Ma quali Olimpiadi : non abbiamo bisogno di nuovi grandi eventi e grandi scandali”

di Giacomo Giovannini *

Giacomo Giovannini

Giacomo Giovannini

Le Olimpiadi sono entrate di prepotenza nella campagna elettorale romana del ballottaggio per l’elezione del Sindaco capitolino.

 Immancabilmente ogni qualvolta riaffiora una candidatura per ospitare un grande evento (e con essa la figura di Montezemolo), si riapre la stereotipata discussione tra favorevoli e contrari. Senza però un minimo di approfondimento scientifico di merito sulle conseguenze reali di tali scelte.

 Ospitare un grande evento, come una olimpiade o un campionato mondiale di calcio, può fare le fortune economiche di un Paese?

 Le profezie fatte di masse di turisti, pubblicità indirette ai territori che ospitano gli eventi, nuovi posti di lavoro, vantaggi derivanti dall’edificazione di nuove opere corrispondono al vero?

 Gli scandali di Italia ’90, l’illusione olimpica di Atene 2004 o il flop di Sudafrica 2010 pare non abbiano insegnato nulla.

 Basterebbe analizzare a fondo se esiste realmente un incremento di Pil consolidato nelle città toccate da queste manifestazioni per capire che l’organizzazione di un grande evento non rende economicamente più ricchi: la crescita ed il successivo crollo delle aspettative derivanti dai grandi eventi sono parte integrante della loro organizzazione.

 Uno studio sull’impatto dei mondiali di calcio americani del 1994 portò alla conclusione che non vi era alcun segno di crescita economica acclarata nelle città sedi delle partite.

 Pochi mesi dopo l’europeo di calcio del 1996 il rapporto di un organo britannico, il Tourism Research & Marketing, mise in chiaro che meno di 100mila turisti stranieri si erano recati in Inghilterra per le partite: meno della metà delle previsioni della Federcalcio Inglese. E quei pochi non avevano nemmeno speso molto.

 L’impatto di un campionato di calcio europeo rispetto al turismo “ordinario”, se ben organizzato, è semplicemente irrilevante.

 Qualche anno più tardi i funzionari governativi di Giappone e Corea prevedevano che i mondiali di calcio 2002 avrebbero fatto crescere le rispettive economie di 26 e 9 miliardi di dollari: alla fine emerse che molti turisti rimasero alla larga da quei Paesi nel periodo dell’evento per paura degli hooligan.

 Una squadra di economisti decise di calcolare quanti soldi “nuovi” avessero davvero speso i turisti arrivati in Germania per i Mondiali di calcio 2006, per i quali per altro la locale Federcalcio prospettava con prudenza teutonica, presunti vantaggi in “soli” 2 miliardi di euro.

 Poiché in questi casi è insufficiente moltiplicare il numero di poltroncine di uno stadio per una spesa media presunta, venne analizzato un campione di persone arrivate per l’evento.

Risultò che un quarto di essi sarebbe comunque andato in Germania per turismo: avevano solo fatto coincidere le date.

 Quasi tutte le ricerche vanno nella stessa direzione. Ospitare un grande evento sportivo non fa aumentare il numero di turisti né quello di lavoratori a tempo pieno e nemmeno accelera la crescita economica complessiva.

 Sembrerà banale, ma al netto dei “professionisti” dei grandi eventi, di speculatori e costruttori, la ragione per la quale gli Stati  vogliono accogliere l’organizzazione di un grande evento è la felicità dei propri cittadini.

 D’altronde la ricerca della politica della felicità caratterizza sia il mondo ricco che quello che si affaccia alla ricchezza.

 In un suo saggio Kenichi Ohmae ha illustrato efficacemente l’intensità di crescita dei bisogni al crescere del reddito medio pro capite: sotto i 1500 dollari la domanda premia l’acquisto di biciclette, tra i 1500 ed i 3000 di motociclette, superati questi la richiesta prevalente è di una rete autostradale moderna, sopra i 10mila un Paese è pronto ad entrare nell’Ocse ed al livello intermedio, a 5000 dollari, il massimo simbolo del successo guarda caso è … l’organizzazione delle olimpiadi.

 L’organizzazione di una eventuale seconda olimpiade a Roma (perché non a Milano?) non dovrebbe essere ridotta ad una “battaglia elettorale” per il Sindaco di quella città e chi lo fa è politicamente un ciarlatano.

 Una politica seria dovrebbe discutere se l’Italia, per promuovere se stessa ed il suo sviluppo, ha bisogno di uno spot o invece di un investimento per migliorare la sgangherata organizzazione del suo “prodotto turistico”, ossia il tesoro di eccellenze consegnatoci dalla storia.

 Ecco perché per ora non abbiamo bisogno di nuovi grandi eventi e degli inevitabili nuovi grandi scandali conseguenti, Raggi o Giacchetti che sia.

 *Vicepresidente Associazione Grande Reggio – Progetto Reggio

 

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