Milena Bertolini: “Siamo con le ragazze di Locri, il nostro libro è scritto anche per loro”

di Milena Bertolini*

31/12/205 – Tra le luci scintillanti di Natale e quelle rese opache dallo smog che soffoca le nostre città, una notizia piccola piccola ha conquistato in questi giorni le prime pagine dei giornali.

La notizia è questa: una squadra piccola piccola, una squadra femminile, lo “Sporting Locri”, che gioca al calcio a 5 in serie A, in un paese piccolo piccolo, ha deciso di “chiudere per dignità”.

Qualcuno, non sappiamo chi, non sappiamo perché, ha detto che quelle ragazze, il cui unico torto è quello di giocare in braghette corte nelle palestre e nei palazzetti le partite di calcio a cinque, che giocano i loro coetanei maschi, debbono tornare a casa.

È successo non nel sedicente Stato islamico o a Kabul, nè in qualche altro remoto angolo del Medio oriente, né nella Nigeria controllata da Boko Haram, ma nell’Italia democratica del terzo millennio.

È successo a Locri, nel sud più profondo dell’Italia, 100 km da dove la Calabria si tuffa nel Mar Ionio, guardando da lontano il continente africano.

È successo a Locri, tristemente famosa per essere passata alle cronache per le sue storie di ‘ndrangheta, storie che, non dimentichiamolo, avevano riguardato anche il calcio, allorché la squadra locale, la “Locri calcio” appunto, era balzata all’onore – si fa per dire – delle cronache per via di presidenti inquisiti, giocatori intimiditi, boss omaggiati in campo, dirigenti e giocatori ammazzati. 

Oggi a Locri il calcio, quello femminile stavolta, torna a far parlare di sé e di quelle terre: qualcuno, non sappiamo chi, non sappiamo perché, vorrebbe che le ragazze, che giocano a calcio, non giocassero più.

Toccherà agli inquirenti scoprire chi sta intimidendo le ragazze e perché: c’entra ancora la ‘ndrangheta? E’ qualche mitomane? E’ qualche fidanzato geloso? E’ qualche genitore che non vede di buon occhio una figlia femmina che gioca a calcio? E’ qualcun altro?

A noi compete solo di constatare che c’è qualcuno che non vuole che le ragazze giochino a calcio e che questo succede in una terra in cui la ‘ndrangheta detta la sua legge: è una legge spietata e violenta e che contrariamente a quanto si pensa non risparmia donne e bambini. Sono oltre 150 le donne ammazzate dalle mafie.

Per una singolare coincidenza proprio il 29 dicembre, lo stesso giorno in cui è apparsa la notizia delle ragazze di Locri, ma del 1896, cioè 119 anni fa, una madre e una figlia, Giuseppa Basano e sua figlia Emanuela Sansone, venivano uccise al numero 20 di via Sampolo a Palermo.

La legge di tutte le mafie è una legge spietata e violenta, in virtù della quale alle donne è dato di obbedire, di tacere, di assecondare.

Carlo Cosco boss ndranghetista, reo confesso di avere ucciso una donna pentita, dirà a ai giudici: “‘Ndrangheta significa uomini forti, uomini coraggiosi. Non si collabora con i giudici e le donne non contano. Fanno i figli, li educano ai valori delle cosche e tramandano la vendetta delle faide”.

 La donna diventa a tal punto parte integrante di questo sistema che – come è stato scritto – quando in Calabria un uomo viene ucciso, perché si è ribellato al ricatto della ‘ndrangheta, egli diviene doppiamente vittima. Oltre l’omicidio fisico, parte nei suoi confronti un’opera scientifica di discredito: subito si sparge in giro la voce che è stato ammazzato per “questioni di donne”.

Ma forse è anche peggio: la ‘ndrangheta (il cui significato etimologico sembra provenire dal greco andragathía e starebbe a indicare appunto “un maschio valoroso”) è molto di più che un sistema criminale a base maschilista, è un sistema capace di piegare a questa medesima logica anche le donne, di farne delle ‘ndranghetiste più spietate degli uomini: il magistrato antimafia Nicola Gratteri, intervistato da Beatrice Borromeo, dice che “per sradicare la ‘ndrangheta dobbiamo seguire le donne: sono loro a dirigere l’orchestra”.

E ciò pure se leggi ataviche cui tutte le mafie si richiamano, leggi di sangue, leggi di clan e di faide, rimandano ad un mondo primordiale, in cui le donne erano escluse e relegate a funzioni riproduttive e domestiche, un mondo dominato dalla forza e dal potere maschile.

E’ un mondo sopravvissuto alle epoche antichissime in cui queste concezioni si sono formate e sono state tramandate, pur nella forma edulcorata che abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa, lungo le istituzioni sociali, politiche e giuridiche dell’epoca nostra: l’emancipazione femminile è cosa degli ultimi decenni ed è costata molte lotte.

È quanto abbiamo denunciato con la pubblicazione del libro sul calcio femminile, dal provocatorio titolo di “Giocare con le tette”, spiegando come il calcio sia nient’altro che l’ultima enclave di questo mondo fossile primordiale, sopravvissuto fin dentro il cuore della modernità e post modernità.

Tuttavia i sempre più frequenti casi di femminicidio sono lì ad indicare che il cervello primordiale è sempre pronto a rimettere in moto la sua istintività, tutte le volte in cui la civiltà regredisce agli impulsi della steppa.

Toccherà agli inquirenti scoprire chi sta intimidendo le ragazze di Locri e perché: c’entra ancora la ‘ndrangheta? E’ qualche mitomane? E’ qualche fidanzato geloso? E’ una banale questione di debiti? E’ qualche genitore che non vede di buon occhio una figlia femmina che gioca a calcio? E’ per caso qualche femmina ndranghetista, che nella logica criminale ha trovato il modo di prendersi il potere dei maschi e non vuole vedere affermarsi altri modelli vincenti di donna?

Non lo sappiamo: per parte nostra sappiamo che, non appena la distribuzione del nostro piccolo libro potrà essere fatta a livello nazionale, ci piacerebbe andarlo a presentare con le ragazze di Locri, magari con le deputate della nazionale di calcio e con tutti i politici, che decidano con noi non di fare una parata dell’antimafia o una liturgia veterofemminista, ma di parlare di modelli sociali, di donne e di calcio agli uomini e alle donne, perché, se anche le donne accettano le logiche che hanno costruito una società tutta al maschile, non ci si deve poi stupire se – come dice il procuratore Gratteri – sono magari proprio loro a “dirigere l’orchestra della mafia”.

Vede, caro direttore, come tra le luci scintillanti di Natale e quelle rese opache dallo smog che soffoca le nostre città, una notizia piccola piccola, che ha conquistato in questi giorni le prime pagine dei giornali, scivolando quasi subito via, discreta come era apparsa, può portarci lontano!

Ma si sa è Natale, siamo tutti più buoni, è nato il Salvatore e la luce della stella ci illumina: è Natale e c’è anche il lieto fine, perché stando alle ultime notizie pare che le ragazze il 10 gennaio torneranno in campo. “Poi verrà l’Epifania, tutte le feste le porta via” – cantavano negli anni ’60 i mitici Gufi (no, non quelli evocati sempre dal premier Renzi!). Non so se ci riusciremo e se ci saranno le condizioni per farlo, ma quando presenteremo il libro in un ambito più vasto di Reggio, sarebbe bello farlo comunque insieme con le ragazze di Locri, perché dopo l’Epifania appunto quella notizia piccola piccola non debba dissolversi tra i buoni sentimenti, che le si sono fatti attorno come i personaggi del presepe intorno alla capanna… persino quelli che fino a ieri delle donne che giocano a calcio dicevano – ricordiamolo per amor di verità! – essere “un po’ handicappate…”. Ma si sa è Natale, siamo tutti più buoni, è nato il Salvatore e la luce della stella ci illumina: ah, la magia del Natale!..

*Presidente della Fondazione per lo sport del Comune di Reggio Emilia

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *