Manghi: “La scissione del Pd una sciagura assoluta”
“Dalla comunità cutrese arrivi una testimonianza forte per la legalità”

di Pierluigi Ghiggini
9/2/2017 – La scissione del Pd sarebbe una sciagura assoluta per il centro sinistra e per il Paese. Ormai e a un passo, ma bisogna fare di tutto sino all’ultimo istante e con pazienza infinita, per scongiurarla, anche se la data del congresso è solo il casus belli, e le cause della rottura arrivano da lontano, principalmente dalla vicenda referendaria.
E’ quanto pensa il presidente della provincia di Reggio Emilia, Giammaria Manghi, che è anche sindaco di Poviglio e fa parte dell’assemblea nazionale del Pd che si riunisce oggi a Roma. Manghi affida il suo appello a questa intervista, raccolta sabato mattina, in cui parla anche di sicurezza, migranti e rapporto tra Reggio e comunità calabrese.
Manghi, le andrà all’assemblea nazionale del Pd?
Spero di riuscirci. Domenica (oggi, ndr.) ho due impegni istituzionali rilevanti a Bagnolo per i martiri del Torrazzo, e al centro Malaguzzi col ministro Galletti.  Sono preso a tenaglia tra questi impegni e la situazione di emergenza del Pd.

Giammaria Manghi sul palco di piazza Prampolini

Giammaria Manghi sul palco di piazza Prampolini

Ma lei cosa pensa della scissione?
Sarebbe una sciagura assoluta. Purtroppo è vicina, ma mi auguro che sino all’ultimo istante non si lasci nulla di intentato per evitarla. Per il centro sinistra e  per il paese sarebbe una incomprensibile per la stragrande maggioranza degli elettori. La storia e l’esperienza hanno dimostrato che soltanto uniti si vince, mentre divisi si rischia di consegnare il Paese al qualunquismo populista o, peggio ancora, xenofobo, in grado solo di riportarci indietro.
Voglio aggiungere che io ho  creduto in maniera convinta nella stagione della costruzione del centrosinistra passata attraverso l’esperienza  dell’Ulivo: nel 2007, sulla scia di quella stessa esperienza, da segretario provinciale di uno dei due maggiori partiti fondatori, ho concorso a Reggio Emilia alla nascita del Partito democratico. Continuo tuttora a credere nei comuni valori progressisti e di innovazione che abbiamo condiviso in questi dieci anni.
Oggi purtroppo siamo vicini al rischio della separazione di un Pd nato come aggregazione di partiti preesistenti: ma ogni movimento in senso contrario, non mi stanco di ripeterlo, sarebbe sciagurato.
La scissione nasce davvero dallo scontro sulla data del congresso, o non piuttosto da qualcosa di più profondo?
Avere più tempo per il congresso è  il classico casus belli, che  non è alle origini del conflitto. I prodromi vanno rintracciati nella partita referendaria, dove si è era creata una situazione senza precedenti, con una parte del Pd che ha giocato la partita in una direzione avversa alle decisioni assunte dagli organi dirigenti e dallo stesso Parlamento. Una frattura drammatica, dietro alla quale si vede un preciso orientamento di pensiero, in un rapporto mai stabilizzato col segretario Renzi.  In ogni caso, alla rottura sulla data del congresso non crede nessuno.
Non sarà che è fallito per incompatibilità l’esperimento di integrare l’ex Pci con la Margherita?
E chi lo dice che è fallito? E’ vero che realizzare l’amalgama non è stato facile , ma a livello locale abbiamo esperienze molto positive, tantissime esperienze che costituiscono un patrimonio irrinunciabile. E comunque è  sbagliato continuare a ragionare oggi con le categorie di pensiero del Novecento.
Vale a dire?
Vede, io alla mia identità cattolica non rinuncio davvero. e ciò vale per tutti:  le scelte delle persone restano. Ma è un fatto che il mondo non è più ideologizzato, gli schemi oggi sono diversi. Oggi la gente non si ritrova più negli schemi tradizionali quando la crisi,  la mancanza di lavoro, le grandi emergenze inedite  come la sicurezza e i migranti,  spostano completamente il centro del pensiero delle persone. Lo sguardo sul mondo in questi anni è cambiato. Ed è partendo da questo cambiamento che va reinterpretato il modo di essere del partito come  soggetto politico proteso al bene comune.
Graziano Delrio, in un “fuori onda”, ha criticato duramente Renzi perchè “non ha fatto nemmeno una telefonata” per scongiurare la scissione. Lei è  d’accordo col ministro?
Delrio ha posto un tema cruciale: tutti, anche il segretario, hanno il dovere e la responsabilità sino all’ultimo di trovare una soluzione. Che ci sono le provocazioni e le controprovocazioni, ma bisogna avere una pazienza infinita e lavorare sino all’ultimo istante per mantenere unito il partito.
Parliamo allora delle emergenze: la questione sicurezza è esplosa , al punto che la petizione dei sindaci della zona ceramiche è diventata un caso nazionale, con mille firme al giorno raccolte su internet. Cosa si può fare per mettere un argine a furti, scippi e rapine?
La petizione ha il merito di porre al governo il problema numero uno: la certezza della pena. Tema che avevamo posto in settembre in un incontro riservato, molto proficuo, a Festa Reggio col ministro Orlando. Non può passare l’idea che il furto sia ordinario nella vita quotidiana, qualcosa da mettere in conto comunque: va trattato come violazione grave, in cui la pena sia inderogabile. Invece il meccanismo di oggi fa balenare nella testa degli eversori e dei malfattori che  delinquere sia alla fine  conveniente.
Tuttavia è indispensabile un  investimento in risorse che consenta di incrementare gli organici delle forze dell’ordine,  che ora fanno più del massimo possibile. Sono necessari investimenti in tecnologie per presidiare meglio il territorio, e i nostri comuni già impiegano risorse importanti, e servono strumenti “intelligenti” per le indagini. Non da ultimo ci attendiamo risultati importanti dal controllo di vicinato, che non sono le ronde, ma significa coinvolgimento dei cittadini in ruoli pertinenti, per segnalazioni e osservazioni volte a prevenire e a concorrere alla sicurezza di tutti.
I richiedenti asilo sono un’altra emergenza. Non pensa che la provincia di Reggio ne ospiti già abbastanza?
Non possiamo accogliere migranti per sempre. C’ è un limite anche in questa situazione. Secondo me possiamo ancora accogliere qualcuno, ma non abbiamo grandi margini. Se prendiamo come parametro l’accordo Anci per 2,5 migranti ogni mille abitanti, quando nel mio comune ne ospita 20 o 25 io sono a posto. Tuttavia è una questione molto più grande di noi. O il problema viene affrontato in modo organico, a cominciare dall’Europa che non va il proprio dovere,  o non ci si  salta fuori.
Bisogna mettersi in testa che i migranti vengono da noi perché nella loro terra non hanno condizioni di vita dignitose: io l’ho toccato con mano partecipando alle missioni umanitarie. Quindi bisogna invertire la rotta, altrimenti il flusso fai fatica a fermarlo.
Presidente Manghi, si è posto in questi giorni il problema del rapporto tra Reggio e la comunità cutrese. I calabresi, anche radicati da due o tre generazioni, si sentono discriminati da quando è esplosa l’inchiesta Aemilia. Al punto che molti pensano che per loro qui non vi sia più un futuro. Lei cosa ne pensa, rispetto all’esigenza imprescindibile di sradicare la ndrangheta e l’illegalità?
Anch’io vogliono dire con grande chiarezza che essere cutresi non significa essere eversori o mafiosi. Ci sono quelli che hanno comportamenti adeguati, e quelli che non li hanno, come in tutte le comunità. Non credo che vi siano discriminazioni, e se ci sono vanno condannate. Ma voglio dire che i cutresi devono sentirsi persone a posto,  che rispettano le regole e facciano una testimonianza in modo  forte come elemento equilibratore. Esistono situazioni oggettive da cui bisogna smarcarsi.
Non ritiene che testimoniare, contrastare l’illegalità a cominciare dai propri comportamenti personali,  sia un obbligo per tutti i reggiani, non solo quelli di origine calabrese?
L’integrazione è tutto, i corpi separati non giovano a nessuno, e bisogna fare dei passi avanti con un pensieri e azioni positive, da parte di chi accoglie come di chi viene accolto. Io penso che il rispetto delle regole e la testimonianza siano approcci positivi che fanno bene prima di tutto alla comunità cutrese.

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