Battaglia di Fabbrico, all’Anpi non va giù lo striscione coi morti del dopoguerra
Tadolini a Fiaccadori: “Tu non difendi la la libertà, ma i crimini stalinisti”

26/2/2017 – La battaglia di Fabbrico è l’unico evento della guerra civile di Resistenza al fascismo nel reggano che viene commemorato da entrambe le parti, sia pure separatamente.   Lunedì 27 Febbraio, a 72 anni dalla battaglia,  si svolge la manifestazione promossa dal centro studi Italia e dall’Unione combattenti Rsi: manifestazione all’insegna della “riconciliazione”, nel corso della quale per la prima volta viene esposto uno striscione con tutti nomi dei caduti nella zona . Una quarantina di nomi: 3 partigiani uccisi e 36 uccisi dai partigiani, di cui solo cinque in combattimento, e ben 15 uccisi dopo la guerra, oltre 7 prigionieri italiani e 2 tedeschi eliminati sempre dai partigiani.

L’annuncio,  ha disturbato parecchio l’Anpi di Reggio Emilia che con il suo presidente Ermete Fiaccadori, in una nota consegnata alla stampa ha detto no a una riconciliazione in cui i morti siano tutti sullo stesso piano: “Se avessero vinto i fascisti e i loro alleati nazisti l’Italia e l’Europa non avrebbero certamente vissuto per 70 anni in democrazia e in libertà”.

Fiaccadori inoltre ha recriminato sul fatto che l’amnistia Togliatti e le sue estensioni abbiano impedito di far pagare ai molti fascisti il prezzo dei loro delitti, dimenticando tuttavia che amnistie, indulti e condotti (ben otto) firmati dal Guardasigilli Togliatti furono finalizzati essenzialmente a lasciare impuniti i delitti commessi dai partigiani comunisti nel periodo della Liberazione e nell’immediato dopoguerra.

In una replica a Fiaccadori, primo presidente non partigiano dell’Anpi di Reggio Emilia, Luca Tadolini, a nome del Centro Studi Italia, risponde:  “Presidente Fiaccadori, lei non difende la Libertà, ma i crimini stalinisti. A Fabbrico non andiamo da 17 anni per provocare, ma per ricordare che massacrare e seviziare ragazzini dai 16 ai 18 anni (Luigi Sanferino annegato in un pozzo nero), e prelevare da casa le persone e farle a pezzi nei campi (via Fusara a Fabbrico) non può essere una festa che sostituisce il Patrono cristiano.”

LA RISPOSTA DI TADOLINI A FIACCADORI

“La differenza fra Noi e Loro me la spiegò bene un cattolico (non dossettiano) nel 1986: libertà astratte (loro), libertà concrete (noi). Loro erano i comunisti. Noi eravamo quelli che non volevano i comunisti e non eravamo di sinistra.
Il Presidente dell’ Anpi parla di Libertà e Costituzione, ma in concreto difende (come i suoi predecessori dal 1945, dai tempi di Morelli, il partigiano cattolico ucciso perché denunciava i crimini partigiani su la Nuova Penna) la violenza delle formazioni staliniste partigiane.
Il Presidente ANPI non dice una sola parola sui crimini partigiani (secondo il Prefetto della Liberazione Pellizzi “1000 persone uccise a fine guerra”) . Se nel 2017 si continua a parlare di guerra civile a Reggio Emilia dopo settant’anni non è perché sulla nostra terra reggiana ci fu una nobile battaglia fra chi voleva la dittatura e chi voleva una società aperta e liberale. Siamo la terra del Chi sa parli? Perchè da noi operarono partigiani stalinisti che si macchiarono di crimini che resero famoso Reggio come il Triangolo della Morte.
A Fabbrico non andiamo da 17 anni per provocare, ma per ricordare che massacrare e seviziare ragazzini dai 16 ai 18 anni (Luigi Sanferino annegato in un pozzo nero), e prelevare da casa le persone e farle a pezzi nei campi (via Fusara a Fabbrico) non può essere una festa che sostituisce il Patrono cristiano.
Presidente dell’Anpi, conclude Tadolini –  Lei oggi non difende la Libertà, Lei difende solo i crimini stalinisti che con la Costituzione non hanno nulla a che fare. Noi ci rivolgiamo ai Reggiani, fra i quali ci sono più famiglie con vittime dei partigiani stalinisti che famiglie che hanno vittime per colpa dei nazifascisti, e ripetiamo la parola che l’Anpi da sempre teme: Riconciliazione”. (Luca Tadolini, centro studi Italia)

L’ELENCO DEI CADUTI DI FABBRICO TRA IL 1943 E IL 1945, DIFFUSO DAL CENTRO STUDI ITALIA

 

3 PARTIGIANI UCCISI

 36 UCCISI DAI PARTIGIANI (solo 5 in combattimento)

 3  PARTIGIANI CADUTI IN COMBATTIMENTO, 7  UCCISI DAI PARTIGIANI DURANTE LA GUERRA

4  MILITARI RSI CADUTI IN COMBATTIMENTO

1  MILITARI TEDESCHI CADUTI IN COMBATTIMENTO

1  CIVILI UCCISI DURANTE LO SCONTRO DEL 27\2\1945

7  PRIGIONIERI ITALIANI UCCISI DAI PARTIGIANI

2  PRIGIONIERI TEDESCHI UCCISI DAI PARTIGIANI

15 UCCISI DAI PARTIGIANI ALLA FINE DELLA GUERRA E DOPO

PARTIGIANI CADUTI IN COMBATTIMENTO

1)Piero Foroni

2)Leo Morellini

3)Luigi Bosatelli

UCCISI DAI PARTIGIANI DURANTE LA GUERRA

1) Davolio  Marani Francesco

2) Melegari Enea

3) Pedrazzini Giovanni

4) Ribaudo Renato

5) Righi Paolo

6) Soprani Leonida

7) Ignoto Decima Mas

MILITARI RSI CADUTI IN COMBATTIMENTO

1)Lino Luppi

2)Ostilio Casotti

3)Corinto Baliello

4)Luigi Spoto

MILITARI TEDESCHI CADUTI IN COMBATTIMENTO

1) Maggiore Smola

CIVILI UCCISI DURANTE LO SCONTRO DEL 27\2\1945

1)Genesio Corgini

PRIGIONIERI ITALIANI UCCISI DAI PARTIGIANI

1)Gino Ianni

2)Domenico Cocchi

3)Luigi Sanferino

4)Giuseppe Ghisi

5)Ugo Fringuelli

6)Franco Volpato

7)Giancarlo Angelini

PRIGIONIERI TEDESCHI UCCISI DAI PARTIGIANI

1)2) staffette 26\2\45

UCCISI DAI PARTIGIANI ALLA FINE DELLA GUERRA E NEL DOPOGUERRA

1)Marino Santachiara

2)Edgardo Marani

3)Mastini Vilmaro

4)Gambarini Aldo

5)Magnanini Mario

6)Ricchi Cesare

7)Rossini Amedeo

8)Rossi Vittorino

9)Ignoto campo del Castello

10)Ignoto Località Righetta

11)Ignoto Località Righetta

12)Ignoto Località Righetta

13)Ignoto Località Righetta

14)Ignoto Località Righetta

15)Ignoto Podere Roma

 

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Una risposta a 1

  1. Ivaldo Casali Rispondi

    27/02/2017 alle 18:55

    Nel condividere la precisa risposta di Tadolini alle storiche censure dell’Anpi sui crimini partigiani, ritengo opportuno riportare le dichiarazioni di due esponenti partigiani, non comunisti, dell’epoca:
    …Lo stesso comandante partigiano “Claudio”, al secolo Ermanno Gorrieri, fu un autorevole esponente del partigianato cattolico attivo nelle formazioni maggioritarie del partito comunista. Molto amare furono le sue considerazioni al primo Congresso Dc di ex partigiani della Bassa (modenese ndA) alla fine del 1945: “Ci costa uno sforzo quotidiano non lasciarci vincere dallo sconforto e dall’amarezza di vedere che quello che è stato fatto e sofferto da chi ha voluto fare il suo dovere, è misconosciuto e vano, che il nome di partigiano è divenuto sinonimo di delinquente, che, in una parola, oggi bisogna vergognarsi di essere stati partigiani”…
    …Verso la fine della guerra i contrasti sulla conduzione della lotta tra democristiani e comunisti aumentarono. Nel documento congiunto delle delegazioni Dc delle provincie di Modena, Parma e Reggio, steso da Giuseppe Dossetti il 24 febbraio 1945, si legge una severa critica all’impostazione comunista della guerra partigiana. Dopo aver sottolineato che le azioni delle formazioni partigiane debbono conformarsi agli ordini del Governo, del CLNAI e del Comando militare e “debbono porsi su di un piano strettamente militare ed epurarsi di ogni specifica impronta a lavorio di partito, soprattutto se subdoli ed inconfessati”, si stigmatizzava l’organizzazione delle SAP che “ha consentito l’armamento di elementi immaturi o, peggio, irresponsabili, dedicatisi ad azioni non ad interesse militare ma ad un professionismo squadristico o, peggio ancora, ad atti non episodici di vessazioni e di rapine”. Le delegazioni Dc esprimevano inoltre un “severo giudizio” di condanna contro le “azioni isolate di guerriglia”, in quanto “troppo gravemente passive non solo per la sproporzione palese fra le perdite subite tra le forze della libertà e quelle inflitte ai nemici, ma anche e più per l’innegabile senso di riprovazione che esse hanno destato nelle popolazioni”. Sulla questione specifica dell’eliminazione fisica degli avversari, le delegazioni Dc riprovavano “le cosiddette azioni di giustizia, contro singoli ed anche contro intere famiglie”, anche perché “molte, troppe delle eliminazioni compiute negli ultimi tempi non sono né lecite, né necessarie, né opportune”. Nell’eventualità che queste “esigenze fondamentali” non fossero state accolte, le delegazioni Dc minacciavano di “riprendere intera la loro libertà di azione di discriminare con ogni mezzo, anche davanti all’opinione pubblica, le proprie responsabilità, in seno ai C.L. provinciali”(40). (Tratto da “Vittime dell’Odio” di Giovanni Fantozzi).
    40) E.Gorrieri, op.cit., pp.534-536 e Salvatore FANGAREGGI, Il Partigiano Dossetti, Firenze, 1978, pp.61-63. Le prese di posizione delle forze democratico-cristiane contro gli eccessi a cui si lasciavano andare le formazioni partigiane comuniste, è riscontrabile nei documenti relativi anche ad altre province emiliano-romagnole. Giuseppe Dossetti, presidente del CLN provinciale di Reggio Emilia, inviò il 13 febbraio 1945 una lettera ai responsabili Dc della resistenza reggiana in cui sosteneva che la situazione politica si era “notevolmente aggravata” per diversi motivi ed in particolare: “a) per l’intensificarsi di azioni arbitrarie e di rapina da parte delle SAP e dell’estorsione di denaro (…); b) per l’aumentare delle uccisioni arbitrarie e senza controllo di pretese spie, scelte a preferenza di altre in modo del tutto cervellotico (…); c) per il ripetersi di azioni isolate contro tedeschi senza costrutto”. Quanto ai rapporti con i comunisti, Dossetti si dichiarava del parere che “imprescindibili pregiudiziali di ordine morale e politico” impedivano ai Dc “di assumere ancora la responsabilità” di quanto essi compivano “sotto il titolo di lotta di liberazione”. FANGAREGGI, op.cit., pp.55-56. Le stesse preoccupazioni erano esternate dai democristiani forlivesi: “Tutti siamo d’accordo: basta col fascismo, ma dobbiamo egualmente essere d’accordo nell’affermare nella pratica reale dei fatti che intendiamo finirla una buona volta e per sempre coi metodi fascisti. Attenzione dunque a non creare nuovi miti, nuovi gerarchi, nuovi duci, nuovi squadristi (…). Attenzione a non parlare solo sulla violenza e sull’imposizione”. Pietro ALBERGHI, Partiti politici e CLN, Bari, 1975, p.252.

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