Fusioni bocciate
Rossi “Il no non ci scoraggia, continueremo a sostenere un processo necessario”

di Andrea Rossi

18/10/2016 – Il  voto che ha visto coinvolti, per il referendum sulle fusioni, ben 16 Comuni dell’Emilia-Romagna, di cui tre sul territorio reggiano, mi porta a rendere pubblica una riflessione sul significato e la necessità delle stesse.

C’è innanzitutto un aspetto più razionale: per gli addetti ai lavori come il sottoscritto, per le figure impegnate nelle amministrazioni e per chi incontra quotidianamente rappresentanze di mondi ampi, le fusioni sono una necessità inevitabile.

Le fusioni –è chiaro a tutti- significano più investimenti e più risorse: coincidono con la restituzione al Sindaco del suo ruolo di pianificatore strategico, e non solo, come si rischia oggi, di semplice custode e guardiano del day by day. Consentono di ampliare l’orizzonte e la dimensione di lavoro dei dipendenti comunali, i quali hanno a che fare con sfide più alte e riescono a qualificare maggiormente la loro professionalità. Significa dotare le pubbliche amministrazioni di strumenti per dare risposte smart, veloci ed efficaci alle imprese, alle associazioni, ai cittadini.

Perché i Comuni, nell’architrave delle istituzioni, continuano a rappresentare il primo front-office per il cittadino e oggi si trovano a gestire le esigenze complesse di una società che cambia. Ma oggi, nelle piccole e medie dimensioni, rischiano di non avere più strumenti, risorse economiche e umane adeguate. E in una società sempre più globale, è inaccettabile il peso rappresentato dalla tassa più odiosa, quella della burocrazia, che rallenta i processi, le decisioni, la vita di tutti noi.

In termini di investimenti significativi, la scelta di fondersi per i tre Comuni reggiani avrebbe portato a una razionalizzazione dei costi e un sostegno alla fusione quantificabile in poco più di 18 milioni di euro in dieci anni. Consapevoli di analoghi vantaggi, in Regione tutti i 16 sindaci delle comunità coinvolte sostenevano convintamente la fusione.

Alla luce di questi fattori, è sempre più evidente la necessità di una riforma istituzionale. Che rafforzi i Comuni, ma ampliandoli, e conferisca loro più risorse e più margini di manovra. Un progetto che sta dentro a un riordino complessivo che, con la riforma del Titolo V, si sta attuando all’interno del referendum costituzionale del 4 dicembre, con l’obiettivo di assicurare un rapporto più fluido tra cittadini, imprese e istituzioni.

Questa riflessione, utile al futuro degli enti territoriali coinvolti, non è stata raccolta dalla maggioranza delle comunità, che hanno votato no, con motivazioni ascrivibili a diversi fattori; nonostante il fatto che il percorso intrapreso dai Comuni interessati, da noi sostenuti, non sia stato autoreferenziale, ma abbia coinvolto diverse espressioni della comunità, attraverso lo studio di fattibilità, i momenti di partecipazione e la condivisione collettiva dei pro e dei contro. Questo risultato, a mio modesto avviso, evidenzia però un aspetto, come ho avuto modo di ricordare anche nell’ultima assemblea che ho tenuto a Gattatico pochi giorni prima del voto: non si è stati in grado di arrivare alla dimensione emotiva dei cittadini che hanno votato. E non voglio squalificare la posizione di chi si è detto contrario, usando l’abusato termine “voto di pancia”: perché mi sembra di svilire delle posizioni nobili, che sono nate -se vogliamo in modo scomposto- soprattutto dalla paura del futuro e del cambiamento.

Il tempo che viviamo è attraversato da profonde trasformazioni, e se da un lato come cittadini siamo tutti convinti della necessità di produrre innovazione, dall’altro lato è naturale rifugiarsi in ciò che si ha di più certo poiché è conosciuto: ed è racchiuso negli elementi identitari del proprio campanile e del proprio municipio. Solo che le comunità mostrano un nuovo volto: e sono state modificate da importanti flussi migratori, prima dal Sud Italia e poi dal mondo, dal mutato contesto economico, dal rovesciamento della dimensione valoriale e culturale che hanno caratterizzato queste terre. Abbiamo, piaccia o no, allargato i nostri confini e quindi è cambiata la nostra società.

A chi ha paura del cambiamento, e si rifugia nello steccato identitario, occorre ribadire che solo attraverso dei processi di riorganizzazione del sistema istituzionale, a partire dalla fusione dei Comuni, si può riprodurre un circuito virtuoso di messa a disposizione di risorse economiche, utili per promuovere politiche attive e il sostegno di luoghi e del tessuto socio-economico che hanno garantito la coesione fino a oggi conosciuta. Coesione sociale che, nell’immaginario collettivo, ha costituito un approdo sicuro.

Non può essere il risultato non positivo di domenica scorsa a raffreddare quel coraggio e quella lungimiranza che gli amministratori di questi territori hanno messo in campo, negli ultimi mesi, sostenendo i processi di fusione. Poiché la bellezza di chi amministra una comunità è quella di innestare quel cambiamento che produce il miglioramento delle condizioni di vita delle generazioni future.

Sottosegretario alla Presidenza Giunta della Regione Emilia-Romagna

 

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