“Erano cinquemila. No, è una bufala”
L’ex Pci si divide sul dossier Cia e i quattromila armati
Berrnardi: “Niente di eclatante, ma documento plausibile”

di Pierluigi Ghiggini
29/1/2017 – E’ attendibile o no il dossier della Cia del 1949, desecretato solo nel novembre scorso dopo 68 anni, su un piano del Partito comunista per occupare militarmente Reggio Emilia con una forza armata clandestina di almeno quattromila uomini? E  chi fu a passare le informazioni all’intelligence americana?
Sono domande ricorrenti in questi giorni, dopo la pubblicazione del documento di 68 anni fa, desecretato negli Usa solo nel novembre scorso.
Un rapporto che apre uno squarcio inedito sulle dimensioni, colossali, dell’organizzazione paramilitare del Pci: tremila uomini in città armati di bombe a mano e armi automatiche, forse altrettanti dislocati in tutti i comuni, brigate di gappisti ed “eliminatori” con licenza di uccidere assimilabili alle forze speciali di oggi della provincia.
La città divisa in sei zone con altrettanti comandi e un quartier generale nei pressi del municipio, probabilmente nella sede dell’Anpi.  Un coinvolgimento totale non solo degli ex partigiani garibaldini, ma addirittura del partito ai suoi massimi livelli, tanto che Valdo Magnani, deputato e segretario provinciale dell’epoca, viene indicato come responsabile dellabrigata Costrigliano nella zona ceramiche.

Valdo Magnani e Aldo Cucchi nel 1951, dopo la rottura col Pci

Valdo Magnani, a destra, e Aldo Cucchi nel 1951, dopo la rottura col Pci

Tutto vero?
Sull’attendibilità del “piano” gli storici e le personalità politiche che più di altre detengono la memoria  vicende del Pci reggiano, si dividono.
Vincenzo Bertolini, segretario provinciale del Pci negli anni del Chi sa parli, e che nel tempo ha raccolto molte testimonianze di ex partigiani, ha dichiarato alla Voce di Reggio  che la cifra indicata dal dossier Cia è per difetto, e che gli uomini della forza paramilitare reggiana sarebbero stati almeno cinquemila.

Vincenzo Bertolini

Vincenzo Bertolini

Di parere opposto l’ex archivista del Pci Antonio Rangoni secondo cui quei documenti della Cia «sono una bufala, un falso» costruiti su veline dei Carabinieri e della Questura.

Palmiro Togliatti e Pietro Secchia

Palmiro Togliatti e Pietro Secchia

Otello Montanari, alle soglie dei 91 anni, ex partigiano e all’epoca giovane dirigente del partito  in carriera, afferma di non aver mai saputo di formazioni armate, almeno in quelle dimensioni: «Esistevano gruppetti – ha detto al Carlino Reggio – che non accettavano le direttive di Togliatti e prevedevano di usare anche la violenza, ma erano gruppi di tre, quattro, cinque persone».
Più articolato il giudizio di Antonio Bernardi, ex deputato del Pci, ex segretario provinciale e autore del recente “Il Diavolo il Vescovo e il Carabiniere”, libro dedicato al delitto don Pessina e alle vicende del Pci reggiano. Secondo il  presidente del Centro Camillo Prampolini , interpellato dalla Voce, il documento della Cia non è «nè eclatante nè straordinario».

Antonio Bernardi

Antonio Bernardi

Per quale ragione?
«E’ un fatto assodato – afferma Bernardi – che solo una parte delle armi, forse il 50-60%,  furono consegnate alla fine della guerra non solo dai partigiani comunisti, ma anche dai cattolici. Ermanno Gorrieri ha scritto che il disarmo avvenne gradualmente solo dopo le elezioni del 1948, con la vittoria della Dc.
Inoltre il documento della Cia parla di tremila armati, però si deve considerare che all’epoca il Pci a Reggio Emilia contava più di sessantamila iscritti, e che furono riconosciuti oltre 5 mila partigiani, e di questi l’80% erano comunisti. I numeri del documento della Cia, in definitiva, potrebbero anche essere non lontani dalla realtà.
Il fatto che esistessero squadre armate è noto ed è studiato da molti anni. Certo, colpiscono i numeri e probabilmente c’è dell’esagerazione. Ma, ripeto, non mi sembrano rivelazioni straordinarie».
Anche Bernardi ritiene che le informazioni arrivassero da Carabinieri, polizia e prefettura, o magari dal gruppo di ex partigiani della Nuova Penna.
«E’ anche possibile che chissà per quali vie la Cia abbia attinto anche a fonti interne al partito: non dimentichiamo che durante la resistenza Reggio Emilia fu teatro di un esperimento di stretta collaborazione tra una missione dell’Oss americano,  le formazioni garibaldine e il Pci.
Secondo Bernardi, invece, sono altri gli aspetti che lasciano perplessi sulla genuinità del documento: “Ad esempio il ruolo assegnato a Valdo Magnani, poco credibile non solo alla luce della sua storia successiva, ma anche dal punto di vista strettamente logico. Lui era il segretario provinciale, quindi in teoria avrebbe dovuto comandare tutto. Invece il dossier lo colloca nel ruolo subalterno di sostituto del “Piccolo padre” Braglia a capo di una brigata… E’ veramente poco credibile. c’è anche da considerare che, se proprio volevano occupare una città, non sarbbero andati lontano solo con armi leggere e bombe a mano».
Piuttosto merita un approfondimento lo scenario disegnato  alle Officine Reggiane, dove secondo la Cia pullulavano guastatori, gappisti, uomini armati, senza contare i depositi di gasolio. L’ex parlamentare si chiede se quelle informazioni, che dipingevano la fabbrica come luogo molto pericoloso, non preparassero le migliaia di licenziamenti politici dell’anno successivo. Si attendono nuovi documenti, e l’apertura di scaffali e archivi ancora segreti a Reggio.

VINCENZO BERTOLINI: “UN PARTIGIANO MI CONFIDO’ CHE ERANO IN CINQUEMILA”. UN FILO ROSSO LI LEGO’ ALLE BR”

La notizia del rapporto della Cia del 1949 sull’armata clandestina del Pci reggiano non ha sorpreso più di tanto Vincenzo Bertolini, segretario provinciale del partito tra gli anni 80 e 90 (tra i protagonisti del Chi sa parli) ed esponente dell’area riformista.
Non lo hanno sorpreso neppure le dimensioni: «Un partigiano, prima di morire, mi confidò che erano almeno cinquemila», dichiara Bertolini alla Voce di Reggio Emilia.
«Nel 1949 io ero ancora in fasce – premette – quindi posso far riferimento alle numerose testimonianze orali da me raccolte. Tutti parlavano a mezza bocca, ma è assodato a Reggio Emilia agissero squadre paramilitari organizzate. Non si sa a chi ubbidissero veramente, non però al Pci italiano, di Roma».
Ma si parla di migliaia di uomini e di un piano orchestrato dal Pci.. «Non c’è contraddizione – risponde Bertolini – Esisteva  una tradizione bordighista ben radicata, che dopola guerra fece  riferimento a Pietro Secchia. E’ come se fossero esistiti due partiti comunisti».
E’ azzardato pensare che fossero lì, in quell’armata clandestina, le radici delle Brigate Rosse? «La questione è oggetto di studio. Un  filo rosso esisteva anche se contorto, e solo i ciechi oggi non lo vedono. Non a caso Renato Curcio pescò a qui gli uomini del nucleo storico delle Br».

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

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