“A Reggio mafia moderna e mimetizzata: la cosca ha rotto gli argini della società”
Aemilia, le motivazioni della sentenza del rito abbreviato

12/10/2016 – “Nell’indagine Aemilia si assiste alla rottura degli argini” da parte della criminalità calabrese in Emilia dove “la congrega è vista entrare in contatto con il ceto artigianale e imprenditoriale reggiano, secondo una strategia di infiltrazioni che muove spesso dall’attività di recupero crediti inesigibili per arrivare a vere e proprie attività predatorie di complessi produttivi fino a cercare punti di contatto e di rappresentanza mediatico-istituzionale”.

E’ questo, secondo il  Gup Francesca Zavaglia, il salto di qualità dell’inchiesta sulla ndrangheta della Dda di Bologna, sfociata nel processo Aemilia. Lo si legge in uno dei passaggi chiave delle 1390 pagine della sentenza del rito abbreviato concluso in aprile con 58 condanne, 17 patteggiamenti e 13 assoluzioni (tra queste gli unici due politici coinvolti dal pm Mescolini: Giuseppe Pagliani di Reggio Emilia e Giovanni Paolo Bernini di Parma, entrambi di Forza Italia).

Dato caratterizzante è proprio “la fuoriuscita dai confini di una microsocietà calabrese insediata in Emilia, all’interno della quale si giocava quasi del tutto la partita, sia quanto agli oppressori che alle vittime”.

Nella sentenza, il giudice parla di una ndrangheta reggiana “moderna e mimetizzata”.

Dall’inchiesta Aemilia emerge “la fisionomia di una struttura criminale moderna, che affianca le caratteristiche della tradizione ndranghetista calabrese a modalità operative agili e funzionali a penetrare nel profondo della realtà socio-economica emiliana, certamente più complessa e movimentata di quella di Cutro, da dove provengono la maggioranza degli imputati e dover risiede il massimo referente della cosca calabrese, Grande Aracri Nicolino”.

Una dimensione  -aggiunge il Gup Zavaglia – prettamente affaristica dell’agire del sodalizio emiliano finalizzata, da un canto, al reimpiego dei flussi di denaro provenienti dalla cosca calabrese e dall’altro alla produzione di ricchezza locale tramite condotte predatorie, vieppiù agevolate dalla grave congiuntura economica del periodo, così da assecondare un processo di espansione, di vera e propria conquista, fortemente inquinante e soffocante il vitale tessuto locale.

Presupposto dell’azione dei sodali è la disponibilità da parte degli stessi di imprese (nei settori in particolare dell’edilizia e dei trasporti), partite Iva che nascono, muoiono e si avvicendano e che rappresentano un prezioso strumento di sedimentazione e penetrazione della consorteria.

Trattasi di imprese che non possono essere tacciate di funzione meramente schermante l’attività illecita, ciò verificandosi solo in alcuni casi.

In molti altri invece – sottolinea la sentenza – l”e stesse sono realmente operanti (ancorché di frequente affianchino all’attività principale le frodi fiscali, strumento elettivo di produzione di ricchezza per la sua facilità e scarsa percezione di disvalore sociale), confondendosi lavori legittimi con condotte illecite, altre volte i lavori legittimi involvendo, a fronte di ostacoli, in azioni illegali”.

Casi, questi ultimi, “nei quali la mimetizzata ‘ndrangheta emiliana mostra la sua essenza“.

“La facilità di azione, l’agevole reperimento di anelli deboli attratti dai guadagni, dalle lusinghe nonché talvolta dal “fascino” del potere malavitoso, e l’ingente quantità di ricchezza illecitamente prodotta e distribuita sono fattori che hanno contribuito a ”distendere” le tensioni che sempre accompagnano le lotte di potere e a sbiadire il volto violento, pur in passato esistito anche in Emilia, dell’associazione ndranghetistica qui tratteggiata. Ciò senza impedire come si vedrà di inquadrare appieno le condotte nel paradigma normativo di cui all’art, 46 bis del codice penale.”

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