Settant’anni fa il delitto don Pessina
Una ferita ancora aperta a sinistra

Paolo Pisanò a S. Martino Piccolo e messe solenni. Il comune di Correggio si copre di vergogna e tace

di Pierluigi Ghiggini

18/6/2016 – Settant’anni fa, la sera del 18 giugno 1946, un commando di partigiani comunisti uccise il parroco don Umberto Pessina davanti alla canonica di San Martino Piccolo a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Ancora oggi sono visibili i fori dei proiettili nel portone. Tra i delitti consumati nel cosiddetto “triangolo della morte”, quello di don Pessina segnò uno spartiacque nelle vicende del post-Liberazione: perchè con esso l’Italia prese consapevolezza della portata dello stragismo del dopoguerra, e perché segnò in profondità la storia del Partito comunista. I vertici del Pci reggiano sapevano chi aveva ammazzato il sacerdote, però mandarono consapevolmente in galera un innocente,  il comandante partigiano Germano Nicolini “Diavolo”, partigiano comunista ma di fede cattolica, che ebbe il coraggio di aprire la mensa dei reduci anche agli ex combattenti della Rsi purché non si fossero macchiati di reati,  eletto da poco sindaco di Correggio.

Don Umberto Pessina; a destra il corpo ricomposto dopo il delitto, da un giornale dell'epoca

Don Umberto Pessina; a destra il corpo ricomposto dopo il delitto, da un giornale dell’epoca

Nel dramma ebbero una parte decisiva il capitano dei carabinieri Pasquale Vesce, che strappò sotto tortura le dichiarazioni contro Nicolini, e il vescovo Beniamino Socche che pretese a tutti i costi quella condanna. La magistratura ci mise del suo: pur di  tenere dentro il Diavolo e non smentire Socche arrivò a condannare per autocalunnia due partigiani che avevano confessato la loro partecipazione al delitto. Ma non vi è dubbio che fu il Pci a portare la principale responsabilità di quasi dieci anni passati in galera dal Nicolini innocente, assolto e riabilitato solo nel 1994 dopo il clamoroso Chi Sa Parli lanciato dall’interno del partito da Otello Montanari e Vincenzo Bertolini.

E dunque sabato mattina 18 giugno, nel giorno dell’anniversario, lo storico Paolo Pisanò (autore col fratello Giorgio del celebre “Triangolo della Morte”) sarà a San Martino Piccolo a rendere omaggio alla memoria di don Pessina, accompagnato da Luca Tadolini del Centro Studi Italia e da una delegazione di famigliari dei caduti della guerra civile italiana. La commemorazione è fissata per le 11. Poi trasferimento a  Costa Borga di Vetto per un omaggio alla croce   dedicata a Pietro Azzolini, ufficiale medico ucciso dai partigiani il  21 Giugno 1944.

Il mondo cattolico dal canto suo ha indetto solenni celebrazioni religiose e domenica, all’ora dei vespri,  la presentazione di un’ indagine sui santi martiri del triangolo della morte, realizzata per i Quaderni del Timone dal giornalista Andrea Zambrano, correggese, già autore di una storia del martirio del Beato Rolando Rivi:  partecipa l’ arcivescovo di Ferrara Luigi Negri.

Nessun segnale invece nè dalle amministrazioni locali né dai vertici del Pd erede del lascito storico comunista, per i quali, quando si tratti di dopoguerra,  l’orologio sembra essersi fermato, e anzi girare a ritroso. Del resto don Umberto Pessina non ha ancora diritto nel reggiano al ricordo di una lapide laica.

Ma non vi può essere assuefazione politica di fronte al silenzio del  sindaco Ilenia Malavasi – che è pure vicepresidente della Provincia –  degli amministratori e della sinistra di Correggio: come se dopo  tanti anni il Chi Sa Parli fosse un rottame da relegare in cantina. Ha ragione Andrea Nanetti, ex consigliere comunale, a denunciare con una punta d’amarezza  come delle commemorazioni di don Pessina di oggi e domani  non abbia fatto cenno neppure la newsletter del Comune “che pure riporta anche il cambiamento di orario di un canile”. Un silenzio carico ambiguità e ipocrisia  non solo sul delitto, ma  anche sul supplizio imposto a Germano Nicolini (“Anch’io sono un martire come don Pessina” , ha detto non molto tempo fa) come su  quello scomodissimo Chi Sa Parli che seppe sfidare  le comode certezze sedimentate sulle bugie, in nome della verità e della moralità, qualunque fosse il prezzo da pagare.

In questo contesto reggiano che odora ancora di lotta ai Magnacucchi, di formazione delle Br e di Muro di Berlino, assume perciò notevole rilievo una riflessione compiuta da Claudio Petruccioli alla recente presentazione del libro “Il Diavolo, il Vescovo, il Carabiniere” nel quale l’ex deputato Antonio Bernardi ha ricostruito il delitto don Pessina nei suoi intrecci con altri omicidi politici, col calvario di Nicolini, i processi e le vicende politiche dell’epoca sino alla sentenza di revisione di Perugia.

Bernardi assume un punto di vista chiaramente interno al Pci, tuttavia si interroga  sulla genesi “dell’errore politico” che nel 1946 spinse a coprire i veri assassini, con conseguenze devastanti non solo per la vittima designata, Nicolini, ma alla fine per il partito e la sua inaffidabilità  democratica a livello nazionale, in piena guerra fredda.

Nel dibattito alla libreria all’Arco, di fronte a una folla di esponenti del vecchio Pci reggiano,  il tema è stato ripreso da Pierluigi Castagnetti, che ha posto a Petruccioli la domanda cruciale: “Perché il partito non disinnescò quella bomba? Due segretari provinciali conoscevano la verità, e certamente qualcuno la sapeva anche a livello nazionale, e non si può dire neppure che vi fosse un complotto della magistratura contro il Pci, visto che i ministri della Giustizia furono prima Togliatti, e poi Gullo. Perché allora quella scelta rovinosa?”.

E l’ex presidente della Rai, storico esponente dell’ala riformista, ha raccolto l’invito con una risposta chiara: “Dobbiamo sottoporci alla fatica della verità, tornare al perchè siano stati nel Pci e come ci siamo stati. E allora scopriremo che in questa storia c’è una sfasatura, un cono d’ombra che non riguarda  solo don Pessina e Nicolini, ma tutte le donne e gli uomini che sono stati nel Pci“.

“La verità è che in quella zona non illuminata, della rimozione e del non-detto – ha aggiunto – abbiamo convissuto con l’impronta rivoluzionaria del Pci senza affrontare apertamente il problema nel  timore di compromettere le stesse fondamenta del partito. Insomma, si pensava che affrontare il nodo avrebbe comportato un costo politico ancora più alto”. Petruccioli ha citato Giorgio Amendola: “Malgrado gli sforzi di Togliatti, almeno in una parte del partito vi era l’attesa dell’ora X”. I comportamenti furono conseguenti: il delitto don Pessina non fu un colpo di testa, nè avvenne per caso, come del resto non furono un caso o un’infamia del destino tutti gli altri innumerevoli delitti consumati dall’aprile 1945 in poi.

Un tempo si parlava di doppiezza, ma a Reggio Emilia Claudio Petruccioli, per farsi capire proprio da tutti,   ha pronunciato la parola “ipocrisia”. Molti non hanno gradito, e infatti un esponente storico del partito come Renzo Testi ha abbandonato la sala visibilmente seccato. Ma questa è la fatica della verità, e non possiamo farci niente. Anzi, sarebbe bene dopo ben  settant’anni  raccogliere la sollecitazione di Petruccioli, accelerare il passo e riconoscere una volta per tutte che quel Pci , o almeno una parte preponderante di esso, voleva fare come in Russia, e quella violenza rivoluzionaria post Liberazione voleva essere la strada, una tragica illusione, verso l’ora X.

 

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