Giornalisti: ne ammazza più il sistema delle mafie

25/3/2016 –  Poche note a margine del seminario di formazione giornalistica di giovedì 24 marzo a Reggio Emilia sul processo Aemilia e l’informazione a sostegno della legalità.

Detto della necessità, già palesata agli organizzatori, di aprire ben prima lo spazio dibattimentale (e non quando il brontolìo da fame dello stomaco dei convenuti sopravanza i decibel delle loro voci), specie in occasioni come queste dove si sciorinano gli exempla e si prefigura la possibilità di un confronto franco tra colleghi (fattispecie rarissima) e detto della doverosità di solidarizzare coi giornalisti minacciati a vario grado da veri o presunti mafiosi e/o da sedicenti jihadisti, non possiamo non aprire un altrettanto spiacevole capitolo del cahier de doleances così diligentemente sfogliato a proposito della scarsa sensibilità politico-istituzionale alla causa giornalistica. Ed è quello delle responsabilità interne al corpus professionale.

Ovvero, l’isolamento ai limiti dell’impossibilità di un reimpiego, che un numero sempre più nutrito di operatori dell’informazione di ottimo livello subiscono perché “scontano” divergenze con la cultura diciamo così dominante. Articoli contro il pensiero mainstream, lavori in media considerati di serie B, passaggi in uffici stampa “impropri”, gavette di decenni perché incapaci di adeguati atteggiamenti concilianti coi “capi” e/o con gli editori, mancanze di appropriate raccomandazioni di politici, imprenditori, vescovi o potenti di turno. Tutti costoro rischiano di stare perennemente in un eterno limbo dimenticati quando non emarginati dalla società che applica sul loro curriculum vitae atteggiamenti culturali e mentali che non divergono poi troppo (non fosse per la rilevantissima mancanza di risvolti penali) da quelli appunto contro cui ci scagliamo ogni giorno dai nostri rispettivi pulpiti mediatici.

L’isolamento omertoso in cui spesso lasciamo questi colleghi che non hanno nessuna possibilità di ribalta e di solidarietà, ci interroga tutti sempre più profondamente sul rischio di una sconfitta morale di tutta una categoria.

(gianpar)

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7 risposte a Giornalisti: ne ammazza più il sistema delle mafie

  1. full Rispondi

    25/03/2016 alle 16:34

    Il menestrello di corte, il poetastro che vive costruendo versi in dolce stil novo, per assecondare il narcisismo del principe rospo, è pari alla escort che giura d’amare il tycoon ottuagenario.
    Ci sono giornalisti che potrebbero lavorare benissimo in un centro massaggi, dato che di unguenti, oli e altri impiastri se ne intendono più che una pseudo estetista thailandese.
    Poi ci sono i mostri del chicken & chips: quelli del fritto e rifritto, i giornalisti che non rischiano mai. Quelli che impiattano gli slogan che vanno per la maggiore, con o senza salsa di soia.
    A seguire i menagramo dalla scrittura parca ed asfittica, quelli che per non raccontare la verità limano, tagliano, omettono, dimenticano, fin a quando non sono certi di aver pubblicato qualcosa di così etereo, inconsistente, e irrilevante da non rappresentare che il nulla. Candore neutrale. Bianco avorio. Bianco ghiaccio. Bianco gesso. Bianco sepolcro. L’ipocrisia totale! Il telegrafico rapporto di un essere senza sangue e senza palle.
    E poi ci sono quelli fuori dal coro.
    Gli umani – come sarcasticamente li definirebbe Bonolis – quelli che con gli alieni di cui sopra, non hanno nulla a che vedere.
    E gli umani quando scrivono soffrono per davvero, lottano per davvero, si incazzano per davvero.
    Gli umani si fanno spesso il sangue amaro.
    Gli umani hanno una scrittura ruvida, cruda, irruente, a volte irriverente, che nessun potente imbriglierà mai e per la quale in questi tempi bui, pagano il prezzo della loro solitudine.

  2. Realista Rispondi

    25/03/2016 alle 20:34

    Poi ci sono i falliti che devono giustificare il proprio fallimento umano e professionale e allora dicono di essere contro il sistema.

  3. Idealisti falliti Rispondi

    25/03/2016 alle 21:35

    Vero. Tra i falliti, gli idealisti sono la razza peggiore e più odiosa. Si ostinano a credere che loro possono cambiare il mondo, poveri idioti, e per un pezzetto di verità sono capaci di mettere a repentaglio il loro futuro. Sono quelli che incredibilmente non cercano gli amici degli amici, che non hanno posti in regione (faccio per dire) e non cercano prebende dai politici. Anzi continuano a sbattere la testa contro il muro con qualche straccio di inutili inchiestine. Eppure la loro vita sarebbe molto più facile, se volessero.
    Ce n’è uno poi particolarmente stupido che è riuscito nell’impresa di farsi citare per un milione di euro da un ex-sindaco oggi ministro, solo per il gusto cretino di ficcare il naso in una gara del Comune che aveva casualmente diversi interessanti protagonisti. Ma si può? E poi, a quale pro? Lo stupido ha in mano un pugno di mosche, invece il sindaco è ministro e tutti gli leccano il culo, mentre uno dei protagonisti della storiaccia è diventato sindaco. Diciamolo: lo stupido fallito se l’è cercata, e anzi merita molto peggio.

  4. marte Rispondi

    26/03/2016 alle 07:49

    Meglio falliti che venduti.

  5. gianpar Rispondi

    26/03/2016 alle 14:45

    ma non si deve essere “contro” a prescindere, si dovrebbe distinguere di volta in volta indipendentemente dal pensiero dominante. Magari cominciando a palesare la propria identità quando si esprimono opinioni

  6. Fausto Poli Taneto Rispondi

    26/03/2016 alle 15:10

    Bello il teatrino e il senso si legge tra le righe. Ma e’ poi sempre stata cosi’. Pero’ leggendo soprattutto Carlino Reggio, noto che i pentiti hanno svelato che i politici di Aemilia sono effettivamente degli andranghetisti. Quindi dico ai giornalisti che scrivono per “informare”, che (non che loro e’ il regno dei cieli) e’ loro il posto in un futuro quotidiano che non e’ finanziato dalla politica ma vive solo di pubblicita’, e di luce propria. Arrivera’ il gruppo di quotidiani in cui gli sponsor sono solo bravi imprenditori solo in cerca di visibilita’. Gia’ coi quotidiani on line si sono assottigliate le spese di redazione (carta, biro,) poi effettivamente nell’aria il cittadino ha sete di verita’, che ora pochi sanno dare (bisogna leggere soprattutto i libri di inchiesta). Promuovo con lode la Pignedoli, ma anche altri che non scrivono sui quotidiani (come Ponzi) ma scrivono libri di inchiesta.

    Ma perché indignarsi tanto, siamo solo all’inizio di un processo Aemilia, che sta scorticando i poteri politici reggiani ed emiliani. Ma che bello, una ventata di ossigeno di onesta’. Grillini a parte.

  7. gianpar Rispondi

    26/03/2016 alle 17:40

    Teatrino, gentile sig.Poli? Qui se non si fa abiura di pensiero critico, si rischia di non mangiare. L’isolamento da sistema di cui nell’articolo, pecca inevitabilmente di genericità, esso infatti tocca trasversalmente a vario grado diversi tipi di colleghi anche redazionalmente ben inseriti. Ognuno se lo applica, in coscienza, in forme diversamente marcate. Il discrimine infatti, come sembrerebbe prefigurare in modo assai superficiale Realista, non è tra contratti a tempo indeterminato in organi di informazione strutturati e precariati vari in più o meno sgangherati gruppi editoriali. Per quanto riguarda il giornalismo d’inchiesta in Italia è pressoché inesistente; quei pochissimi che lo conducono, non sono certo pubblicati da editori ben distribuiti e men che meno pubblicizzati da media importanti. Per non parlare della Rai; l’unica che lo conduce, coi tempi ed i limiti televisi, è la Gabanelli

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