Mafie a Reggio, è davvero l’ora del “chi sa parli”
Basta con gli smemorati e i finti tonti

di Pierluigi Ghiggini

“Dimissioni! Dimissioni! Dimissioni!”. Era il 2010, una seconda serata su Telereggio, quando il grido risuonò dal ring di Poke Balle, la trasmissione gestita in proprio e condotta da Marco Gibertini, poi finito dentro per il giro di fatture false di Octopus e per l’inchiesta Aemilia. “Dimissioni! Dimissioni! Dimissioni!”: fu l’impresario cutrese Antonio Gualtieri, ospite sul ring  quale vicepresidente dell’Aier – l’associazione dei costruttori edegli artigiani calabresi fondata da Antonio Rizzo –  a lanciare quel  grido isterico all’indirizzo di Enrico Bini, all’epoca presidente della Camera di commercio che nell’isolamento politico più totale – isolato sprezzantemente dal Pd, dalle associazioni professionali e dall’imprenditoria privata e cooperativa – continuava a denunciare l’afflusso di capitali della ndrangheta nell’economia reggiana, in particolare nell’edilizia (erano gli anni del boom a debito, che ora stiamo pagando tutti), nell’autotrasporto, nel mercato delle sabbie e nel movimento terra.

2009, Graziano Delrio col costruttore Antonio Rizzo a Cutro. La foto fu pubblicata alla vigilia delle elezioni comunali sul Sole 24 Ore, in una pagina a pagamento

2009, Graziano Delrio col costruttore Antonio Rizzo a Cutro. La foto fu pubblicata alla vigilia delle elezioni comunali sul Sole 24 Ore, in una pagina a pagamento

Dopo qualche tempo Gualtieri si dimise dall’Aier, e non si comprese bene perchè: “Problemi personali”, scrisse l’associazione. Ora sappiamo che Gualtieri è in carcere al 41 bis per il processo Aemilia ed è considerato dalla Dda come uno degli uomini di fiducia a Reggio di Grande Aracri. Vedremo se le accuse reggeranno la prova di un giudizio equo, certamente la sua posizione non appare delle migliori.

Oggi tutti sanno che l’Aier era inquinata, eppure i suoi esponenti davano del tu a sindaci, amministratori, politici di rango. Certo, potevano non sapere: come il Delrio che andò a Cutro in campagna elettorale, accompagnato per il paese proprio da Rizzo a stringere molte mani, senza sapere che Nicolino Grande Aracri era casualmente di quelle parti.

Potevano non sapere. Però potevano sospettare, o almeno dubitare e interrogarsi.

Quella puntata di Poke Balle la videro tutti, ma nessuno espresse solidarietà a Bini:  nè Telereggio, la sua direzione e il suo editore cooperativo, nè tanto meno il Pd che teneva a debita distanza il presidente antimafia, si cullava nella disastrosa teoria degli anticorpi, chiudeva gli occhi di fronte alla folla di impresari che si accalcavano di fronte agli uffici dell’edilizia, non si preoccupava dei piani edilizi che spuntavano come funghi e crescevano prodigiosamente e pure abusivamente ora dopo ora, che sbeffeggiava Catia Silva minacciata dai Grande Aracri a Brescello e  taceva colpevolmente sulla casa acquista dal segretario provinciale Roberto Ferrari da Antonio Nucera: ma lui almeno parlò quando Nucera fu arrestato, a differenza del sindaco di Reggio Luca Vecchi che nulla ha detto quando le manette e i domiciliari sono toccati a Francesco Macrì, che vendette la casa a sua moglie Maria Sergio.

Oggi Antonio Rizzo (che non è indagato) fa la vergine in collegio e in un’ampia intervista afferma di non sapere nulla: “Era tutta gente che lavorava, cosa ne so io se poi si vanno a rovinare?”.

Proprio niente non sapevi, Rizzo? Proprio non sapevi che Gualtieri era andato a gridare “dimissioni”, e che l’Aier aveva scatenato una campagna contro quel presidente scomodo che rompeva i santissimi? Invece tu sapevi, anzi sei stato proprio tu a guidare l’assalto a Bini, naturalmente col beneplacito, silente o no poco importa,  degli amministratori ai quali avevi portato voti e ai quali andavi a chiedere in quel momento di comprare lo stock di abitazione rimaste invendute (vedere la pagina del Sole 24 ore quattro giorni prima delle elezioni, con la foto formato lasagna di Rizzo insieme a Delrio a Cutro).

Non ricordi, Rizzo, di aver dichiarato testualmente ai giornali: “Al caro signor Bini chiediamo di dimettersi in quanto ha dimostrato a più riprese la sua discriminazione nei confronti di migliaia di partite Iva calabresi operanti in più settori. Non riteniamo sia in grado di rappresentare in modo equo e imparziale tutte le imprese iscritte a Reggio Emilia“?(L’Informazione del 3 marzo 2010).

E ancora: “Si scaglia ancora contro altre categorie di imprese di prevalenza cutrese, ma mai uscendo allo scoperto facendo nomi e cognomi, prendendosi la responsabilità fino in fondo delle sue uscite poco felici”.

Strano. Sono le stesse parole scagliate  da Pasquale Brescia nei confronti del sindaco Vecchi nella sua inquietante, ma certi versi illuminante, lettera dal carcere. Mai nomi e cognomi, razzismo contro la comunità cutrese: la stessa solfa da anni. Con la differenza che, pronunciate da Brescia, queste parole costituiscono una minaccia nei confronti del sindaco tale da giustificare un rafforzamento della vigilanza a garanzia della sua incolumità, mentre all’epoca nessuno, tanto meno il Pd, si preoccupò  di difendere Bini.

Ma in queglianni  tutto andava bene, Gualtieri poteva sgommare con la Lamborghini dopo aver incontrato il sindaco Delrio per rappresentargli la crisi dell’edilizia, i politici erano culo e camicia con i costruttori, condividevano feste, conciliaboli, club, tartine e vini di pregio. Oggi non se ne ricordano: sono tutte vergini in collegio.

Marzo 2009: l'onorevole Maino Marchi e la consigliera regionale Roberta Mori nel marzo 2010 al buffet della festa di Reggio 24 Ore

Marzo 2010: l’onorevole Maino Marchi, già membro della Commissione antimafia, al buftet della festa di Reggio 24 Ore dove erano presenti i principali esponenti dell’Aier

Ma guarda un po’: non ricordano, come pure documenta la fotogallery di un quotidiano web, di una certa festa di fine marzo 2010 in cui politici, amministratori e impresari dell’Aier, compresi Gualtieri e Rizzo, si ritrovarono in amabili conversari e avvinghiati allo stesso buffet. Pochi giorni prima l’Aier aveva chiesto ufficialmente le dimissioni di Bini, e Rizzo aveva tuonato dalle colonne di un quotidiano. A quella festa c’erano fra i tanti anche Luca Vecchi, all’epoca capogruppo del Pd in consiglio comunale a Reggio, e l’onorevole Maino Marmi, detto confidenzialmente “l’uomo di marmo”. Per cortesia, potete dire  se chiedeste qualche spiegazioni ai Gualtieri e ai Rizzo incrociati quella sera, oppure se tutto finì a tarallucci e spumante, come in effetti doveva finire?

Il deputato Maino Marchi, già membro della commissione parlamentare antimafia, non disse nulla? Strinse delle mani? Non sentì il dovere di chiedere spiegazioni all’Aier? O era troppo preso dal buffet? Ma perchè, una volta digerite le tartine,  non portò il caso dell’attacco al presidente antimafia, sul tavolo della commissione parlamentare antimafia?

Non ricordate proprio niente? Fate i nesci, direbbe il Giusti, o siete in tutt’altre faccende affaccendati?

Oggi, alla luce di quanto è accaduto nel 2015 e di quanto continua ad accadere, lo spettacolo appare  miserevole. Troppe vergini dai candidi manti, troppe Fate Smemorine che riescono a trasformare la zucca in carrozza ma solo sino a mezzanotte, e anche meno.  Ma l’epoca delle fiabe, della prosopopea pubblica per coprire il lezzo dell’affarismo, della distrazione e della cecità collettiva che ha impedito – in molti casi volutamente impedito – di guardare in faccia la realtà di clan e cosche che occupavano l’economia reggiana, è finita.

Reggio merita ben altro: riscatto, chiarezza, memoria, lealtà, sincerità della sua classe dirigente. Basta con le Fate Smemorine e con quelli che piangono il morto per fottere il vivo. E’ l’ora davvero di un “chi sa parli“: lo hanno detto Vaccari in consiglio comunale, e Bini dalle colonne di un giornale. “Bisogna ricostruire cosa è veramente accaduto in quegli anni”. Chi sa parli, ciascuno per quello che sa anche nel proprio piccolo. Anche nelle case comprate, certo innocentemente, da accusati di mafia: il sindaco, dicono in giro, non sarebbe solo in questa disgrazia.

Chi sa parli degli affari, del denaro, delle lusinghe, delle trattative sottobanco, delle concessioni (perchè i cutresi hanno costruito con le concessioni e spesso con i progetti dei reggiani), dei terreni venduti a prezzi superlativi, degli appalti, dei piani particolareggiati, delle sanatorie, degli appalti al massimo ribasso e chi più ne ha più ne metta.  Chi sa parli, una volta per tutte: è la cruna dell’ago da cui si deve passare per ripulire la coscienza di Reggio, restituirle un futuro, rispondere all’indignazione dei cittadini che di tutto questo non ne possono più.

 

 

 

 

 

 

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