Brexit, ma quali disastri
Facciamoci piuttosto una bella pinta, alla salute degli inglesi

DI ALESSANDRO BETTELLI

24/6/2016 – Nonostante i divulgatori di disgrazie, anche il giorno della Brexit è arrivato al tramonto. Senza treni né aerei con vagoni e cabine zeppe di pizzaioli italiani o muratori polacchi rispediti in patria. Senza file ai bancomat per ritirare i risparmi, senza scene di isteria collettiva per le strade della city.

Del resto, cosa doveva accadere? Certo, i mercati hanno aperto le contrattazioni nel panico, con sensibili ribassi. Ma immediatamente le banche centrali non hanno tardato a mandare rassicurazioni, promettendo tutta la liquidità necessaria per stabilizzare i prezzi. C’è, infatti, da scommettere che tutte le più importanti istituzioni europee non aspetteranno lunedì per mandare ulteriori messaggi volti a distendere il clima e, finalmente, vedremo le banche centrali (Bce e Boi) agire in sincronia come mai avevano fatto prima.

Un po’ di turbolenze sui mercati e di volatilità non mancheranno ma le istituzioni finanziarie avevano già in tasca da tempo il piano “B” e la loro “mano invisibile” non tarderà a farsi vedere. E in parte si è già vista, basta interrogarsi sul perché proprio oggi lo spread non sia schizzato. Quindi è prevedibile che Brexit verrà utilizzata (l’anno scorso l’alibi ricorrente era il Grexit) nei prossimi mesi per giustificare la speculazione dei market makers più aggressivi e che quindi i listini pian piano si riallineeranno a quotazioni dei titoli più veritiere.

Del resto non è successo nulla sul fronte macroeconomico. Non siamo nel 2008 col tracollo della Lehman Brothers che scoperchiò quel gigantesco castello di sabbia che mandò a gambe all’aria la finanza globalizzata e soprattutto l’economia reale. Quel che è andato in scena la notte scorsa nel Regno Unito altro non è stato che la manifestazione libera della volontà del popolo britannico. ll punto focale della vicenda, infatti, è  un altro: col voto uscito dalle urne, gli inglesi hanno ferito a morte questa Europa, la politica di questa Europa.

E ora tocca agli altri cittadini europei, elezione dopo elezione, sgretolare il sistema dell’Unione per quello che è oggi, per arrivare a qualcosa di più serio e soprattutto utile per i cittadini dei Paesi membri.

E’ infatti probabile prevedere che non ci saranno ripercussioni reali sull’economia mondiale per i prossimi mesi, ammesso che l’Inghilterra subisca veramente dei danni al PIL (da dimostrare) e ammesso che veramente poi ci sarà una diminuzione degli scambi e della circolazione delle persone tra Europa e Inghilterra. Di certo questo non avverrà prima di un lungo periodo.

Peraltro si stima che i negoziati fra Ue e Inghilterra per l’uscita dall’Europa necessiteranno di un arco temporale non inferiore ai due anni, più probabilmente un quinquennio. Ed è altresì prevedibile che nei confronti dell’Inghilterra non sarà adottato alcun tipo di misure punitive (colpirne 1 per educarne 100) semplicemente perché nessuno ne avrebbe interesse, per quanto le istituzioni di Strasburgo siano più che consapevoli dell’euro scetticismo strisciante in tutti i 27 Paesi dell’Unione.

Quel che rimane di questa giornata, dunque, è che c’è vita anche fuori dall’Europa, che uscire dall’Europa si può e ora vedremo e capiremo con quali conseguenze: ad oggi possiamo dire che quelle dichiarazioni catastrofistiche di alcuni euroburocrati, che minacciavano apocalissi in caso di Brexit, sono già state smentite.

Da chi? Dai mercati. Vien da sorridere quando si osserva come a Londra l’indice FTSE 100 sia stato quello che ha perso meno in Europa, dove la maglia nera è andata a Piazza Affari, che ha lasciato sul terreno un bel 12%, nonostante le rassicurazioni pronunciate a ora di pranzo dal premier Renzi sullo stato dell’Europa e del sistema Italia nello specifico.

Certo, la botta psicologica c’è stata ma il risultato di Piazza Affari è figlio di un sistema bancario che sta in piedi solo grazie al Fondo Atlante e alla Bce, non della Brexit o di Farage. I listini a New York arretrano perché il settore energetico sullo Standard&Poors’ viaggia a multipli di utile per azione prossimi a 100 (ovvero il prezzo delle azioni incorporano gli utili che l’azienda stima di macinare nei prossimi 100 esercizi) non per il ciuffo dorato di Johnson.

Francoforte è andata a picco perché Deutsche Bank è ai minimi storici e sta seguendo la traiettoria di Lehman Brothers a causa di tutti i derivati che ha in pancia, non perché io bovari dello Staffordshire hanno votato per la Brexit. Tokyo in mattinata era crollata perché l’economia è in mano a due pazzi che stanno facendo comprare alla Banca centrale anche l’aria, disintegrando qualsiasi concetto di fair value, non per il voto dei cittadini dello Yorkshire. Ma questo non si può dire. Per qualche settimana ancora sarà sempre e solo colpa della Brexit. A questo punto non resta che andarci a fare una pinta.

 

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2 risposte a Brexit, ma quali disastri
Facciamoci piuttosto una bella pinta, alla salute degli inglesi

  1. Forza UK ! Rispondi

    25/06/2016 alle 13:02

    la cosa più triste è vedere come (quasi) tutta la stampa si sia coalizzata contro le (sacrosante) ragioni della BREXIT. La brexit è colpa dei vecchi e degli ignoranti. I belli e giovani laureati hanno votato REMAIN…
    Da un altro punto di vista però, hanno votato BREXIT i contribuenti. Mentre a votare REMAIN sono stati quelli che che hanno studiato sulle spalle dei primi…
    E che dire della sinistra europea ?
    Con le frontiere chiuse avrebbe vinto REMAIN.
    Sono loro che hanno gettato alle ortiche l’europa per accogliere masse di negri analfabeti…
    Cari sinistri ne valeva la pena ?

  2. giuseppe Rispondi

    25/06/2016 alle 15:54

    Carao Bettelli, non esageriamo. Le banche sono al servizio dell’economia, e se questa va male anche chi è al servizio va male.
    Quanto poi succedono fenomeni come la Brexit si scatena la speculazione finanziaria mondiale,la quale punta ovviamente sui mercati più deboli, Ed ancora chi opera in borsa sono i fondi sovrani che hnno investito molto sul mercato di Londra; temendo il crollo della sterlina necessitano di liquidità e svendono per evitare di divenire ” scoperti”. Il fenomeno si è verificato, anche se in misura minore, nel primo trimestre di quest’anno per i fondi arabi, che hanno svenduto in borsa per necessità finanziarie dei loro stati non avendo più entrate adeguate dal petrolio. Il fenomeno perciò è un po’ più complesso e, caso mai, andrebbe affrontato il problema della borsa, che è purtroppo un mondo speculativo.

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