Processo Aemilia, un teste racconta: “Gaetano Blasco nascose divise da carabiniere e armi”
Paura di ritorsioni: fugge all’estero giovane imprenditore strozzato dai cutresi

8/10/2016NEL 2007, quando ancora i costruttori cutresi dominavano l’edilizia reggiano, in un capannone del Ghiardo Gaetano Blasclo, imputato nel processo di ndrangheta Aemilia, nascose una cassa con alcune divise da carabiniere, destinate ad “andare giù” cioè in Calabria.

In genere sono i killer delle mafie a usare le divise delle forze dell’ordine, recuperate illegalmente nei modi più disparati.

E’ uno dei fatti più sconcertanti raccontati nell’udienza di ieri, nel corso di una deposizione a tratti drammatica (il presidente del Tribunale Caruso ha dovuto riprendere un avvocato per le la durezza dei toni usati nel controinterrogatorio) , da un muratore albanese che per aver parlato non trovò più lavoro a Reggio.

L’albanese era nel giro di Blasco, pagati in nero. A un certo punto a lui e ea un altro socio fece affittare il capannone del Ghiardo “ma senza pagare un euro” sino a quando Blasco non viene estromesso dalla società BMB: da quel momento fioccano le minacce contro l’albanese, additato nel giro cutrese come “pentito”.

Il teste ha anche raccontato di due scatole di armi che sempre Blasco aveva depositato provvisoriamente (“Non ti preoccupare, stasera spariscono”) in una cantina che l’albanese teneva a disposizione della ditta.

Insomma, a giudicare da questa deposizione, magazzini e capannoni erano al servizio di clan di ndrangheta per far transitare merce scottante.

Ma non è l’unica sorpresa scaturita dall’udienza di ieri: un testimone, un  giovane imprenditore  reggiano, vittima di cravattari, è fuggito all’estero e ora fa il cameriere negli Usa. Non intende tornare in Italia perché ha paura che gli facciano la pelle. Lo ha detto la madre del ragazzo al maresciallo dei carabinieri che ha cercato di notificargli l’atto di citazione come testimone. Il sottufficiale dell’Arma ha confermato la circostanza  nel corso del processo che si svolge nel bunker prefabbricato a Palazzo di Giustizia. Secondo gli atti delle indagini (ma non acquisiti al processo proprio per l’assenza del teste) le estorsioni sarebbero avvenute nell’aprile-maggio 2010. La Gazzetta di Reggio scrive che il giovane in difficoltà economiche  si era rivolto ai cutresi per ottenere dei prestiti.

Salvatore Sesisto e Carmine Belfiore, a fronte di un prestito di 5 mila euro avrebbero preteso un tasso del 20% e  lo avrebbero costretto a consegnare a loro una Honda Civic sino a quando non avesse pagato 7 mial euro più altri 1.500. Francesco Lo Monaco e Francesco Di Via gli chiesero tre assegni per 14 mila 500 (ma per un debito sembra insussistente) non senza intimidazioni: “Altrimenti vengo da te”.

Infine Salvatore Silipo e Alfonso Mendicino (lo stesso destinatario di una misura cautelare nell’ambito dell’inchiesta Lasta Fraud sulle truffe on line?) avrebbero preteso dell’oro per un prestito di 2 mila 500 in realtàmai concesso. Un comportamento questo non molto diverso da alcuni sportelli legali che effettuano prestiti su pegni a tassi altissimi ma formalmente legali.

Questo, tuttavia non è l’unico fatto sconcertante accaduto nell’udienza di ieri del processo Aemilia. Un muratore albanese, entrato nel giro di Gaetano Blasco una decina di anni fa, vide in un capannone affittato al Ghiardo una cassapanca con alcune divise da Carabinieri. Era il 2007-2008, e vi rimase almeno un mese.

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