioco sul serio, e rasserenare gli animi. Sicuramente siamo andati indietro, perché oggi i cittadini calabresi si sentono sotto un attacco continuo. E questo non porta vantaggio a nessuno.
Quindi lei non vede una soluzione?
Qualcuno deve dire: «Fermiamoci e discutiamo». Però se discuto devo avere fiducia in te. E se non ti fidi degli amministratori, come fai a riconoscerli come interlocutori? Questo è un grande problema per la città.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

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