Ha vinto Trump e non abbiamo capito niente

DI DARIO CASELLI

Diciamolo chiaro, tutti noi che avevamo previsto e auspicato pur senza entusiasmo la vittoria della signora Clinton, correva infatti col nome del marito, abbiamo perso, ma soprattutto non abbiamo capito nulla.

Per noi l’America era la East Coast con la capitale finanziaria N.Y. o intellettuale Boston, la costa delle grandi università Harvard, Mit, Columbia, N.Y. U, quella dei grandi giornali, che ci raccontano l’America come un faro che non si spegne mai, la terra promessa dove i sogni non muoiono all’alba.

Oppure era la West Coast con Los Angeles e la fabbrica del mito americano, la Silicon Valley dove si disegna un futuro che lascerà indietro molti e ancora Università: Ucla, Berkeley ed ancora libertà individuali spinte, capitalismo last., ricchezze giovanili, garage che diventano multinazionali. Insomma guardavamo alle coste dove vive l’America della ricchezza, del potere, dell’intelligenza, della fama.

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Nulla sapevamo di quel grande corpo centrale che nella notte si è colorato di rosso Trump, dal sud ai grandi laghi, dalla cintura del cotone a quella del grano, fino a quella della ruggine, dove milioni di blu e withe collar attendono da tempo un adeguamento salariale e una maggiore mobilità lavorativa.

L’America di chi vede che con i salari attuali non riesce a ripagare i debiti contratti per laurearsi o per un master, per la casa o per sposarsi. Un’America che vede davanti a sè una vita di lavoro al servizio dei debiti contratti con le banche della East Coast. Un’America religiosa, conservatrice e ancora “razzista”, che mal sopporta le ingerenze dello Stato, soprattutto a favore delle nuove minoranze.

Un Paese dove i bianchi temono di diventare minoranza, che pagano sulla loro pelle le delocalizzazioni, le tasse basse per le multinazionali e alte per loro, un paese che elegge giudici e sceriffi e che arruola i cittadini nella difesa di beni e persone. Un paese dove non si beve vino della Napa Valley, non si mangia cibo italiano, ma si consumano birra e hot dogs. Di quella America profonda, che lavora, prega e s’ incazza, non sapevamo nulla.

I giornali ci dicevano che l’alleanza tra ricchi, neri e ispanici, avrebbe fermato il KKK, era successo con Obama, perché non doveva ripetersi con la Clinton? Eppure i successi nelle primarie di Sanders avrebbero dovuto svegliare il Partito Democratico, invece Wall Street ha ritenuto meglio non avere tra i piedi vecchi ebrei socialisteggianti. Ora assisto basito, alle dichiarazione di questa America ricca, supponente e “razzista” che dichiara che emigrerà in Canada, che la democrazia è morta,ecc..La democrazia è questa, anche se non ti piace, i giornali contano sempre meno, se l’ascensore sociale si ferma, i ricchissimi non sono più il sogno ma l’incubo, inoltre otto anni di Obama non hanno cambiato le condizioni delle minoranze, appena arrivato ha vinto il Nobel per la pace e non ha chiuso una guerra, insomma il primo uomo di colore, sebbene laureato ad Harvard, non ha combinato un gran che a sentire gli elettori americani.

Dice Warren Buffett, grande e saggio finanziere, di investire in aziende così sane da reggere anche l’ascesa al potere di un folle, perché prima o poi un folle al potere ci va. Non sappiamo se Trump sia un folle, anzi a dire il vero sappiamo poco di lui, ma siamo sicuri della solidità dell’America e questo per ora ci fa essere confidenti sul futuro.

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Una risposta a 1

  1. Matteo Olivieri Rispondi

    09/11/2016 alle 14:14

    Caro Dario, fossimo stati noi a non aver capito quell’America profonda pazienza, non era il nostro mestiere. Ma cosa dire del Washington Post e del NY Times trasformati per mesi in manganelli della Clinton, picchiando duro sul barbaro Trump e trafilettando scandali clamorosi di malcelata corruzione della Clinton Foundation quando Hillary era ministra degli Esteri? O cosa di quei sondaggi che non ci prendono più, metà dei quali fatti ancora via telefono (fisso, si intende) quando il 90% delle persone comunica in altri modi? Cosa dire dei nostri governanti che hanno appoggiato una guerrafondaia e ora si ritrovano nell’imbarazzo diplomatico di avere un altro presidente? Cosa dire delle tante star di Hollywood che vivono a migliaia di chilometri da Tripoli e Bengasi e non possono sapere di quali scempi è capace la loro guerrafondaia, che però è così corretta politicamente per cui si deve appoggiare. L’unica nota positiva è che un attimo dopo tutti hanno detto Trump e Brexit, finalmente in tempo a capire che l’uragano è appena cominciato e non si fermerà presto. Ovviamente, dal basso delle loro capacità, la risposta sarebbe emigrare in Canada o disconoscere il voto popolare, cioè la democrazia stessa. Del resto sono gli stessi che a furia di trattati internazionali vari quelle democrazie le hanno già ampiamente distrutte

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