Sapete davvero per cosa andate a votare ?
Leggete qui il “bignami” della riforma

di Girolamo Ielo

3/12/2016 – Vediamo di sunteggiare quanto si è detto ( e si sta dicendo) a proposito del referendum.

I precedenti illustri.

Secondo alcuni dopo trenta anni si riforma la Costituzione. Non è proprio così, agli inizi del 2000 ci furono due interventi di portata ampia.

Il primo intervento. Allo spirare della XIII legislatura il Parlamento a maggioranza centro sinistra, approvò le modifiche al Titolo V della parte seconda parte della Costituzione. Il testo non avendo avuto la maggioranza qualificata fu sottoposto a referendum in data 3 agosto 2001 che ebbe esito favorevole: da qui la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Adesso con una maggioranza analoga (di centro sinistra) si effettuata un’altra riforma di portata più ampia, con modifiche anche al Titolo V. Si assiste ad una marcia indietro. Secondo alcuni le modifiche apportate nel 2001 hanno contribuito a creare confusione tra poteri statali e regionali e inondato la Corte costituzionale di ricorsi per conflitto di competenza.

Il secondo intervento. Il Parlamento, con maggioranza di centro destra, ha approvato la legge 16 novembre 2005, n. 2544-D, contenente modifiche rivelanti alla parte II della Costituzione(modifiche all’ intero assetto della forma – Stato e della forma – Governo).La legge non avendo avuto la maggioranza qualificata fu sottoposta a referendum che ebbe esito negativo. Non si fece nulla.

Il terzo intervento. Adesso c’è il terzo intervento.

Parlamento illegittimo?

Secondo alcuni l’attuale Parlamento che ha approvato la Riforma costituzionale non poteva farla in quanto illegittimo. A supporto di questa tesi viene richiamata la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge elettorale “porcellum” nella parte in cui viene accordato l’elevato premio di maggioranza. La Corte afferma che la sentenza non riguarda gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio che nessuna incidenza è in grado di spiegare la sentenza neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali. Le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Pertanto, a nostro avviso, il Parlamento era ed è legittimato a deliberare. Ci può essere semmai una questione di opportunità.

Il quesito referendario

Il 4 dicembre ai elettori e posta questa domandaApprovate il testo della legge costituzionale concernente «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016».

L’elettore risponderà sì o no. La domanda riporta il titolo della legge. Il titolo, però, non rispecchia appieno il contenuto della legge.

Non c’è il superamento del bicameralismo paritario (il Senato resta, con diversa composizione e con diversi poteri legislativi). In base alla domanda, nella legge di riforma ci sono disposizioni che rientrano nel superamento del bicameralismo paritario, nella riduzione del numero dei parlamentari e nel contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni. Più disposizioni ben precise (soppressione del CNEL) o che sono contenute nel Titolo V, seconda parte. Ma nella legge ci sono disposizioni che non rientrano in nessuna delle casistiche innanzi dette ( le norme sugli enti di area vasta, sugli uffici pubblici, le modifiche al Titolo VI, le modifiche sull’attività della Corte costituzionale, ecc.).

Il Senato resta: elezione indiretta

Il Senato non è soppresso. Rimane con modificazioni nelle competenze e nella composizione. Il Senato passa dagli attuali 315 senatori più i senatori a vita a 100 senatori: 95 rappresentativi delle Regioni e dei Comuni e 5 che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Per quanto riguarda la elezione dei 95 senatori la legge di riforma stabilisce all’art. 2 (nuovo art. 57 della Costituzione) che “I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due”. La norma è chiara, i Consigli, innanzi visti, eleggono “i senatori tra i propri componenti”. Si tratta di elezione indiretta: politici che eleggono politici. A nostro avviso se si vuole da scelta dei senatori da parte degli elettori è necessaria apposita modifica all’art. 57 riformato (un’altra legge di modifica costituzionale).

I nuovi senatori saranno a part time: un po’ consigliere regionale/sindaco e un po’ senatore.

La durata del mandato dei senatori non è identica per tutti. Per i 95 senatori la durata del mandato coincide con quella dei Consigli regionali dai quali sono eletti. In virtù di ciò, nel caso di ribaltamento delle maggioranze nelle elezioni regionali l’attività parlamentare, nelle materie di competenza del Senato, può essere paralizzata. Potremmo avere, pertanto, la Camera dei deputati con una maggioranza diversa da quella del Senato. La durata del mandato dei senatori di nomina presidenziale è di 7 anni.

Per i senatori non è prevista l’indennità parlamentare. Avranno diritto al rimborso delle spese e di permanenza nella capitale per svolgere il mandato. I senatori, al pari dei deputati, godono dell’immunità parlamentare e non sono chiamati a rispondere delle opinioni espresse. Però bisogna distinguere quando agiscono o dichiarano nelle veste di consigliere/sindaco da quando hanno la veste di senatore.

La formazione delle leggi. La doppia lettura rimane.

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dal Senato e dalla Camera dei deputati (doppia lettura) per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, referendum, tutela minoranze linguistiche, legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, le leggi di ratifica dei trattati internazionali, per le leggi che disciplinano l’ordinamento di Roma capitale, per le leggi che concedono ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni, per le leggi in cui è previsto che le Regioni provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, ecc. In tutti gli altri casi le leggi sono approvate dalla Camera dei deputati(unica lettura). Ma dopo l’unica lettura le leggi non sono formate. E’ stabilito che ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato, che entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. La doppia lettura, pertanto, non scompare. C’è quindi la lettura unica della Camera, l’esame del Senato, e il riesame della Camera.

Doppia o unica lettura?

La confusione tra lettura unica e doppia lettura esiste tanto che è previsto in modo espresso che “ I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti”. Ma questo non può bastare. L’intervento della Corte costituzionale, che oggi verte, in molti casi, a dirimire le controversie relative alle competenze tra Stato e Regioni, potrà trovare nuova linfa a dirimere le controversie relative alle competenze tra Camera e Senato.

Dalle Province agli Enti di area vasta

In tutta la campagna elettorale è passata sotto traccia l’abolizione delle Province. Ci sarà un perchè. Il perchè è nascosto nelle disposizioni finali della legge di riforma: al posto delle Province ci saranno gli Enti di area vasta. Nel quarto comma dell’art. 40 è disposto che “ Per gli enti di area vasta, tenuto conto anche delle aree montane, fatti salvi i profili ordinamentali generali relativi agli enti di area vasta definiti con legge dello Stato, le ulteriori disposizioni in materia sono adottate con legge regionale”.

Le Province escono dalla porta ed entrano dalla finestra. Per Il Sole 24 Ore la legge di riforma costituzionale elimina dalla costituzione la parola «Province», inserisce questi nuovi enti che di fatto sono gli eredi delle amministrazioni provinciali, la cui competenza è esclusiva dello Stato”. Se da un lato le Province vengono abolite, dall’altro il quarto comma dell’art. 40 introduce gli enti di area vasta, quali enti necessari nella nostra struttura amministrativa. Se da un lato la legge di riforma “decostituzionalizza” le Province”, dall’altro “costituzionalizza” gli Enti di area vasta. Gli enti di area vasta, tuttavia non sono elencati nel Titolo V della Costituzione, come lo erano le Province, ma la loro previsione è bensì contenuta nella legge costituzionale di riforma del Titolo V, norma che nella gerarchia delle fonti ha pari valore della stessa Costituzione. I nuovi enti di area vasta sono dunque enti necessari della Repubblica, titolari di funzioni proprie al pari delle vecchie Province. Siccome al momento della definizione degli Enti di area vasta si deve tenere conto anche delle aree montane è da prevedersi un numero di Enti di area vasta superiori alle attuali Province.

Regioni plus

E’ stabilito che ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, possono essere attribuite alle Regioni, purchè la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio. Ci saranno pertanto, le Regioni di mezzo, tra le Regioni a statuto speciale e le Regioni a statuto ordinario. Ci sembra però che l’unico parametro, quello dell’equilibrio di bilancio, sia quanto mai opinabile e che in sede di stesura delle norme di attuazione ci siano disposizioni molto stringenti ( effettuazione di due diligence da parte di soggetti esterni indipendenti, una seria analisi dei residui attivi e passivi, ecc.). In ogni caso si è persa un’occasione del delineare un nuovo quadro delle enti territoriali (una discussione sulle Regioni a statuto speciale, l’accorpamento delle micro Regioni, l’accorpamento dei micro comuni e dei comuni limitrofi ai grandi centri).

Referendum e legge elettorale

Domenica si vota sul Riforma della Costituzione e non sulla legge elettorale. L’elettore con il suo sì o no deve esprimersi su un quesito non scritto: la Riforma proposta contiene quei meccanismi che consentono al nostro sistema costituzionale di funzionare meglio rispetto ad adesso? Ci sembra non rispettoso rispetto al tema proposto che alcuni arrivano a pronunciarsi per il si o per il no basandosi sulla legge elettorale (quella appena aprovata a colpi di fiducia) o sulle promesse che la stessa legge potrà ( o verrà) modificata subito dopo il referendum. Si tratta di due temi distinti.

Ombrello BCE

Alcuni vogliono paragonare il prossimo referendum alla Brexit e/o alle elezioni americane. Nulla di tutto ciò. Si tratta di un referendum sui meccanismi costituzionali in un Paese dell’Unione europea. Per quanto riguarda i riflessi finanziari (sia se vince il si o il no) si dovrà tenere conto che ci sarà l’ombrello del quantitative easing della BCE(che non c’era nella Brexit) e che nell’immediato non ci sono grandi quantitativi di titoli dello Stato da rinnovare.

 

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