Affaire Coffrini, Pd mai così sotto assedio

18/1/2016 – Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, quando l’Unione Sovietica invase la Cecoslovacchia, un lettore scrisse al Krokodil, celebre giornale satirico di Mosca che, come il giullare di corte, era l’unica voce di dissenso tollerata dal regime comunista.”E’ vero – chiese – che sono stati i compagni di Praga a chiedere l’intervento dei nostri carri armati?”. “Sì – rispose il direttore del Krokodil – ma purtroppo siamo arrivati con trent’anni di ritardo”.

Quella battuta, che fece il giro del mondo, calza a pennello oggi per il Pd di Reggio Emilia, che ha chiesto le dimissioni del sindaco di Brescello Marcello Coffrini, ma con oltre un anno di ritardo e tra ululati da mal di pancia, come testimonia la greve polemica di qualche giorno prima del segretario Costa con i Cinquestelle i quali, appunto sfidavano il Pd a chiedere la testa di Marcello figlio di Ermes, ex sindaco a sua volta e soprattutto potente avvocato di ambito Pci-Pd.

 

E’ evidente che il vertice democratico cerca di scansare all’ultimo secondo la valanga, pur prevedibile, di una richiesta di scioglimento del consiglio comunale per inquinamento mafioso. Però gli elettori non hanno la memoria corta: sanno cosa è accaduto a Brescello, sanno che il consiglio comunale a maggioranza Pd confermò la fiducia al sindaco, ricordano la manifestazione di piazza “spintanea”, presente la famiglia Grande Aracri,a sostegno di Coffrini.

Quindici mesi di tentennamenti sono veramente troppi (anche se appaiono un’inezia di fronte all’allucinante silenzio del partito sulle vicende urbanistico-camorristiche di Fabbrico, dove un ex sindaco ed ex segretario provinciale del Pd acquistò – certamente in buona fede – una villa dal principale costruttore del paese, inquisito come presunto sodale del clan dei Casalesi) ed essendo troppi, non possono essere dimenticati.

La valanga non potrà essere evitata col commissariamento prima dello scioglimento, e finirà per travolgere il Pd in questa sua versione crepuscolare da trasformismo giolittiano.

Valanga, del resto, che fa sentire i primi rimbombi con le critiche implacabili della stampa emiliana. Difficilmente si era assistito a una levata di scudi di queste proporzioni nei confronti del partito che, in virtù del consenso elettorale, domina da settanta anni.

Domenica il direttore della Gazzetta di Reggio Paolo Cagnan ha mandato in stampa un editoriale al vetriolo con un titolo eloquente: “L’ipocrisia della tardiva richiesta”.

Questa mattina, invece,  è sceso in campo il QN (fascicolo nazionale del Carlino) con un commento di Sandro Rogari.

La cosa ancor meno seria, anzi risibile – scrive Nogari – è che la direzione del Pd di Reggio Emilia chieda ora le dimissioni del sindaco di Brescello. La richiesta infatti è del tutto intempestiva, perchè ben quindici (!) mesi fa, nel settembre 204 , tal sindaco Marcello Coffrini, sostenuto dal Pd, aveva dichiarato che il boss della ndrangheta Francesco Grande Aracri, che vive nel paese di don camillo e Peppone da trent’anni,”è una persona gentile, tranquilla ed educata”. Infatti, lo sono spesso”.

 

Durissime dicevamo, le parole di Cagnan, che non manca di sarcasmo (amaro) anche sul mezzo flop del presidio antifascista di piazza Prampolini.

 

Forse  inebriato dal successo della chiamata alle armi per santificare in piazza il legittimo orgoglia antifascista – scrive il direttore della Gazzetta di Reggio –  il Pd ha subito pensato di recuperare chiedendo a tarda sera (a Borse chiuse, si direbbe) le immediate dimissioni di Coffrini.

Immediate”? Sì, avete letto bene. E cosa mai è successo, per svegliarsi adesso?…”

Ora uno potrebbe anche dire meglio tardi che mai e chiuderla lì – aggiunge – ma da un partito che governa tutta la provincia e che ogni giorno fa e disfa a suo piacimento mi sarei aspettato un po’ meno ipocrisia.

Il Pd ora chiede la testa di Coffrini per saltare sul carro del vincitore. Perchè sa che a giorni il prefetto chiederà il commissariamento di Brescello per mafia. Un po’ anche, io credo, per la pressione dei grillini he a loro volta inviaschiati nel caso Quarto, hanno abilmente girato la frittata sapendo che la miglior difesa è l’attacco,e  mettendosi quindi a fare le pulci alla doppia morale dei democratici”.

Conclude Cagnan: “Ricordo bene quel pomeriggio del settembre 2014. “In un paese civile, Coffrini andava a casa”, scrivevo. Ma non si poteva perchè si era scoperto…che non aveva la tessera del partito. Sic transit”.

E i nodi, alla fine, vengono al pettine.

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