“A Cutro erano spiantati, qui sono diventati straricchi”
Il pentito Cortese racconta gli uomini della ‘ndrina reggiana

di Pierluigi Ghiggini

10/2/2017 -Alfonso Diletto? Uno “sgarro”. Antonio Valerio uno sgarro pure lui, e sgarro era anche Nicolino Sarcone. Lo ha detto al processo Aemilia, nell’udienza di ieri mattina nell’aula bunker di Reggio, il primo pentito della ndrangheta Angelo Salvatore Cortese (già uomo di punta del clan ndranghetista  di Nicolino Grande Aracri), che ha testimoniato in aula protetto, come avvenuto anche per Paolo Bellini, da un paravento.
“Sgarro” è un grado  della ndrangheta che viene dopo picciotto e camorrista,  e lo si ottiene dopo aver partecipato a un fatto di sangue. Poi vengono i gradi di “santista”, “trequartino”, “vangelo” e “crimine”.

Cortese era diventato “crimine”, grado inferiore solo a quello di crimine internazionale che invece spettava a Nicolino Grande Aracri (così battezzato dal patriarca Antonio Pelle di San Luca) al quale, infatti, tutti erano obbligati a rispondere: «Comandava su tutto, decideva lui chi doveva vivere o morire».
Cortese, in sostanza, ha spiegato che Nicolino e Gianluigi Sarcone e gli altri erano affiliati in piena regola alla cosca cutrese, rivelando una volta per tutte che quella di Reggio Emilia era ed è tuttora una “ndrina distaccata” di Cutro, formata da uomini “mandati su”  dal boss Nicolino a fare fortuna e a curare gli affari del clan: «Antonio Valerio era affiliato, Diletto affiliato, i Sarcone affiliati, Gaetano Blasco invece era vicino alla cosca».

Il pentito Cortese testimonia protetto da un paravento

Il pentito Cortese testimonia protetto da un paravento

Quella di Angelo Salvatore Cortese  è stata una cavalcata di ore e ore nella storia della ndrangheta cutrese e reggiana, col racconto dei tentativi di uccidere Paolo Bellini  e del delitto di Giuseppe Ruggiero a Brescello che interessava non solo ai Grande Aracri, ma anche agli Arena di Capo Rizzuto, tanto  «che Nicola Arena regalò 25 milioni di lire a Nicolino Grande Aracri». L’affresco di un mondo del crimine che muove affari illegali per miliardi, in cui a un certo punto si tenta il salto nei grandi affari al Nofrd, ma dove tutti continuano a mantenere soprannomi da scugnizzi di paese: “U pulitino”, “Manuzza”, “culo muscio” e via così.
Ma per capire come si è insediata in profondità la ndrina distaccata nel reggiano, è di particolare interesse il racconto di quando Cortese, uscito dal carcere, agli inizi del 2005 decide di venire a Santa Vittoria di Gualtieri insieme a Giuseppe Procopio, il cui figlio lavorava con i fratelli Muto autotrasportatori.

L'aula del processo Aemilia

L’aula del processo Aemilia

«Quando andammo a trovare Antonio Muto – ha detto il pentito- rimasi sbalordito: avevo conosciuto i Muto come operai a Cutro, qui invece erano ricchi, avevano di tutto. Lo stesso Pino Giglio: a Cutro era rovinato, qui invece aveva ville e quaranta camion». Per il collaboratore di giustizia un miracolo simile si spiega solo con i traffici illeciti: «Col solo lavoro si vive, ma non si diventa così ricchi».
Entrò in un giro per lui da mille e una notte: «Cominciai a capire il meccanismo e mi misi a disposizione. Giglio, Muto e anche Paolo Vertinelli mi regalarono soldi, cinque-diecimila euro alla volta, mi portavano in locali, night, ristoranti e mi davano delle macchine: li chiamavamo i bancomat viventi.
Così Pino Giglio (oggi collaboratore della Dda nel processo Aemilia) gli chiese di aprire una società  per una truffa di macchine di lusso  acquistate con leasing accesi in una banca di Viadana : «Avevano in mano il direttore, avevano in mano un sacco di direttori di banca: acquistavano le auto in leasing, denunciavano il furto e le vendevano all’estero».
In realtà quello che doveva essere il primo business facile facile di Cortese, saltò perché il prestanome, tale Marrazzo, non era stato un buon pagatore.
Nondimeno, visto che i soldi giravano a tutto spiano, il pentito decise di restare in Emilia: «Mi dedicai al recupero crediti, al traffico di droga e alla rapine: ero come il prezzemolo, volevo fare soldi, organizzai anche un traffico di cocaina dalla Germania per la famiglia Farao Marincola insediata a Modena: quindici chili alla  settimana».
Così, aggiunge «andai a trovare i Sarcone a Pieve Modolena: erano loro il punto di rierimento di Nicolino Grande Aracri. E a Brescello incontrai Alfonso Diletto detto “scimmia”, che muoveva tanti soldi, aveva bische e terreni. Incontrai Gaetano Blasco che aveva una falegnameria.
Gente, insomma, come i Sarcone, Floro Vito Giuliano e Selvino, Pino Giglio, Palmo Vertinelli, i fratelli Muto «che mi facevano  una sacco di offerte e mi proponevano investimenti» e sembravano avere in mano questo pezzo dell’Emilia. E tutti imparentati attraverso i matrimoni.
A ogni fotografia, mostrata dall’accusa, corrisponde una storia di crimine e di fortune. Come quella di Alfonso Diletto «riciclatore di punta, molto capace, che negli anni novanta trafficava in cocaina, poi ha fatto il salto di qualità: edilizia, bische anche all’estero, discoteche, insomma un po’ di tutto» .
O come Giovanni Abramo genero di Nicolino Grande Aracri, Michele Pugliese detto la papera, che insieme a Muto mise i soldi nella discoteca Italghisa, o Paolo Lentini alias “Pistola” che era un “azionista”,  non di Borsa, ma nel senso dell’azione criminale: uno che sparava.

Storie ancora tutte da scrivere, ma che già raccontano  quanto il marcio sia penetrato in profondità nella terra del Grande Fiume.

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