Corso in piscina per sole donne musulmane: a Reggio
la segregazione religiosa ora si chiama inclusione
Magie e supercazzole del linguaggio politicamente corretto

23/8/2016 – Non c’è niente da fare. Non si sfugge all’ipocrisia del politicamente corretto neanche quando si parla di presunta “integrazione”. E’ il caso del corso di acqua-gym per sole donne organizzato dall’Uisp in collaborazione con l’associazione Mondinsieme, alla piscina Filippo Re di Reggio Emilia. Che in realtà è un corso per sole donne musulmane. Le quali hanno tutto il diritto di andare in piscina, ma il fatto che pretendano una separatezza in base alla religione, e non solo in base al sesso, è quanto mai discutibile. Perchè in questo caso non si tratta di integrazione, ma di segregazione.

Le signore di religione islamica, probabilmente su imposizione dei loro mariti e fidanzati, potranno sfoggiare in piscina i loro burkini, tuttavia non si vede perché in Italia le donne debbano essere discriminate base all’appartenenza religiosa. Se per esempio  le signore bianche e cattoliche pretendessero corsi tutti per loro, vietando l’accesso a ebree, musulmane, animiste nigeriane e magari a badanti ortodosse, giustamente si griderebbe al razzismo. In questo caso, invece, il mondo gira alla rovescia. Ma naturalmente non si può dirlo apertamente, ci mancherebbe altro.

In piscina col burkini

In piscina col burkini

 

Ufficialmente il corso (ogni sabato mattina, per 25 donne) è “riservato esclusivamente al pubblico femminile” senza altre definizioni. Anche il personale della piscina “è rosa”, per “garantire e tutelare uno spazio intimo in cui tutte possano sentirsi a proprio agio nel rispetto di ogni cultura e religione”.

Sin qui niente di strano: sembra di sentire parlare la filosofa  della differenza Luce Irigaray, che addirittura teorizzava la divisione del mondo in tribù delle donne e tribù degli uomini, e con un rigido protocollo di rapporti gerarchici. E niente di strano sul fatto che delle donne desiderino frequentare una piscina in santa pace e senza imbarazzi, soprattutto senza avere addosso gli occhi dei maschi.

Ma se si gratta la patina dell’ufficialità, spuntano  equilibrismi dialettici farisaici, giri di parole un po’ penosi per non dire chiaramente che il corso di acqua-gym è in realtà per sole musulmane.

Ecco cosa dichiara  Marwa Mahmoud, referente prr il progetto dell’organizzazione multiculturale Mondinsieme: “L’idea del corso di acqua-gym per sole donne risponde alla necessità di molte cittadine reggiane, che per motivi prettamente antropologici e culturali vivono da sempre un senso di esclusione da strutture e offerte sportive per puro senso di pudore. Consegnare a loro uno spazio e un tempo per concedersi il piacere di dedicarsi a sé e fare attività sportiva ha trovato in loro grande entusiasmo”.

Le fa eco la presidente Uisp di Reggio Emilia Silvana Cavalchi: “Spesso lo sport riesce con facilità in ciò che le istituzioni e il legislatore spesso faticano. E’ sufficiente creare le condizioni in cui tutti possano sentirsi liberi per dar vita a nuove forme di partecipazione e inclusione sociale“. Gli arzigogoli sono veramente tortuosi, ma la sostanza si capisce al volo, a meno di non essere ciechi e sordi. L’uso di termini come “antropologico” e “inclusione” porta, inevitabilmente, alla conclusione che  il corso è per sole donne di religione islamica. Sostenere il contrario è sfidare l’evidenza dei fatti.

Il risultato è che si opera una discriminazione alla rovescia, con la benedizione della multiculturalità e col dubbio assillante che si finisca per accettare una condizione di costrizione e subalternità delle donne musulmane imposta dai maschi.

Sulla questione la Lega Nord è sulle barricate: il consigliere Vinci annuncia un’interrogazione al sindaco su Mondinsieme e sui contributi ricevuti dall’associazione. Il commissario provinciale Matteo Melato ribadisce la richiesta di vietare nelle piscine lo scafandro un po’ sadomaso denominato “burkini” – per motivi d’igiene e anche “culturali” – e definisce il corso di acqua-gym per sole musulmane come “un vero affronto alla nostra cultura”.

“I corsi sono organizzati dall’Uisp in collaborazione con l’associazione Mondinsieme, quest’ultima lautamente finanziata dal comune di Reggio Emilia, quindi dalle tasse di tutti i cittadini di qualsiasi sesso, cultura e religione – sostiene –  L’associazione Mondinsieme, da suo Statuto, dovrebbe perseguire l’integrazione attraverso attività che mettano insieme religione e culture diverse”. Ma “ghettizzare in una piscina le sole donne mussulmane e vietare l’accesso agli uomini quale integrazione persegue?”.

In quanto ai “motivi antropologici e culturali”, per Melato sono una supercazzola “per mascherare un corso per sole donne musulmane: infatti, come da conferme ricevute, il corso è frequentato da sole donne musulmane”.

“Questi atteggiamenti e attività portano la nostra società a regredire verso tempi che la nostra cultura ha superato ormai da tempo dove maschi e femmine venivano divisi e le donne nascoste alla vista di altri uomini – proclama il leghista –  Le donne nella nostra cultura hanno ottenuto giustamente le loro libertà nel corso degli anni e prestare il fianco a queste iniziative è uno schiaffo a chi ha combattuto per ottenerle. Se le donne musulmane vogliono fare acqua gym possono tranquillamente partecipare a quelle organizzate, anche con istruttori uomini, nella stessa vasca con cattoliche, ebree, ortodosse ecc. Questa è la vera integrazione da perseguire – conclude –  Basta piegare la schiena sotto un finto buonismo”.

(pierluigi ghiggini)

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2 risposte a Corso in piscina per sole donne musulmane: a Reggio
la segregazione religiosa ora si chiama inclusione
Magie e supercazzole del linguaggio politicamente corretto

  1. silvia Rispondi

    24/08/2016 alle 00:54

    Questo buonismo ignorante e vomitevole

  2. Mario Guidetti - tavolo Hemingway Rispondi

    24/08/2016 alle 12:02

    CORSI DI ACQUA-GYM PER DONNE MUSSULMANE e.. BURKINI, NIQAB, HIIAB, SITAR, BURQA
    Al tavolo politico-letterario Ernest Hemingway, dove si definiscono “costruttori di ponti e non di muri”, non comprendono il dibattito che si è sviluppato sui corsi di acqua-gym riservati esclusivamente alle donne mussulmane. La ritengono una operazione di marketing sportivo e socio-culturale sulla quale nulla hanno a ridire purchè le partecipanti paghino la retta di frequenza (cosa che avviene per i corsi rivolti agli italiani, agnostici o cristiani che siano od ai disabili che per l’attività natatoria pagano gli spazi acqua) e che i corsi non usufruiscano di contributi pubblici.
    Al tavolo politico-letterario Ernest Hemingway, dove si definiscono “costruttori di ponti e non di muri”, hanno anche molto riflettuto e dibattuto dell’uso da parte delle donne islamiche del burkini, del nigab, del sitar, del burqa e di ciò che stabilisce la Legge 22 maggio 1975, n. 152 (e successive modifiche)- Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico- il cui art. 5, dice: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo….. “
    Al tavolo ricordano che il burkini copre tutto il corpo ed il capo ma lascia scoperto il viso, il niqab è un velo che copre tutto il corpo, compreso il viso, ad eccezione degli occhi. l’hijab, un velo che copre il collo e i capelli, ma non il viso, il sitar, un velo supplementare che alcune donne in jilbab (simile all’hijab) usano per coprire integralmente il corpo, compresi gli occhi, accompagnato da guanti per le mani, il burqa, un abito che copre integralmente il corpo, mentre gli occhi sono nascosti da una « griglia » in tessuto.

    Il “Consiglio di Stato, sezione VI, decisione n. 3076 del 19 giugno 2008, afferma che, pur in assenza di una previsione esplicita, è possibile far rientrare tra i giustificati motivi che consentono di coprire il volto anche quello religioso o culturale. Nello specifico, il Consiglio di Stato sottolinea che il «velo che copre il volto» non è utilizzato generalmente per evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture. Dunque, secondo il Consiglio di Stato la legislazione vigente consente l’uso di indumenti quali il burqa e il niqab anche in luogo pubblico perché il motivo religioso rientra tra i « giustificati motivi » che escludono l’ambito di applicazione dell’articolo 5 della legge n. 152 del 1975”. Al tavolo Hemingway hanno seri dubbi sull’opportunità di affidare all’interpretazione di organi amministrativi o giurisdizionali che, inficiando una legge approvata dal Parlamento italiano democraticamente eletto, sono intervenuti su una materia carica di implicazioni riferite ad esigenze di sicurezza pubblica.
    Burkini e hijab non impediscono la identificazione, non violano il comune senso del pudore, quindi, non rientrando nei divieti posti dalla legge 152/1975, al tavolo ritengono illegittimo impedirne l’uso che invece deve essere rigorosamente vietato per il niqab, il sitar, il burqa.
    Al tavolo Hemingway sono costruttori di ponti, ma draconiani: rispetto delle leggi del Paese ospitante, e se queste non sono rispettate se ne ritornino liberamente al Paese di origine. Se poi insistono nel violare la legge, immediata espulsione.

    Senza se, senza ma.

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