1949: quattromila armati del Pci
pronti a occupare Reggio Emilia

27/1/2017 – Dopo la seconda guerra mondiale il Partito Comunista di Reggio Emilia disponeva di un esercito di migliaia di armati, almeno quattromila e forse di più,  pronti ad occupare la città nei suoi centri nevralgici e gli altri comuni più importanti della Provincia, dalla zona ceramiche alla Val d’Enza.

Che esistesse una forza paramilitare clandestina variamente organizzata dal Pci e dall’Anpi, macchiatasi di centinaia di delitti nel dopoguerra, è cosa nota da decenni. Ma oggi un rapporto della Cia datato 5 gennaio 1949 e desecretato insieme ad altri dodici milioni di documenti grazie al Freedom of Information Act, rivela l’esistenza di un piano in piena regola di occupazione di Reggio Emilia orchestrato dal Pci e soprattutto la consistenza, colossale, degli armati pronti all’ora X.

Lo scrive  Giacomo Prencipe sul Qn (fascicolo nazionale del Resto del Carlino) , rivelando i contenuti di un dossier rimasto top secret per decenni.

La Cia, che evidentemente aveva i suoi uomini ai massimi vertici del Pci, nazionale e reggiano, descrive minuziosamente la struttura e il dislocamento delle forze clandestine (che impropriamente il Carlino definisce “Gladio Rossa”).

Reggio Emilia, secondo il dossier della Cia, era stata divisa in sei zone,  ciascuna delle quali affidata a un centro operativo. Quello principale, un vero quartiere generale era situato nei pressi del Municipio (era la sede dell’Anpi?). C’erano inoltre il comando affidato ai Gap (il dossier li definisce Gruppi di azione partigiana – che è ladizione corretta – oppure Gruppo Arma Proletaria) vicino alla caserma dei Carabinieri DI corso Cairoli; la squadra “prima azione” nell’ex caserma dei pompieri; e il gruppo “sabotatori de eliminatori” alle Officine Reggiane.

Palmiro Togliatti e Pietro Secchia

Palmiro Togliatti e Pietro Secchia

Ogni settore era affidato a un dirigente del partito ex partigiano con le funzioni di comandante.

Il dossier fa i nomi di Fausto Pattacini “Sintoni” quale comandante dei “nuovi Gap”, e di Didimo Ferrari “Eros”, all’epoca segretario dell’Anpi,  definito – cita il Carlino – “uno dei tre comandanti dell’organizzazione”.

Così, le forze paramilitari del Partito Comunista reggiano (l’unico in Italia, giova ricordarlo,  che oltre all’anniversario della Rivoluzione d’ottobre festeggiava anche quello dell’Armata Rossa) secondo la Cia erano costituite da tre mila uomini “organizzati in squadre d’assalto e battaglioni di lavoratori alle Officine Reggiane”, 200 uomini alla Lombardini dipendenti dalla squadra “Prima azione” con comando vicino alla caserma dei Carabinieri, 150 gappisti e un centinaio di killer- guastatori organizzati nelle squadre “sabotaggio ed eliminazione”. Tutti quanti dotati di armi automatiche leggere e di bombe a mano.

Valdo Magnani e Aldo Cucchi nel 1951, dopo la rottura col Pci

Valdo Magnani e Aldo Cucchi nel 1951, dopo la rottura col Pci

Ma altri gruppi erano pronti a entrare in azioni praticamente in tutti i centri della provincia. Insomma, secondo il rapporto della Cia una forza di molte migliaia di uomini che disponeva di arsenali “spostati in montagna” dopo le lezioni del 18 aprile 1948, nonchè di “grosse quantità di gasolio conservate all’interno delle Officine Reggiane”.

Il piano comprendeva, secondo la Cia, anche l’occupazione dei principali comuni della provincia: 300 uomini in due brigate dislocate a Bibbiano e Sant’Ilario, e altri 300 della Brigata autonoma “Costrigliano” (il nome di uno dei paesi messi a ferro e fuoco dalla brigata Goering nel marzo 1944) erano nella zona ceramiche tra Castellarano, Casalgrande, Sassuolo e Fiorano al comando – secondo la Cia – di Valdo Magnani, che all’epoca era il segretario provinciale della federazione reggiana e deputato del Pci. Va detto che nel gennaio 1951, due anni dopo il dossier, sarà proprio Valdo Magnani a compiere la prima, storica rottura con il blocco staliniano al vertice del Pci, pronunciando il celebre discorso al congresso provinciale del teatro Valli contro la concezione dell’Urss come stato-guida e sul dovere di difendere i confini nazionali da ogni minaccia da qualunque parte provenga (e quindi anche dall’Unione Sovietica: “No alle rivoluzioni importate su baionette straniere).

Magnani era cugino di Nilde Iotti, che in quel momento si trovava a Mosca insieme a Togliatti ricoverato per cure e convalescenza dopo lo strano incidente automobilistico dell’estate precedente in Val d’Aosta, ma di fatto prigioniero di Stalin. Infatti Togliatti riuscì a lasciare Mosca solo in marzo, e Nilde Iotti rivelò che arrivati al Brennero, disse: “Finalmente liberi”.

Magnani e Cucchi, dopo un tentativo di rapimento operato personalmente da Pietro Secchia con i suoi fedelissimi alla stazione Termini, furono espulsi dal Pci insieme a Riccardo Cocconi “Miro”, bollati come traditori (I “magnacucchi”, termine coniato da Giancarlo Pajetta, ritenuto fra l’altro uno dei responsabili della “vigilanza” clandestina, altrimenti detta Gladio Rossa, rimasta in funzione sino agli anni ’70, quando fu sciolta da Berlinguer ) e sempre esposti a persecuzioni e attentati. Quando si muovevano in Italia, i due deputati  venivano regolarmente scortati, e Riccardo Cocconi fu aggredito e ferito durante un comizio davanti a una fabbrica del ferrarese. Insieme a un gruppo che si riuniva in casa di Ignazio Silone, costituirono dapprima il Movimento Lavoratori Italiani (Mli) e nel 1953 l’Usi – Unione socialista indipendente – che ebbe vita effimera – ma diede un contributo determinante al fallimento della cosiddetta “legge truffa”.

In attesa che vengano alla luce nuovi documenti, che anche a Reggio vengano aperti scaffali e arma di della vergogna pubblici, semipubblici e privati, fa riflettere l’imponenza dell’organizzazione clandestina del Pci, così come descritta dalla Cia. Una struttura difficile da gestire, tenere sotto controllo e soprattutto da smantellare, che probabilmente spiega come mai proprio nel reggiano nacquero il nucleo fondativo delle Brigate Rosse e la sua anima militare.

(pierluigi ghiggini)

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2 risposte a 1949: quattromila armati del Pci
pronti a occupare Reggio Emilia

  1. maanchelandrangheta Rispondi

    27/01/2017 alle 17:58

    ma spiega anche come la ‘ndrangheta sia così ben proliferata: quando un sistema è basato sull’omertà c’è da aspettarsi veramente poco

  2. Gianni Rispondi

    27/01/2017 alle 18:22

    Gentile Direttore, per fortuna nel far risalto alla notizia ha evitato di dire che la novità sia la notizia stessa, vecchia di decenni come lei ricorda nell’articolo, bensì è la fonte, ovvero un archivio della CIA che a dire il vero avrebbe dovuto essere desecretato 20 anni fa. Mancano due informazioni a corredo dell’articolo: la prima che la Gladio bianca e di stato era più organizzata e rifornita potendo contare sugli apparati militari e politici dello stato italiano e non solo, la seconda che Ignazio Silone era a libro paga della CIA, come risulta dagli stessi archivi CIA desecretati appunto 20 anni fa. A quanto pare erano in tanti ad attendere l’ora X, sia da una parte che dall’altra, entrambe credendo che fosse l’altra a prendere l’iniziativa. Comunque cose scritte e riscritte da decenni, a partire dal diario di Eros che parlava di 3000 uomini del PCI reggiano pronti a reagire in poche ore nel caso di un colpo di mano.

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