Bellini-choc al processo Aemilia: “Dovevo uccidere Grande Aracri”

di Pierluigi Ghiggini
29/10/2016 – Paolo Bellini doveva uccidere il boss Nicolino Grande Aracri. Era tutto deciso, tutto pronto per l’ora x. A Cutro avevano preparato anche un’auto a disposizione del killer della Mucciatella, completa di mitragliatrice, pistola e bombe a mano.
Lo ha rivelato al processo Aemilia l’ex Primula Nera, responsabile di una lista impressionante di omicidi, e oggi collaboratore di giustizia. Ieri pomeriggio Paolo Bellini, classe 1953,  non ha deluso le attese dei cronisti, anche se le sue rivelazioni in aula sono rimaste in forse sino all’ultimo, perchè  non gode più del programma di protezione e teme di fare una brutta fine.

Si è presentato nell’aula bunker del Tribunale di Reggio, ha chiesto polemicamente al presidente se si deve considerare «un cittadino oppure un collaboratore di giustizia» («Lei è un testimone» è stata la risposta del presidente Caruso), ma alla fine ha deciso di rispondere a tutte le domande del p.m. Mescolini . E’ stato a tratti torrenziale, ha parlato con voce chiara e quasi sempre sicura,  ha arricchito di particolari inediti la sua storia criminale e quella della guerra di ndrangheta che insanguinò Reggio nel 1999.
A cominciare, appunto, dalla notizia clamorosa della condanna a morte di “Mano di gomma”, boss del clan Grande Aracri di Cutro e Reggio Emilia, decisa dal gruppo di Nicola Vasapollo.

Paolo Bellini, testimone al processo Aemilia, entra in aula (ph. Sergio Volo)

Paolo Bellini, testimone al processo Aemilia, entra in aula (ph. Sergio Volo)

«Non ho mai conosciuto Nicolino Grande Aracri – dice Bellini – ma lui era l’obiettivo primario del gruppo. Era tutto pronto. Avevano allestito una macchina per me. Avrei dovuto entrare in azione in un locale, un’osteria dove Mano di Gomma si trovava regolarmente con gli amici più fidati». Quanta gente avrebbe dovuto ammazzare da solo? «Era un gruppo, la lista era precisa e doveva esserci Grande Aracri. Avevo mitragliatrice, pistole e bombe a mano: doveva essere un’azione devastante».
Perché non avvenne? «Perché non trovai il momento giusto. L’’evento non si verificò, magari non avevo la grinta ideale in quel momento». Sembra annaspare su questo punto, Bellini, e la sua memoria ha grosse falle sulle date: colpa dei farmaci, dice, che prende da quando ha avuto l’ictus. Certo, è sconcertante lo scenario di parenti serpenti e compari pronti a pugnalarsi alle spalle. Riscrive la storia di una faida interna al clan, celata come una matrioska all’interno della guerra contro il clan Dragone.
L’uomo della Mucciatella stringe un «patto di sangue» nel carcere di Prato con Nicola Vasapollo, e per fargli un favore una volta uscito scende a Cutro ad ammazzare Antonio Lagrotteria. Diventa il suo consigliere, ma quando il gruppo viene preso in mano da Giulio Bonaccio (Nicola Vasapollo viene ammazzato nel 1992) Bellini fa “solo” il killer. Gli ordini di Bonaccio venivano trasmessi attraverso Vincenzo Vasapollo, e di quel gruppo conosceva un Floro Vito e Antonio Valerio (due imputati di Aemilia, ndr) al quale Bellini, così dice, era legatissimo. «Per me era come un fratello, avrei dato la vita per lui  e per me fu un dramma quando arrivò  l’ordine di ammazzarlo: ancora oggi mi pesa immensamente sulla coscienza. Ma dissero che aveva tradito, che aveva partecipato all’omicidio di Vasapollo ed era passato al clan Dragone».
L’agguato avvenne nel giugno 1999: «Andammo ad aspettarlo sotto casa, Vasapollo aveva già studiato il parcheggio. Quando Valerio arrivò e ci vide, accelerò di colpo andando a sbattere contro il muro: gli sparai due o tre colpi, poi gli diedi il colpo di grazia ma la pistola a tamburo, una calibro 38, si inceppò. Andai via senza controllare: per me Valerio era morto, il piede continuava a schiacciare l’acceleratore e le ruote sollevavano polvere e ghiaino». Valerio, invece, sopravvisse.
Bellini racconta anche di quando andarono per far fuori un Sarcone (forse Nicolino): «Quello sulla lista abitava vicino a Rivalta. Facevamo dei sopralluoghi: un giorno arrivò una macchina e  Vasapollo disse “è Sarcone, è Sarcone,  è Sarcone”. Invece ho soppresso un signore che non c’entrava niente, e aveva fra l’altro con una menomazione fisica»». Era il nomade
Oscar Truzzi. «In me ho ancora la rabbia per quel fatto incredibile: ero abituato a più serietà». Anche i killer più feroci, in fondo, hanno uno stile.
La parabola si conclude quando Bellini in carcere comincia a collaborare con i magistrati di Firenze. Quando è in carcere a Reggio in semilibertà, racconta, avevano deciso di fargli la pelle: «L’ho capito quando la madre di Vincenzo Vasapollo mi apostrofò con una battuta secca: «Dicono che stai collaborando con gli sbirri». E un giorno alle otto, uscito dal carcere per andare a lavorare,  vidi una macchina con Vasapollo e due ragazzi: pensai che era scoccata la mia ora». Bellini, invece, è qui, anche se continua a temere per la propria vita.

(dalla Voce di Reggio Emilia)

 

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2 risposte a Bellini-choc al processo Aemilia: “Dovevo uccidere Grande Aracri”

  1. Fausto Poli Rispondi

    29/10/2016 alle 14:54

    Tutta sta mmerda doveva finire proprio a Reggio ?

  2. Pierluigi Rispondi

    29/10/2016 alle 16:14

    caro Poli, Paolo Bellini è un reggiano doc.

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