Il clan Grande Aracri, i parenti e le infiltrazioni nel potere locale
Sorprese al processo per le minacce all’on. Spadoni

di Pierluigi Ghiggini

16/6/2016 – Il clima plumbeo da Calabria profonda (denunciato per anni dai media, nella distrazione o sottovalutazione della politica e anche di talune istituzioni) è riecheggiato ieri in Tribunale a Reggio Emilia dove, in parallelo al processo Aemilia sulla cosca reggiana dominata da Nicolino Grande Aracri e dal suo cerchio magico, è andata in scena la terza udienza del processo a carico di Domenico Lerose, imputato di tentata violenza privata aggravata dal metodo mafioso nei confronti della deputata reggiana dei Cinque Stelle Maria Edera Spadoni .

La deputata Spadoni parla alla Camera

La deputata Spadoni parla alla Camera

Il 18 ottobre 2014 in piazza Martiri del 7 luglio l’onorevole Spadoni era intervenuta a una manifestazione sull’acqua pubblica. Aveva chiesto fra l’altro le dimissioni dell’ex sindaco di Brescello Marcello Coffrini per aver definito Francesco Grande Aracri (fratello di Nicolino e condannato in via definitiva per mafia) come una persona “gentile e educata” , nella famosa intervista a Cortocircuito. il comune di Brescello, è noto, è stato sciolto di recente per condizionamento mafioso: fra l’altro Coffrini aveva ricevuto il sostegno della famiglia Grande Aracri, scesa in piazza a manifestare per l’ex sindaco insieme ad altre centinaia di cittadini nel corso di una manifestazione spintanea. Il peso del clan nella politica, nell’amministrazione, nella società e anche nella chiesa brescellese era palpabile e preoccupante da anni: prova ne siano le innumerevoli intimidazioni, sino alle minacce in pubblico da partedi un Grande Aracri (“Non ci sarà tuo figlio carabiniere a difenderti”) subite dalla consigliera comunale Catia Silva, oggi responsabile legalità della Lega Nord.
Stesso clima a Reggio città? Proprio di questo, in fondo,  si discute al processo per le minacce alla giovane deputata M5s.
Torniamo all’ottobre 2014: dopo il suo intervento, la parlamentare fu affrontata da tre calabresi, fra cui Domenico Le Rose  gli avrebbe detto: “Lei Grande Aracri non lo deve nemmeno nominare“. E avrebbe aggiunto, come lui stesso ha dichiarato ieri: “Invece di parlare di Coffrini e Grande Aracri si occupi dei problemi delle persone”.

Al suo fianco quel giorno c’erano Salvatore Mancuso e Luigi Gaetano, anche loro ascoltati nell’udienza di ieri, che hanno ovviamente minimizzato il caso, parlando di una discussione normale, e anzi “cordiale”. Invece, ha dichiarato il giornalista Matteo Incerti, al termine del colloquio Spadoni era “visibilmente agitata”. E c’è da crederlo: perché non solo uno dei tre disse che non si dovevano fare nomi perché “Grande Aracri è la Calabria“, ma perché è saltato fuori – dalle deposizioni del colonnello dei Carabinieri Alessandro Dimichino e del dirigente della Digos Lucio Di Cicco, che Domenico Lerose, peraltro cittadino incensurato, vanta un certo grado di parentela con Francesco Grande Aracri, la cui nonna era sorella di Carmine Le Rose, padre di Domenico.

Marcello Coffrini entra(va) nella sede del Pd

Marcello Coffrini entra(va) nella sede del Pd

Francesco Grande Aracri è, come noto, fratello di Nicolino, il boss di Cutro ora in carcere a Opera per scontare una pena di trent’anni. Parenti alla lontana, si dirà, ma è inutile nascondersi dietro un dito: in Calabria la famiglia è tentacolare – retaggio di una struttura sociale antichissima sopravvissuta persino alla romanizzazione – e diventa rapidamente clan. Proprio questa leva ha permesso alla ndrangheta di diventare l’organizzazione criminale più potente e ramificata nel mondo.
Sulle affermazioni ascoltate in Tribunale prendono posizione oggi i parlamentari 5 stelle Luigi Gaetti e Giulia Sarti, rispettivamente vicepresidente e membro della commissione Antimafia.    “Lo stesso Lerose ha ammesso in aula di aver detto alla Spadoni “invece di parlare di Coffrini e Grande Aracri si occupi dei problemi delle persone”. Toccherà alla magistratura nella quale riponiamo la massima fiducia giudicare tutto questo – scrivono Sarti e Gaetti –   A nostro parere queste parole si commentano da sole, sono di una gravità inaudita e rappresentano l’humus “culturale” nel quale proliferano le mafie da Sud a Nord”.

Episodi isolati? Non può sfuggire, come ha ammonito di recente  Nicola Gratteri, che i clan e i boss tentato di estendere il loro condizionamento anche attraverso la rete di parentele e di amicizie.

Il sindaco Vecchi (di spalle), il presidente della Provincia Giammaria Manghi e il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri

Il sindaco Vecchi (di spalle), il presidente della Provincia Giammaria Manghi e il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri

A Reggio Emilia, dov’è i costruttori cutresi sono lo snodo del controllo politico sull’intera comunità della Calabria ionica, manca ancora oggi una mappatura di questo condizionamento. Prima o poi dovrà essere fatta, perchè la politica continua  a contenersi quell’elettorato e in molti comuni ha messo in lista candidati o eletto consiglieri cutresi, persone irreprensibili ma delle quali per ovvie ragioni non è stato mai ricostruito l’albero genealogico.
Maria Sergio accanto all'allora sindaco Delrio, oggi ministro del governo Renzi

Maria Sergio accanto all’allora sindaco Delrio, oggi ministro del governo Renzi

Sappiamo ad esempio che a Casina nel passata legislatura c’era un consigliere del Pd imparentato con Nicolino Grande Aracri, e nelle liste di questa tornata elettorale sono presenti due cugini che appartengono alla medesima famiglia di quel consigliere. Così come sappiamo da un rapporto dell’Aisi e dalla lettera del corvo diffusa alla vigilia delle elezioni 2014,  che la madre di Maria Sergio è imparentata fra l’altro – come scrivono un rapporto dell’Aisi e la lettera del corvo diffusa alla vigilia delle elezioni 2014 – con Giuseppe Turrà, ritenuto dagli inquirenti “l’ex autista del boss Grande Aracri” .

E’ possibile, anzi più che probabile, che non significhi nulla, tuttavia la rete del condizionamento nella politica e nelle amministrazioni è ancora tutta da scoprire.
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Una risposta a 1

  1. attilio Rispondi

    30/10/2018 alle 21:28

    martirizzare famiglie calabresi senza averne cognizione di causa il perché siano cosi ramificate o forti
    e da porsi in ragione delle estorsioni che in decenni lo stato a fatto in queste regioni.
    la calabria, sicilia, campagna sono state in decenni martirizzate da soprusi e persecuzioni da parte dello stato italiano per giustificare estorsioni e mancanze a scapito dei meridionali.
    tutt’oggi basta dire mafia per chiudere la porta a chiunque sia sotto roma
    i pesi meridionali italiani sono terra di nessuno pensare che una famiglia calabrese sia oggi potente e paradossale.
    forse puntare il dito verso famiglie realmente mafiose e sciacalli di beni comuni come…
    Correre dietro a fantomatici mafiosi che hanno rubato polli è assurdo
    cerchiamo di svegliarci cogl…………….

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