Il Tar di Parma decide sull’interdittiva antimafia alla coop Costruttori di Toano, del figlio dell’imprenditore mantovano Antonio Muto
White list: cosa dice il consiglio di Stato

29/8/2016 – Due interdittive antimafia emesse dalla Prefettura di Reggio Emilia approdano davanti al Tar di Parma nell’udienza di domani 30 agosto.

Il tribunale amministrativo è chiamato a giudicare sui ricorsi della Costruttori società cooperativa, amministratore unico Gaetano Muto, contro la revoca dell’iscrizione nella white list della Prefettura di Reggio Emilia, e della R.E.A. Costruzioni srl alla quale l’iscrizione alla white list è stata negata tout court dalla Prefettura.

Il costruttore mantovano Antonio Muto, assolto nel processo Pesci

Il costruttore mantovano Antonio Muto, assolto nel processo Pesci

Il caso della cooperativa Costruttori è particolarmente rilevante: Gaetano Muto, 27 anni, è il figlio di uno dei più importanti costruttori del mantovano, Antonio Muto di 55 anni, quartier generale a Curtatone,  che sino al 2008 deteneva anche una quota della Costruttori. L’azienda aveva subito l’interdittiva il 1° luglio 2015 a seguito del coinvolgimento di Antonio, padre di Gaetano, nell’inchiesta “Pesci”, in pratica il ramo mantovano dell’operazione Aemilia.

La Costruttori società cooperativa sino al 28 luglio 2105 ha avuto sede a Toano, in via Enrico Fermi 22, poi è stata trasferita in provincia di Mantova. Sino dall’ottobre 2001 aveva l’iscrizione all’Albo nazionale dei Gestori ambientali per la raccolta e iltrasporto dei propri rifiuti non pericolosi.

 Nel maggio 2015, quattro mesi dopo le inchieste Aemilia e Pesci, aveva ottenuto l’iscrizione alla white list, revocata dal prefetto Reffaele Ruberto un mese e mezzo più tardi. Pochi giorni dopo, il trasferimento della società a Mantova e il ricorso al Tar, che aveva concesso la sospensiva, con la riammissione temporanea nella lista dei fornitori non soggetti a rischio mafioso,  in attesa del giudizio di merito: sarà l’udienza di domani a decidere in via definitiva.

Antonio Muto era stato accusato dalla Dda di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo i pm era l’anello di congiunzione tra i boss della ndrangheta eil mondo degli affari e della politica mantovana,  ma il 28  aprile di quest’anno il Tribunale di Brescia ha demolito il teorema della Procura antimafia e lo ha mandato assolto nel rito abbreviato perché il fatto non sussiste.

Nello stesso processo invece sono stati condannati il pentito Paolo Signifredi (sei anni) Francesco Lamanna (nove anni e 4 mesi), e Alfonso Martino, che ha aggiunto otto anni e duemila euro di multa alla condanna a nove anni nel processo Aemilia.

Proprio di recente, il  Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3009 del 7 luglio 2016, ha  fornito ulteriori chiarimenti sulla disciplina dell’interdittiva antimafia, come informa il sito specializzato giurdanella.it

Secondo l’ organo supreso della giustizia amministrativa, la legge non ha attribuito all’informativa antimafia un carattere punitivo, e conferma che  per l’emanazione della interdittiva non occorre l’accertamento di elementi di colpevolezza o di responsabilità nei confronti dei soggetti a cui è rivolta. 

Si tratta invece di una misura di tutela avanzata a presidio dell’ordine pubblico, che ben può basarsi su circostanze esclusivamente rilevanti sul piano oggettivo, aventi valore di elemento indiziario e sintomatico, in base alle quali risulti non illogico ed attendibile l’apprezzamento della sussistenza del pericolo di condizionamento dell’impresa derivante dalla infiltrazione mafiosa.

Inoltre, in base alla giurisprudenza, è irrilevante la mancanza del rapporto di affiliazione con le associazioni malavitose (così come di un accertamento di concreti elementi di collusione e di cointeressenza con la malavita), posto che ai fini dell’interdittiva è sufficiente l’accertamento di relazioni di varia natura con la criminalità, anche risalenti nel tempo, che abbiano valore sintomatico ed indiziario.

Infine, in merito ai procedimenti antimafia, il Consiglio di Stato ha richiamato la giurisprudenza per la quale i procedimenti in materia antimafia sono intrinsecamente caratterizzati da riservatezza ed urgenza, sicché non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento.

 

 

 

 

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