Le minacce alla deputata Spadoni
Ecco perché c’entra la “cultura mafiosa”

di Matteo Incerti

22/9/2016“La Spadoni fu minacciata ma la mafia non c’entra”. “Minacciò la Spadoni, ma non da mafioso”. Questa la sintesi giornalistica di due titoli, di una sentenza di condanna per minacce a pubblico ufficiale (senza l’aggravante mafiosa in precedenza richiesta da Pm e Antimafia) al cutrese Domenico Lerose che nell’ottobre di due anni, fa al termine di un comizio politico in piazza Martiri del 7 Luglio, si avvicinò con altri due cittadini ad una parlamentare della Repubblica e le intimò di non nominare il nome del boss della ‘ndrangheta Grande Aracri, un condannato in via definitiva per fatti di mafia.

Le sentenze si rispettano. Ma mi sia permesso criticare, in maniera costruttiva, due titoli che per eccessiva sintesi giornalistica rischiano di danneggiare gravemente anni di dure battaglie culturali portate avanti da una larga fetta di società civile reggiana in maniera trasversale. Battaglie portate avanti con il contributo importante anche di diversi giornalisti della nostra città.
Questo fatto e queste minacce con la mafia, con la ‘ndrangheta e la ‘cultura mafiosa’ c’entrano eccome. Queste minacce, questi comportamenti inaccettabili sono l’ “humus” nel quale si coltiva il terreno sociale dove proliferano le mafie.  Se a livello giudiziario non sono emersi legami tra il Lerose (pur parente del boss Francesco Grande Aracri) ed il clan, è chiaro a tutti che il comportamento dello stesso dimostra una sudditanza e compiacenza-giustificazione a Grande Aracri ed ai comportamenti di quel clan. Altrimenti perché si sarebbe comportato così?
Maria Edera Spadoni alla Camera

Maria Edera Spadoni

Questo è il terreno sociale nel quale il crimine organizzato, si chiami ‘ndrangheta, camorra, mafia, sacra corona unita, mafia capitale, mafia cinese o russa, mette le sue radici e riesce ad incidere. Del resto basta studiare anche a fondo la storia dello scioglimento per mafia del Comune di Brescello. Sono stato testimone dell’accaduto di piazza Martiri 7 Luglio nell’ottobre 2014 ed ho testimoniato in aula durante il processo.
Leggendo nei mesi scorsi le cronache del dibattimento, non ho trovato un solo gesto di presa di distanze dal boss Grande Aracri e dalle mafie da parte dell’imputato e degli altri teste a suo favore che erano con lui quel giorno in piazza. Non sono mafiosi, non sono delinquenti, ma di certo non vedo in loro persone che disprezzano Grande Aracri ed il suo clan criminale.
Ho letto di giustificazioni dello stesso e del suo comportamento. “Invece di parlare di Coffrini e Grande Aracri si occupi delle persone” (L’Informazione 16 giugno 2015), “non è corretto fare dei nomi” (di condannati per mafia!), “abbiamo voluto difendere i cutresi da accuse ingiuste come quelle rivolte da Beppe Grillo quando venne a Reggio” ( (Gazzetta di Reggio 16 giugno 2016).
Peccato che Beppe Grillo non abbia mai attaccato i cittadini cutresi in piazza nei suoi comizi a Reggio nel febbraio 2013 e nel maggio 2014. Nei suoi post sul blog semmai ha solo stigmatizzato i comportamenti giustificativi di Grande Aracri da parte di Marcello Coffrini, allora sindaco di Brescello, Comune ricordiamo poi sciolto per mafia. Per continuare poi con uno dei testimoni pro Lerose che come ha raccontato “Il Resto del Carlino” in data 16 giugno 2016 si è lasciato scappare in aula  “Ma Grande Aracri è la Calabria”. Con il Pm che rispose “Se lo dice lei…”.
 
Qualsiasi persona dotata di buonsenso civico, non può ritenere che boss della ‘ndrangheta come Francesco Grande Aracri rappresentino la Calabria.
La Calabria, per fortuna, sono anche tantissimi cittadini onesti, magistrati, carabinieri e poliziotti che combattono il cancro delle mafie e quella mentalità fatta di minacce e giustificazioni di questi comportamenti criminali. Ma la Calabria, come anche la nostra Emilia, purtroppo sono anche tante persone che stanno zitte, fanno spallucce, minimizzano, giustificano, sottovalutano e non si interessano di questo enorme problema. I risultati sono sotto i nostri occhi.
Con questa condanna si è segnato un punto, seppure non netto. Nominare in piazza come in ogni altro luogo, i nomi di boss mafiosi condannati, non deve far paura a nessuno. Questa è la cultura con la quale si combattono socialmente le mafie.
Come ha ripetuto spesso don Luigi Ciotti le mafie si battono sui banchi di scuola e facendo tanta cultura e trasparenza. Si combattono battendosi per uno Stato che ridia dignità sociale ad ogni cittadino (da qui la proposta condivisa da Libera e tante altre organizzazioni impegnate nel sociale di un reddito minimo di dignità/cittadinanza). Le mafie si combattono giorno dopo giorno, rifiutando le loro avances, in primo luogo i facili guadagni, l’accesso al ‘dio denaro’, al ‘dio potere’ che le organizzazioni criminali offrono per attrarre e conquistare sempre più persone in un momento di crisi. Crisi economica ma anche di valori.
Del resto tutta Reggio dovrebbe riflettere a fondo e interrogarsi se ‘reggiani teste quadre doc’ , imprenditori e liberi professionisti inclusi, sono entrati a pieno titolo a far parte dei tentacoli di una piovra che distrugge la nostra società, la nostra economia sana ed il nostro vivere civile.
 

 

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