“Corsa all’oro nero nel reggiano”
Il 70% del territorio potrebbe essere trivellato

9/4/2016 – I due terzi del territorio della provincia di Reggio Emilia potrebbero essere “trivellati” per estrarre metano e petrolio. Il dato, che detto così suscita un certo allarme, è stato diffuso dall’associazione Agenda Verde con l’intento evidente di spingere i cittadini ad andare a votare il 17 aprile al referendum sulle trivellazioni in mare. Ma al di là del frangente politico è di particolare interesse, perchè in base ai dati ufficiali disponibili – quelli a fine 2012 – ben 1.583, 82 chilometri quadrati del territorio provinciale di Reggio Emilia su un totale di 2 mila 293  “potrebbero essere interessati da interventi per la ricerca e l’estrazione di metano e petrolio”. Di conseguenza è necessaria la massima attenzione da parte dei cittadini, prima che, come in Amici Miei,  non arrivi qualcuno a portare le trivelle nella piazza del Paese.

La ricerca porta la firma di Claudio Mori per conto di Agenda Verde, l’associazione nata di recente a Reggio che tra fra i suoi promotori nomi noti come il botanico Ugo Pellini, Gioacchino Pedrazzoli del Wwf, l’ex assessore Franco Corradini, Duilio Cangiari e Debora Reggiani.

Per dirla in breve,  sono attive in totale 11 pratiche estrattive  per una superficie complessiva interessata, appunto, di 1.583,82 kmq pari al 69,08% sul totale del territorio provinciale.  Di queste pratiche- riferisce lo studio di Agenda Verde 2 riguardano istanze di ricerca degli idrocarburi per una superficie interessata di 343,23 chilometri quadrati (4,97%), 7 permessi di ricerca idrocarburi per 1.217,83 kmq  (53,11%) e solo 2 concessioni di coltivazioni idrocarburi (22,76   kmq) per lo 0,99% del territorio provinciale. Le concessioni vere e proprie, dunque, riguardano una percentuale minima del territorio provinciale dall’appennino al Po, ma è rilevante l’estensione relativa ai permessi di ricerca.

Dunque Reggio Emilia potrebbe essere investita da una corsa all’oro nero (o al gas naturale)? L’ipotesi appare francamente lontana, anche perchè con questi prezzi del petrolio lo sfruttamento di sacche e giacimenti made in Reggio è fuori mercato. Ma non è detto che le condizioni non possano cambiare in tempi relativamente brevi.

Di certo, in decenni di prospezioni sono stati individuate e mappate (e probabilmente assegnate in concessione) riserve di idrocarburi di eccezionale importanza. E’ il caso delle prospezioni petrolifere effettuate negli anni 80 nell’area compresa tra Ligonchio e la Lunigiana, che portarono alla scoperta – così almeno si disse all’epoca – alla scoperta di giacimenti petroliferi secondi solo, in quegli anni, a  quelli del Venezuela.

Ciò che preoccupa Agenda Verde, piuttosto,  sono  le nuove normative che hanno ridotto i vincoli, anche se nel caso della concessioni sulla terraferma hanno voce in capitolo Regione ed  enti locali (esemplare in proposito il caso delle prospezioni del Cavone).

“La Legge 99/2009 “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” ha  reso l’ autorizzazione alla ricerca ed all’estrazione di idrocarburi più semplice e soprattutto più rapida: semplificando le procedure di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) –  scrive Claudio Mori – Essa infatti riduce la procedura di VIA alla sola fase di autorizzazione alla perforazione dei pozzi esplorativi e di estrazione e di tutte le opere e gli impianti necessari a tale attività. Tali normative – aggiunge – sono state anche recentemente “corrette” in termini di regolamentazione dal decreto Sbloccaitalia e da “emendamenti” alla Legge di stabilità, di cui uno in particolare è recentemente assurto alle cronache con le clamorese dimissioni del Ministro per lo sviluppo economico Federica Guidi.  Un altro provvedimento sulla durata delle concessioni in mare a 12 miglia dalla costa sarà invece oggetto del referendum abrogativo del 17 aprile 201″6.

“Le “istanze” ed i “permessi di ricerca” vengono invece valutati secondo un procedimento unico (Screening) che coinvolge i diversi soggetti interessati. Se l’area in questione è, come l’intera provincia reggiana, sulla terraferma oltre allo Stato vengono coinvolti anche gli Enti Locali (Regioni, Province e Comuni interessati), mentre se il permesso serve per eseguire ricerche sul fondo marino è previsto solo il parere dello Stato e gli Enti Locali sono esclusi dalle procedure”.

“Questa “semplificazione” procedurale ha prodotto in tutto il Paese ma in particolare in Emilia Romagna una vera e propria corsa all’oro nero – conclude Agenda Verde – documentata in modo lampante” dai dati desunti dal rapporto 2012 del Ministero Sviluppo Economico-Dipartimento per l’Energia Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed energetiche.

La ricerca e l’estrazione di idrocarburi si articola in tre categorie principali: istanze di ricerca; permessi di ricerca e concessioni di coltivazione (estrazione e sfruttamento).

Ecco la situazione a fine 2012

idrocarburi

“In estrema sintesi – conclude Agenda Verde –  la Provincia di Reggio Emilia ha una superficie totale, dal Po al crinale, di 2.293 Kmq. In base a dati in nostro possesso aggiornati al 31/12/2012 ben 1.583,82 Kmq, pari al 69,08% quindi oltre due terzi dell’intera superficie, potrebbero essere interessati da interventi per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, principalmente metano ma anche petrolio”.

carta idrocarburi

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Una risposta a 1

  1. Fausto Poli Taneto Rispondi

    11/04/2016 alle 14:22

    Credo che si possa far tutto, anche nella burocratica Italia. Occorre pero’ farlo bene. Ossia, se si impianta una centrale nucleare a Rivalta, occorre che sia molto evoluta, come quelle Svizzere o Francesi. Idem per la trivellazione di petrolio. Se facessero in maniera di farlo tutto a norma di legge, ossia senza inquinamenti vari, sarebbe una risorsa. Ma il problema e’ che sono operazioni che inquinerebbero perché non c’e’ controllo. Quindi fiducia zero.

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