Alberto Giacometti e il suo ultimo ritratto
Un bel film per un immortale al festival di Berlino

Di Lara FerrariLARA FERRARI

inviata al 67° festival del Cinema di Berlino

Berlino, 12/2/2017  – Fare e disfare un quadro è l’eterno dilemma in cui si imbatte ogni artista e Alberto Giacometti non faceva eccezione in questo. Anzi, era un campione nell’esprimere il tormento creativo che lo dilaniava. Più o meno consapevolmente. La differenza con i comuni mortali è che l’artista italo-svizzero non se ne curava affatto, vedendo e rivedendo in continuazione i propri ‘errori’ che cancellava a colpi di pennellate bianche.

Nei panni impolverati e frusti, per non parlare del cavolfiore che aveva al posto dei capelli, di Giacometti troviamo Geoffrey Rush, bravissimo e affetto dallo stesso senso dell’umorismo del pittore, a detta del regista Stanley Tucci.
È un peccato che ‘Final Portrait’ sia fuori concorso alla Berlinale perché è un cammeo di quelli preziosi nel mare magnum delle proiezioni che vediamo qui.
Dopo la nostalgica ricaduta nell’eroina dei protagonisti di ‘Trainspotting 2’, con tutto il loro seguito di devastate esistenze, respiriamo l’odore pungente e denso dei colori a olio di un genio del secolo scorso, lasciandocene avvolgere.
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Geoffrey Rush è Alberto Giacometti in Final Portrait

Tratto dal libro ‘Giacometti, un ritratto’, il memoire di James Lord al quale il regista cerca fin troppo di aderire – l’unico vero suo limite – il film è lo specchio degli ultimi due anni di vita dell’artista, il periodo in cui fece un ritratto allo scrittore critico d’arte newyorchese Lord – Armie Hammer, aitante e perfetto American gentleman in Paris – e che lo vide sempre più chiuso in se stesso e nella sua bizzarra personalità. Quella che gli permetteva di avere una moglie e al contempo un’amante più giovane e fuori controllo, anche modella dei suoi dipinti; figure di donne comunque prontamente sostituite dalle vere amiche della vita notturna di Giacometti, le prostitute.
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Tucci mette in scena l’ossessione dell’essere artista e dell’etica che lo governa: produrre lavori non meno che adeguati alla sua idea di perfezione. E lo fa spalleggiato da un grande attore, l’australiano Rush – non nuovo ai personaggi genio e sregolatezza, ricordiamo l’Oscar vinto per Shine, ma nemmeno all’arte, anche se vissuta dall’altro lato, nella Migliore offerta di Tornatore. Tutto il film è pervaso dai toni dei grigi, dei bianchi e dei neri, quelli che davano l’anima alle sue sculture scheletriche eppure forti, consunte e dinamiche.
Anche se la scena è più o meno la stessa, con pochissime incursioni esterne, se non per passeggiare al cimitero o sostare brevissimamente nei caffè, l’ora e mezza del film basta a delineare il carattere di Giacometti, come lo svolazzo della sua firma inafferrabile ma precisa, su un foglio di carta bianco. Ci è piaciuto.
IPSE DIXIT
Armie Hammer:”Lavorare con Stanley è bello perché sa esattamente che cosa vuole un attore e condividere il set con Geoffrey Rush è come giocare a tennis con uno molto più bravo di te”.
Stanley Tucci:”L’America ha un rapporto molto ambiguo con l’arte.
Penso che la massima parte delle istituzioni scolastiche non credano che l’arte sia una parte importante dell’educazione dei ragazzi. Riguardo le donne e Giacometti, lui non voleva avere una relazione normale con loro. Era piuttosto ossessionato da fantasie sulla violenza, l’uccidere e il suicidio”.
 
 
 
 
 
 
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