Reggio in vendita: il game over è vicino

di Alessandro Bettelli

12/1/2017 – Dopo Brevini, acquisita dagli americani di Dana, un altro pezzo dell’industria reggiana passa di mano.
A dire il vero lo era già passata nel 2009 quando il ramo delle ex Officine Reggiane di Lentigione di Brescello vennero acquistato dagli americani della Terex corporation, quotata alla borsa di New York. Ebbene, oggi il secondo passaggio di mano, questa volta in quelle della  Konecranes.
La società finlandese Konecranes ha infatti completato l’acquisizione del business relativo a macchinari di sollevamento e soluzioni portuali (Material Handling & Port Solutions) di Terex Corporation. L’operazione, che coinvolge 158 dipendenti di quelle che erano le ex Officine Reggiane, ha un valore di circa 1,126 miliardi di dollari e si è perfezionata il 4 gennaio 2017 dopo il via libera dell’Antitrust.

Una gru portainer mobile della Terex

Una gru portainer mobile della Terex

Konecranes è stata assistita nell’acquisizione dallo Studio Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom e, per la parte italiana, da BonelliErede con un team coordinato dal partner Umberto Nicodano con la collaborazione di Francesca Peruzzi e Carlo Mario Colussi. Terex è stata assistita dallo studio newyorchese Fried Frank Harris Shriver & Jacobson e, per gli aspetti di diritto italiano, dallo studio legale Grava & Associati con un team guidato dal name partnerLa cessione delle ex Officine Reggiane da parte della multinazionale yankee Terex  ai finlandesi della Konecranes è solo l’ultimo tassello, in ordine temporale, di una disgregazione del mondo industriale reggiano iniziato sin dal 2007 con il passaggio della Lombardini nelle mani del gruppo Kohler, seguito l’anno successivo dall’ingresso delle Fantuzzi Reggiane nell’orbita della Terex, ed arrivato ai giorni nostri con la cessione della Brevini all’americana Dana. Nel mezzo, la cessione totale o parziale di quote societarie di altre aziende (solo in parte considerate “minori”) come la Meta System, la Cellular Line ed altre.
Aziende un tempo fiore all’occhiello del Made in Reggio che la globalizzazione, con l’azzeramento delle categorie spazio-temporali, ha risucchiato, travolgendole,  nella recessione mondiale. Poi le nuove dinamiche che regolano i mercati hanno fatto il resto, facendo non solo del Made in Reggio, quanto dell’intero Made in Italy un grande outlet dove le grandi multinazionali possono fare acquisti in saldo. In altre parole, ottimi affari a spese (in termini di posti di lavoro polverizzati dalle delocalizzazioni) nostre.
Certo esempi di aziende virtuose che, non solo sono sopravvissute al tritacarne della crisi che ha fatto una gran bella selezione, ma si sono anche rafforzate non mancano: a tal proposito, nella nostra città abbiamo l’esempio di Interpump e della Zapi di Poviglio che hanno approfittato della recessione globale per fare shopping qua e là nel globo.
Tuttavia, i gruppi guidati da Fulvio Montipò  e Giannino Zanichelli rappresentano solo un paio di mosche bianche nel bel mezzo della desertificazione della struttura manifatturiera, in atto dall’inizio della recessione (2008/2009) che ha già portato alla chiusura di 32.000 aziende italiane. Questo grazie all’accettazione supina di trattati internazionali che hanno solo nuociuto alla nostra economia e alla malagestio politica che hanno fatto dell’Italia  uno dei paesi più indebitati del pianeta con 2.2 trilioni di debito, oltre il 130% del Pil.
Ma il rapporto debito-Pil sottostima la gravità della situazione. Il Pil come misura della produzione economica di un paese è altamente fuorviante in quanto conta la spesa pubblica come se questa creasse ricchezza netta.
Ma la realtà è che i governi non creano ricchezza ma la rubano e distruggono. Un Pil onesto dovrebbe escludere la spesa pubblica dalla produzione economica e allora emergerebbe con chiarezza che tolto più del 50% di questa spesa, l’Italia avendo un debito doppio della produzione risulta immediatamente essere un paese fallito.
Nonostante ciò il governo italiano, per pagare quello che si è fatto prestare, sta estraendo con le tasse ciò che rimane della parte produttiva dell’economia, ristagnante da quasi un decennio.
La bolla del debito italiano scoppierà molto presto anche se la Banca centrale europea sta rinviando il giorno della resa dei conti acquistando ogni mese di miliardi di euro di debito attraverso il quantitative easing che continua a servire a due obiettivi: acquistare titoli che il mercato non assorbirebbe mai e a fornire liquidità alle banche per evitarne formalmente la bancarotta. Ciò che vale per il nostro paese vale ovviamente per gli altri paesi dell’eurozona. Ma la differenza è che l’Italia è l’anello debole della catena ed è sull’orlo di una crisi bancaria di massa per via di quei € 360 miliardi di crediti in sofferenza che sono più del doppio della media europea, e che, escludendo dal Pil il 50% della spesa pubblica, gravano per il 40% sull’apparato produttivo.
Non saranno mai restituiti perché si tratta di prestiti tossici in putrefazione nei bilanci delle banche e sono il risultato della cultura diffusa della corruzione, di tangenti, di lobbismo e di altre forme di frode e abuso che hanno infettato non solo settore bancario ma tutto il paese. I capisaldi del sistema finanziario sono tutti devastati. Recentemente l’agenzia Bloomberg ha scritto che le banche italiane avrebbero bisogno di almeno 52 miliardi di euro per ripulire i loro bilanci, molto di più rispetto al pacchetto di salvataggio proposto dal governo di 20 miliardi finanziati… con l’aumento di quel debito pubblico che ha portato l’Italia sul lastrico.

(dalla Voce di Reggio Emilia)

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3 risposte a Reggio in vendita: il game over è vicino

  1. pensionato42 Rispondi

    13/01/2017 alle 15:00

    Ormai abbiamo venduto tutti i gioielli di reggio emilia e provincia….

    ci resta solo qualche cooperativa in fallimento che nessuno vuole

  2. giuseppe. Rispondi

    16/01/2017 alle 08:57

    La storia non è finita!

  3. Mirco Benassi Rispondi

    23/03/2017 alle 23:28

    Questo è un’articolo, questa è la verità, questo è giornalismo, se tutti i giornalisti di tutte le testate scrivessero con altrettanta onestà, forse avremmo qualche problema i meno in questo paese con mano alle mafie e ai corrotti. Purtroppo il quadro dipinto in questo articolo è altamente fedele alla realtà, è un pugno nello stomaco, ma è la realtà.

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