Addio al pittore Bruno Olivi , fra i più grandi del dopoguerra

di Sandro Parmiggiani

6/1/2016 – Si è spento, nella notte tra sabato e domenica, Bruno Olivi, uno degli artisti reggiani più grandi nel dopoguerra, forse quello di più acuta sensibilità pittorica.
Nato a Reggio Emilia nel 1926 – avrebbe compiuto novantuno anni tra poche settimane –, Olivi si forma dapprima nella nostra Scuola d’Arte “Gaetano Chierici”, dove ha come insegnante di figura Carlo Destri, con il quale avrà poi diverse occasioni di collaborazione, e successivamente all’Istituto d’Arte “A. Venturi” di Modena, dove ha modo di conoscere l’opera di Renzo Ghiozzi (“Zoren”); nella seconda metà degli anni Quaranta, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bologna, assieme ad altri artisti, come Marco Gerra, con il quale resterà amico per tutta la vita.

Bruno Olivi

Bruno Olivi

Gli anni bolognesi sono decisivi, segnati dall’incontro con la luce e la spazialità di Virgilio Guidi e dalle nervose, pulsanti germinazioni di Pompilio Mandelli, con il quale le frequentazioni saranno costanti e durature nel corso del tempo (del resto, Mandelli ha sempre dichiarato di considerare Olivi un pittore del suo stesso valore).
Ma Bologna è anche il luogo dove è impossibile non incrociare l’esperienza di Giorgio Morandi, del quale Olivi assimila la profonda lezione di moralità e rigore formale, come testimoniano le sue nature morte degli anni Cinquanta, segnate pure dalla sensibilissima ricerca avviata da Sergio Romiti.
Dalla fine degli anni Cinquanta, la naturale propensione a un’inesausta sperimentazione conduce Olivi a immettersi, con un proprio peculiare linguaggio, nel grande fiume dell’informale, che soprattutto in Emilia diventa, negli stessi anni Cinquanta, una delle esperienze più diffusamente sviluppate, sia per l’attività di molti artisti di valore (tra i quali, Mandelli, Moreni e Morlotti) sia per il generoso contributo di idee e di sollecitazioni di Francesco Arcangeli, cui si deve la fortunata definizione di “Ultimo Naturalismo”.
Al linguaggio informale Bruno Olivi è rimasto per sempre fedele, con continue variazioni e accentuazioni, ora di segno ora di colore, che lo porteranno negli anni a misurarsi pure con l’attualità della lezione dell’impressionismo di Monet (le “finestre” sul paesaggio, presentate all’epoca da Corrado Costa) e con le suggestioni dell’arte orientale.

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Nel tempo, in verità, la sua sensibilità estrema per il gesto, coniugato alla forza espressiva del colore, si è venuta accentuando, come testimoniano le opere degli anni Novanta e Duemila, che confermano una straordinaria sensibilità visionaria e un’interiorità ricchissima, al di là del carattere schivo, della ritrosia, delle scarne parole con cui Bruno si esprimeva.
A conferma del suo valore che travalica ogni angusto confine, oltre ai nomi già citati, per Olivi si potrebbero fare, come punti di riferimento, quelli di Bendini, Licini, Scialoja, Fautrier, Hartung, Wols, Tobey.
Ha guardato a questi esiti, Olivi, non certo banalmente replicandoli, ma calandovisi dentro, introiettandoli con intensità, innestandoli su quello che da sempre è stato il nucleo elettivo della sua ricerca: i tremori, gli incupimenti e le folgorazioni della luce e dell’ombra; la perenne plasticità e mutazione delle forme; i trasalimenti e le vibrazioni impercettibili dei toni; il libero dipanarsi e involarsi di un segno che felicemente dispiega le sue inesauribili possibilità.
Ricorrendo a questi strumenti, ai suoi fiati di forme, alle presenze che presto, come il volo di una farfalla, paiono sul punto di esitare, di dissolversi e di farsi assenza, Bruno Olivi è venuto dipingendo, dagli anni Cinquanta a qualche tempo fa, nature morte, paesaggi, composizioni di assoluta libertà gestuale, tanto che il suo polso è sembrato in collegamento diretto con quei sogni e quelle visioni che dentro di noi subitamente si manifestano e presto svaniscono, con ciò che è altrove, che non può essere facilmente afferrato giacché se ne sta eternamente nascosto, e che solo si manifesta a certe anime, quelle più sensibili e ricche di interiorità.
Da alcuni anni Bruno più non dipingeva, ma le ultime sue prove hanno girato attorno alla rappresentazione del corpo di Cristo sulla Croce, e del teschio, quasi che anche questi dipinti ultimi fossero un capitolo necessario per continuare a misurarsi con la pittura fino al suo limite estremo, quando essa si fa rivelazione dell’identità e del destino di chi la fa.
Olivi ha parlato una lingua che può agevolmente essere compresa e apprezzata dai conoscitori veri dell’arte, ben al di là dei confini della nostra terra, dove pure alcune gallerie gli hanno dedicato esposizioni e hanno presentato con regolarità le sue opere.
E tuttavia, per tutta la sua vita, nonostante le mostre pubbliche – ricordo l’antologica dell’ottobre 1980 al Palazzo del Capitano del Popolo, presentata da Roberto Tassi, e la recente (gennaio 2010) vasta esposizione ai Chiostri di San Domenico, con testo in catalogo di Claudio Cerritelli – non è stato facile, per Bruno Olivi, essere diffusamente compreso e apprezzato come meritava, pur praticando una pittura di così alta qualità, e di così strenua coerenza, senza concessioni alle mode, ai facili effetti e agli snobismi intellettuali che s’illudono di scalfire i gusti culturali più tradizionali e conservatori.
Con la morte di Bruno Olivi si chiude l’esistenza terrena dell’uomo, ma non può certo ritenersi archiviata la giusta valutazione della sua opera, che continua ostinatamente a proclamare la sua forza e il suo fascino nascosto, del tutto coglibili a chi sappia sintonizzarsi sulle lunghezze d’onda di una pittura di respiro internazionale.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

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